Comunicato stampa di Comunità Lucana

 

Ora è tempo di decisioni drastiche, che gli accordi del ’98 siano impugnati dalla regione.

Quanto sta accadendo in Val d’Agri rappresenta il picco epidemico di una malattia in atto da anni ed anni e tuttavia inascoltata nel suo grave decorso da parte della politica regionale, colpevole di non aver dato ascolto a chi – il sottoscritto tra questi – ha speso tempo ed energie per aprire gli occhi ad una regione che ancora credeva nel “miracolo” petrolio e che, se miracolo è stato, lo è stato per pochi, ENI in testa ed a seguire tutte le cordate di consenso che sugli investimenti derivati dalle royalties hanno costruito fortune elettorali.

Ma non è tempo di recriminare sulla conclamata bassezza etica di classi dirigenti la cui unica preoccupazione in questo lungo periodo è parsa più essere la continuità del flusso delle royalties che la minima presa d’atto della realtà del disastro che stava emergendo, che era chiaro e che tuttavia è stato sempre negato, giunto il tempo invece di agire ed in fretta per il bene di una regione che non merita questo scempio, anche a costo di drastiche decisioni che si potrebbero riassumere in una frase, impugnare gli accordi del ’98 e farlo subito.

L’evidenza è infatti la conclamata inadempienza ENI ad alcune precise condizioni contrattuali che recitavano di cicli produttivi da effettuarsi nel rispetto delle migliori pratiche di salvaguardia ambientale – e siamo qui alla condizione civile, dovendo la parte penale basarsi sul non rispetto delle leggi, quindi su ipotesi di reato che non è compito dell’istituzione regionale promuovere, bensì della magistratura competente – condizioni che il ripetersi di “eventi delicati” rende di fatto come non rispettate e quindi passibili di una azione di impugnativa e di recessione da accordi che la clausola di interesse nazionale non rende comunque oltrepassabili sia sul piano penale, che sul piano civile.

In parole povere, la Regione Basilicata dovrebbe dare mandato ai propri legali di adire le clausole rescissorie garantite per legge su ogni accordo che si rivelasse dannoso per una delle parti, sospendere in via cautelare ogni continuazione degli effetti dello stesso e richiedere i danni alla parte inadempiente, danni che in questo caso sarebbero già molto ingenti, nelle more di un eventuale processo penale per reato di disastro ambientale a cui la regione stessa ed i comuni non potrebbero stavolta non costituirsi come parte civile.

La fine poco epica di un sogno per alcuni, sempre meno, la fine sollevante di un incubo per tanti, sempre di più, la fine di un’avventura nata male e cresciuta peggio tra eventi e contraddizioni che recitano di una regione e di un popolo preso in giro, blandito, e la cui rabbia cresce nella certezza che se non sarà la propria massima istituzione territoriale a difenderlo, in breve tempo il combinato di interessi tra Stato e compagnia (accise e profitti) ritesseranno una tela mortale che calerà di nuovo sulla terra di Lucania, conclamandone per sempre la destinazione a campo petrolifero.

Occorre coraggio politico se non si dispone di coraggio personale – e di certo questa giunta e questo assetto politico non si fonda sul coraggio pure sbandierato in certe competizioni elettorali – e il coraggio politico fonda sulla certezza di avere un popolo intero a dire no al petrolio, un popolo che lo ha urlato a gran voce quando, unica realtà regionale, supera il quorum referendario sulle trivelle in mare, che lo ha urlato ancora quando primeggia nella percentuale di no alla riforma costituzionale, che pure qui si era inteso come “lasciapassare”, dopo la macelleria dei diritti del territorio dello sblocca-Italia, per le mire delle compagnie di arrivare ovunque a trivellare alla ricerca ed estrazione di gas e greggio (ancora oggi manca quel famoso piano delle aree che almeno delimiterebbe quelle mire).

Presidente Pittella, lei ha politicamente sbagliato tutto, forse anche umanamente – giacché per alcuni pare oggi che politico e personale si siano rifusi insieme, dopo decenni di lotte sociali e politiche per tenerli separati ed affermare che la democrazia è un concetto di ampia convivenza nei diritti e non “graziosa concessione” di qualche laica maestà– e le sue intenzioni a latere sulla questione oggetto di molti distingui che presentano anche punti di realtà, ma per una volta faccia ciò che ogni lucano si aspetta oggi dal proprio presidente, impugni quegli accordi senza pensare alla sua futura carriera politica o a bilanci “inquinati” proprio da quelle royalties e che devono tornare ad essere ciò che è potenzialità economica reale del territorio, non fondandosi più su un prezzo che territorio e popolo dovranno pagare.

Impugni quegli accordi e chieda i danni ad ENI, o sarà il prossimo presidente della regione, e sperabilmente non lei o qualcuno della sua maggioranza, a farlo, cosciente che questo passo è ormai un passo irrinunciabile per una politica lucana che esprima i lucani, tutelandoli, e non più solo gli interessi di alcuni lucani.

Miko Somma, Comunità Lucana   

Comunicato stampa di Comunità Lucana

Sul Pertusillo o la resa della politica o le dimissioni di Iannicelli.

Che il direttore dell’ARPAB Iannicelli si prenda la libertà di “concordare” analisi con tecnici indicati dal 5 stelle sulle acque del Pertusillo è una libertà inconcepibile per un dipendente di questa regione, una palese violazione non solo degli obblighi istituzionali e della missione dell’agenzia, ma pratica scorretta e da sanzionarsi con l’allontanamento immediato del direttore.

Premesso che l’ARPAB, come correttamente indicato da Bolognetti, con simili comportamenti avalla la percezione diffusa tra la popolazione della sua incapacità a gestire fenomeni che in oltre 20 anni di storia degli idrocarburi in questa regione pur ci si sarebbe dovuti premunire di saper gestire, quello che fa trasalire è l’assoluta noncuranza delle regole della buona amministrazione e delle leggi che il direttore mette in atto, concordando con una parte, il 5 stelle, ciò che invece andava concordato con l’intera società semplicemente facendo il proprio dovere o ammettendo di non essere in grado come agenzia di farlo.

Il problema tecnico è di natura schiettamente istituzionale ed in alcun modo politico, non riguardando né la buona fede dei grillini sulla questione, nè la correttezza deontologica e professionale dei tecnici da loro indicati, piuttosto trattandosi di un grave problema di metodo e di merito su una vicenda dove, se l’impianto proposto da Iannicelli dovesse passare, non si comprende come e perché i tecnici non avrebbero potuto essere indicati da altre forze politiche, per una questione che riguarda tutti i lucani e non solo una parte di loro, rappresentati appunto dai 5 stelle.

Fa specie che un dipendente di lusso che “gode” della fiducia del presidente Pittella e del Consiglio Regionale prenda simili iniziative che contravvengono ad ogni logica mandataria, dove il mandato è appunto dirigere, in nome e per conto di una funzione di indirizzo, la politica regionale, un “pezzo” di fondamentale importanza dell’attività istituzionale stessa, quella della protezione ambientale, attività questa che non può essere delegata ad alcuno senza che quell’indirizzo politico l’abbia autorizzata.

Quindi o Iannicelli è autorizzato dal presidente Pittella, ed a quel punto la domanda sull’opportunità politica di simile accordo è proprio a questi che va indirizzata e come tale assume il carattere politico diretto di quale sia il motivo di questa scelta che sembra voler “stringere” il campo di azione concesso a due soli soggetti politici feroci competitori, almeno di facciata – e immancabili allora ci sorgerebbero  mille sospetti di un qualche “pactum sceleris” consumato sui tavoli romani sulla testa dei lucani – o il direttore Iannicelli ha semplicemente oltrepassato il mandato affidatogli, arrogandosi dei privilegi di indirizzo politico-gestionale che non tocca a lui esprimere.

Ed in entrambi i casi non si tratta di lana caprina, né di sesso degli angeli, ma di due diverse domande che un qualsiasi cittadino deve porsi ed a sua volta porre al presidente Pittella:

1)    nel caso si tratti di una sua scelta politica, quella di voler concordare le analisi che ARPAB non riuscirebbe a fare, perché questa apertura e perché limitare un accordo a una sola parte, i 5 stelle, anziché aprirla ulteriormente verso l’intera società civile, oltre che verso la politica tutta ed i partiti tutti che ne sono ancora una espressione?

2)    nel caso si tratti di un travalicamento del mandato del direttore, che compie atti politici di non pertinenza al suo ruolo, perché non ne esige immediate le dimissioni o ne revoca il mandato?

Se la politica si arrende sulla questione del Pertusillo, o cercando delle forme di pacificazione politica con chiamate di responsabilità comune all’avversario numericamente più infastidente per le elezioni regionali, così forse traguardando più all’orizzonte nazionale che alla fotografia locale, forme che se certo non risolvono problemi di inquinamento che occorre ancora accertare negli effetti, e non nelle cause, l’attività di estrazione e trattamento del greggio, forse si limitano a tacitarlo in nome di inediti “tutt’apposto” ancora da scriversi con l’inchiostro dell’orgiastico grillino per un potere sentito vicino, o sperimentando forme di gestione privatistica di quanto invece rigorosamente pubblico, siamo forse giunti alla fine di un percorso democratico che recita ormai solo che “del doman non vi sarà certezza”.

Miko Somma, Comunità Lucana

Comunicato stampa di Comunità Lucana

 

Lettera aperta all’a.d. di Eni, De Scalzi

Egregio sig. De Scalzi, apprendo, come tutti i lucani, dal tg3 regione delle sue dichiarazioni circa la necessità di creare un clima di serenità in Val d’Agri affinché la compagnia da lei diretta investa un certo numero di miliardi in quella terra, e francamente nel dubbio se ciò sia falso, ovvero una forma di ormai più che solita millanteria sponsorizzata a gran voce dalla testata giornalistica per blandire un’opinione pubblica ormai stanca e che forse ritiene ancora blandibile con qualche promessa.

E nel dubbio se invece ciò sia vero, dovendoci chiedere tutti allora non solo quali siano i progetti Eni per la valle, che le ricordo far ancora parte della regione Basilicata, a cui è attribuita ogni titolarità di esclusiva programmazione e destinazione del territorio e delle sue vocazioni, sentite le popolazioni, mi chiedo se lei conosca in dettaglio la valle stessa e possa serenamente affermare che ogni forma di investimento della sua compagnia non possa non andare nella direzione di una trasformazione di un “miracolo” della natura e dell’operosità dell’uomo agricolo, specie da lei evidentemente non degna di essere tutelata, in un hub energetico che comporterebbe la definitiva scomparsa in quel territorio di ogni forma di produzione agricola e del suo indotto, di ogni attività turistica, di ogni attività di cura ambientale e di protezione culturale ed economica.

Le chiedo infatti, se cosciente non solo degli impatti integrati, quindi ambientali, sanitari, economici e culturali che le attività della sua azienda comportano naturalmente in un territorio – si tratta di una attività, quella della estrazione e trasformazione di idrocarburi giudicata dalle organizzazioni mondiali come altamente impattante – se lei mangerebbe prodotti alimentari coltivati in una terra dove petrolio e gas danno il ritmo, se lei andrebbe in vacanza in una terra dove petrolio e gas dominano paesaggio ed umore collettivo delle popolazioni, se lei comprerebbe un oggetto artigianale ivi prodotto o magari scommetterebbe un solo centesimo sul fatto che, innestato l’hub energetico a cui mirate e che pare interesse composto con lo stato, qualcosa possa economicamente e culturalmente sopravvivergli.

Perché veda, il problema vero non è e non può essere quel clima di serenità che oggi invoca e che, invece, la sua azienda ha minato in due decenni di attività opache – le ricordo non solo il processo penale in corso che vede coinvolte personalità di rilevo nell’organigramma aziendale, ma pure quelli che probabilmente saranno da tenersi per supposti inquinamenti delle falde acquifere o per mancate tempestive comunicazioni di autodenuncia, e le tante, troppe “sfiammate” dalla sua azienda definite di volta in volta colpe altrui (forniture elettriche non regolari) o attività di buona salute di un impianto che, a mio modesto parere, funziona male ed ha troppi seri problemi per non creare invece proprio questo e le sue attività paure, incertezze, malumori e persino quella rabbia che non saranno le sue promesse mirabolanti a cancellare – non abbiamo l’anello al naso, come invece sia lei che gli spin doctors in azienda e fuori dall’azienda suppongono i lucani portino come segno distintivo.

Si chieda piuttosto se non siano state proprio le vostre attività e le vostre idee sul mondo produttivo ad aver forgiato davvero molto male quelle “catene” di creazione di una opinione pubblica favorevole che oggi, nell’evidenza condivisa dalla popolazione valligiana e lucana che gli idrocarburi in questa valle abbiano creato dei danni e delle dipendenze ancora difficili da poter configurare, sembrano non tener più le volontà dei lucani ancorate ai miti del benessere e del posto di lavoro con cui siete approdati in questa terra, nella realtà ormai palese di una valle che si sente soggiogata dalla violenza della palude informativa con cui fino ad oggi, nella complicità attiva o passiva di parte delle classi dirigenti locali, regionali e nazionali, avete creduto di reggere l’architrave di una bugia, perché realtà vuole che ovunque nel mondo le attività che praticate producono inquinamento ambientale, politico e culturale.

Non mi senta suo nemico – il sottoscritto per attitudine non ha nemici – ma la invito cordialmente a rinunciare al suo viaggio di “pacificazione” che intenderebbe mostrare un nuovo/vecchio volto, quello dei denari o delle perline di vetro, e ad accettare l’incontrovertibilità del fatto che i lucani sono ormai stufi di essere presi in giro e di petrolio proprio non vogliono più sentirne parlare, di quello vecchio e di quello nuovo, in Val d’Agri come nel resto della regione.

Miko Somma, Comunità Lucana          

Comunicato stampa di COMUNITA’ LUCANA

Non un barile, non un centimetro quadrato in più o sarà rivolta sociale

Avendo sempre considerato che le lotte territoriali non possono essere piegate o distorte ad alcuna logica di parte, dopo anni in cui ho condotto una lotta per la trasversale presa di coscienza del pericolo che estrazioni e ricerche di idrocarburi rappresentano per l’interezza del territorio lucano, in termini ambientali, sanitari, economici e di programmazione del territorio, e dopo aver lasciato che altri attori se ne facessero carico perché consideravo la lotta appunto non personale o di parte, ma a carattere popolare, ed in quanto tale da svilupparsi liberamente, e dopo aver “contaminato” il PD regionale sulla questione, martellando in ogni direzione ed a mezzo stampa sulla necessità che quel partito regione si facesse carico di una situazione che volgeva all’insostenibilità, è giunto il tempo che riprenda la battaglia per fermare questa deriva che rischia, ad art. 38 del c.d. decreto sblocca Italia pienamente operante, di travolgere e stravolgere la nostra regione.

La questione è semplicemente vitale per il nostro territorio. Stanno giungendo al pettine, 72 sindaci su 131 della nostra regione farebbero bene, se già non lo fanno a considerarlo, i nodi irrisolti per anni da una politica regionale inconsulta che ha “galleggiato” tra la finta ignoranza con cui troppo spesso ha trattato la questione petrolio in termini di sole royalties, dimentica persino di responsabilità precise legali, legislative ed etiche in termini di controlli ambientali e sanitari, e l’irresponsabilità di “affidarsi” ad una parte politica, quella renziana per intenderci, per la “mitigazione” di vecchi appetiti di compagnie (profitti) e stato centrale (introiti fiscali) sul sottosuolo lucano che proprio quella parte ha invece portato alla tavola di una regione ricattabile, perché priva di un’“economia dell’altrimenti” in grado di maturare altre priorità.

L’atteggiamento pilatesco del consiglio regionale che, domandandosi se non fosse il caso di opporsi in sede costituzionale a quel combinato disposto, nonostante ben oltre 15.000 firme di cittadini lucani (il 3% della popolazione) che chiedevano un atto di dignità territoriale e di resistenza nell’alveo delle potestà attribuite all’ente dalla costituzione, e che il sottoscritto, dopo un’auto-organizzata raccolta di qualche giorno su una petizione popolare, aveva consegnato alla presidenza del consiglio perché fungesse da “facilitatore” di una decisione che altre regioni non avevano avuto dubbi ad assumere, non ha giovato al far testare a chi di quelle disposizioni di legge sembrava ispiratore, confindustria e assomineraria, quella “volontà dell’altrimenti” che, posta in essere, avrebbe forse riconnesso una  politica regionale sentita succube o complice (dipende dai punti di vista), forse le due cose insieme, di quegli appetiti ed un popolo di Basilicata stanco ormai di essere preso in giro.

Questo il passato, anche recente, sul quale si posa un presente che era chiaro da anni, la corsa agli idrocarburi lì dove è notorio essi si trovano in abbondanza tale da giustificare gli investimenti iniziali, ma di cui non si è voluto prendere coscienza per inerzia, ignoranza pressappochista o meschino calcolo di carriere nazionali da giocarsi con aperture graduali della regione verso il divenire un unico, enorme, hub petrolifero, che pure il sottoscritto recitava da anni come un destino segnato per questa terra se non si fosse corso da subito ai ripari con dei secchi ed inequivoci NO ad ogni richiesta, a cui accompagnare azioni reali di crescista economico-sociale “oil-free”, non condizionate dai proventi o attività di lobbyng di compagnie individuate come partner, inseguendo invece le enormi e reali potenzialità della regione.

Il punto è ora, nel declinarsi di un presente che si sapeva sarebbe arrivato e di una “fame” certificata di risorse dei comuni ed inoltrata ad un ente regione ingolfato in un bilancio difficile a chiudersi dopo lo stop di 9 mesi delle royalties della Val d’Agri, stabilire una strategia che però dubitiamo concluda altro che un possibilista NI concordato dalla giunta regionale con i sindaci verso i permessi meno “pesanti” a livello ambientale nascosto dietro un NO di circostanza verso esposizioni maggiori (il permesso Monte Cavallo e le copiose sorgenti idriche dei monti della Maddalena è tale), mentre è invece giunto il tempo di decisioni con l’occhio che guarda al futuro di una terra che oggi sa di non voler divenire una colonia.

Ed allora che la politica sappia che ogni seppellimento di testa sotto la sabbia od ogni presa di posizione che non sia “non un barile e non un centimetro quadrato in più” porterà questa volta dritti alla rivolta sociale della popolazione lucana, rivolta a cui il sottoscritto non mancherà di dare il proprio contributo.

Miko Somma, COMUNITA’ LUCANA.

comunicato stampa

il presente comunicato non viene inviato al sito istituzionale basilicatanet

L’accoglienza ai tempi di un presidente più renziano che lucano.

Ciò che sorprende davvero, pur giudicando doverosa l’accoglienza dei profughi da zone di guerra e dei migranti “politici” e positiva l’intenzione di ripopolare i nostri paesi dell’interno con nuclei familiari la cui ricerca di serenità incontra le tante opportunità che un altro modo di vedere e costruire economia pure assegnerebbe a queste comunità, è forse una cattiva conoscenza dell’aritmetica che porta il presidente Pittella a non considerare che al momento la nostra regione ospita la più alta percentuale di richiedenti asilo del paese, ovvero uno ogni 286 abitanti.

Ciò premesso e premesso che ad una piccola comunità dell’interno in via di spopolamento la presenza di immigrati stabili consente la sopravvivenza di servizi altrimenti destinati a scomparire, quali presidi scolastici, sanitari, poste, pubblica sicurezza e via discorrendo, non si può comunque non considerare il peso culturale che per le stesse comunità un afflusso massiccio ed improvviso di migranti con lingue, costumi, alimentazione e naturalmente culture, tra cui l’approccio religioso, potrebbe trasformare quella naturale accoglienza dei lucani in fenomenologie differenti che, se nessuno auspica seguire i biasimevoli e vergognosi esempi di alcune località nel nord del paese (dove certo qualcuno strumentalmente soffierà anche sul fuoco per fini elettoralistici), sarebbe tuttavia ingenuo non considerare come una risposta che potrebbe innescarsi anche da noi, un certo grado di risentimento viscerale delle popolazioni.

Risentimento che, sebbene non si sia mostrato finora, per quel gradiente di ospitalità e solidarietà che i  l“poveri” sanno mostrare verso gli altri poveri, culturalmente naturale per le popolazioni meridionali forse ancora memori di quando a partire erano proprio i loro nonni ed i genitori, l’atteggiamento ultra-lealista ed a tratti servile di un Pittella (che a volte sembra un maggiordomo renziano) nei confronti delle politiche di accoglienza del governo, atteggiamento che sembra volere aprire le porte della regione più di quanto  questa potrebbe sostenere in termini di ospitalità, solo per apparire entusiasta sostenitore delle politiche del governo in materia, sta scavando ormai una trincea con una popolazione che vuole certo accogliere, ma che chiede anche e ragionevolmente un’attenzione verso se stessa che viene sentita come sempre più carente ed in ogni caso insufficiente a colmare divari economici e sociali ormai storicizzatisi.

E naturalmente se non esiste una coscienza del fatto che la disponibilità ad una maggiore accoglienza – il presidente Pittella rilancia ormai di continuo la “sua” disponibilità senza che neppure gli venga chiesto e pur di entrare in un “giglio magico” dei subalterni sarebbe forse disposto a colmare i vuoti demografici che decenni di cattivi governi, più attenti ai clan che alla popolazione, hanno prodotto in questa regione – vuol dire che il polso dell’opinione pubblica lucana non viene neppure più avvertito da chi segue flussi di interessi che conducono alla solita, vecchia storia di una Basilicata in svendita al primo offerente.

Ci dica, il presidente Pittella, come è entrato in contatto con tycoon egiziani e mediorientali, quali sono le partite finanziarie messe in campo, chi ci guadagna e chi ci perde, quali sono le relazioni con il potere, ed il suo potere, delle cooperative che gestiscono l’accoglienza, ma soprattutto ci dica se le intenzioni in merito a questa disponibilità, sventolata come un capo di lingérie in un postribolo, tengono conto di una demografia difficile a cui occorrono di certo nuovi cittadini, ma che è necessario venga sostenuta senza che le popolazioni autoctone sentano mai di avere meno diritti di chi arriva, per fare in modo che l’accoglienza sia tale e non un “obbligo” che alla lunga produce resistenza in questo difficile settore delle relazioni umane che ha bisogno di empatia reciproca, curiosità verso lo scambio etno-culturale, capacità di “meticciarsi”, tempi lunghi ed infinita pazienza.

Perché questa regione, presidente, è tanto resiliente da comprendere le necessità di essere ripopolata, tanto paziente da comprendere che in nome di quelle ragioni occorre pazienza e solidarietà con chi oggi fugge dalla sua terra, compie una traversata del Mediterraneo tanto rischiosa e non chiede altro che un luogo dove ricominciare, ma non sarebbe disponibile, se mai dovesse evidenziarsi che qualcuno lucra e specula sull’accoglienza, come pure alcune recenti accadimenti sembrano far supporre, ad accogliere numeri non tollerati altrove (in calce le fornisco alcuni dati percentuali regionali dell’accoglienza), forse non tollerabili se in ulteriore aumento, perché qualcuno possa farsi vanto in una sala di palazzo Chigi di un’accoglienza che non offre a casa sua, ma in quelle piccole comunità che lei da qualche tempo molto  indegnamente rappresenta, avendo fatto voto ormai d’essere più renziano che lucano.

Veneto abitanti 5.000.000 richiedenti 1.300 rapporto 442/1

Lombardia abitanti 10.000.000 richiedenti 18.000 rapporto 555/1

Piemonte abitanti 4.400.000 richiedenti 9300 rapporto 473/1

Emilia romagna abitanti 4,450.000 richiedenti 7000 rapporto 635/1

Basilicata abitanti 576.000 richiedenti 2000 rapporto 288/1

Miko Somma, Comunità Lucana

comunicato stampa di comunità lucana

Quella ferrovia che ”non s’ha da fare”.

Ciò che colpisce durante la risposta del ministro Franceschini all’interrogazione dell’on. Latronico è quella sciatta tranquillità con cui, a fronte di tronco ferroviario quasi ultimato e di capitale importanza per la coesione regionale, questi risponde che altro si farà, ovvero l’ovvio collegamento ferroviario di Matera con Bari, certo doveroso in vista del 2019, ma che non sembra tenere affatto conto né delle somme ingenti spese finora per la Metera-Ferrandina, un collegamento visibile a chiunque nell’aavanzato stato di realizzazione, né della importanza strategica che un simile asse avrebbe sia nell’ottica di rendere più “meridionale” il sistema dei trasporti ferroviari italiani, sia di tenere unita una regione altrimenti destinata a ruotare satellitarmente verso la Puglia, da un lato, verso il sistema petrolifero dall’altro.

Risulta infatti evidente che a Matera “inglobata” de facto nella regione adriatica – si chiaro che l’unità di un territorio si fa con le infrastrutture di collegamento e non con le buone intenzioni o i perimetri regionali tracciati sulle carte geografiche – della Basilicata come oggi la conosciamo rimarrebbe, accorpamento delle regioni o meno, una provincia di Potenza, il cui principale assetto di interesse nazionale sarebbe appunto quello degli idrocarburi e della produzione energetica, tanto da poterla configurare come l’hub energetico del paese.

E che il ministro parli a nome di un governo le cui intenzioni più che chiare sono di smembrare l’entità amministrativa regionale della Basilicata e sfruttare le risorse petrolifere in modo massivo sino ad oltre quel 15-20% della percentuale di fabbisogno energetico nazionale garantito dal petrolio lucano, come alla dimenticata, ma ancora attiva strategia energetica nazionale del 2013 (fine governo Monti, quando avrebbe dovuto limitarsi al solo disbrigo degli affari correnti, in attesa del nuovo governo), ci può anche stare, vista la forte attività di lobbying che le compagnie da tempo intrattengono con questo esecutivo ed altri esecutivi prima di questi, ma ciò che non è tollerabile è la supina accettazione da parte di una giunta e del suo presidente renziano e di un consiglio regionale discutibile dunque nella sua capacità di comprensione delle dinamiche, di un vero diktat del governo che apre la strada alla macellazione di una regione ed alla scelta dei sui tagli migliori da porre sul bancone di un supermercato delle multinazionali del settore energetico.

L’asse Matera- Ferrandina, gentile presidente e gentili membri di giunta e consiglio regionale, è nei fatti l’unica possibilità di tenere unita la regione, anche oltre la celebrazione di Matera 2019, di fronte a sfide che si annunciano mortali per gli sciagurati governanti che non riescono o non vogliono tenere uniti i territori e le loro peculiarità di fronte alla rapacità di un sistema economico che omogenizza, metabolizza ed espelle i reflui delle risorse dei territori che incontra sul suo cammino di cacciatore-raccoglitore (a tanto è giunta la regressione antropologica di un sistema economico che si primitivizza sempre di più).

E se la risorsa Matera finirà nel tubo digerente di un sistema politico cultural-turistico che “se ne frega” della cultura dei territori e dei popoli, di cui è figlia anche la posizione amministrativa degli stessi, e che ad ogni costo persegue la sola maggiore appetibilità di una città meravigliosa rinchiusa in un facile hub che lascia già intuire chi guiderà e gestirà i flussi turistici, ossia la Puglia, la risorsa Potenza, ovvero gli idrocarburi, è meglio gestirla dopo aver rinchiuso questa in un isolamento di fatto che non sarà il freccia rossa per gli allocchi a mitigare, ed in una condizione di dipendenza assoluta del proprio bilancio dalle royalties, non essendo affatto difficile comprendere che per aumentare le proprie disponibilità finanziarie per ciò che della regione rimarrà, occorrerà se non più autorizzare delle nuove estrazioni (che già a leggi correnti ed a riforma costituzionale passata ancor di più ridurranno le regioni a comprimari consenzienti), quanto meno lavorare per diminuire o celare del tutto le contraddizioni e le opposizioni popolari che inevitabilmente si produrranno quando gli obiettivi di estrazione saranno chiari a tutti, compresi gli ingenui che credono ancora che questo presidente stia ben lavorando e non invece facendo da interessato assistente all’eutanasia programmata di una regione.

Ritengo che quella ferrovia che “non s’ha da fare” sia invece centrale per la sopravvivenza della regione e debba divenire l’oggetto di una forte presa di posizione di una comunità regionale che ripensa il proprio futuro e non lo subisce più, chiedendo a gran voce che quel tronco di ferrovia venga completato e messo in opera per consentire ad una comunità d’essere tale e non più una colonia posta in saldo.

Miko Somma, Comunità Lucana

conferenza stampa…

 

comitato carlo levi potenza

Agli organi di informazione

Oggetto: conferenza stampa di Possibile

Si porta a conoscenza degli organi di informazione che domani, venerdì 18 novembre 2013 alle ore 11 presso la sala c del consiglio regionale, si terrà una conferenza stampa di Possibile – Comitato “Carlo Levi” Potenza per illustrare contenuti e modalità di una petizione popolare e delle altre iniziative volte a chiedere le dimissioni di Giunta e Consiglio Comunale di Potenza.

In seguito ai ben noti avvenimenti della cosiddetta anatra zoppa, quadro politico venuto fuori dalle scorse elezioni amministrative, del dissesto di bilancio, del quadro di ingovernabilità sostanziale di questa delicata fase della vita cittadina, di equilibrismi e logiche di sopravvivenza ad ogni costo della Giunta, di una sostanziale inutilità dell’attuale Consiglio Comunale ad essere protagonista in mancanza di margini politici sul bilancio, il sentimento ormai diffuso nella popolazione potentina è quello di una totale sfiducia in una politica ostaggio di filiere di interessi prive di qualsiasi progetto, ma i cui appetiti non mancano di palesarsi persino su quelle ingenti somme messe a disposizione della città per avviarne una trasformazione.

Una città che oggi corre il rischio di essere completamente distrutta dall’incoscienza del non voler ammettere da parte delle sue classi dirigenti che è stata la loro inadeguatezza a delineare progetti minimamente validi e sostenibili a costruire le basi sulle quali sono poi maturati dissesto ed anatra zoppa e dal non voler comprendere che esiste un tempo per ogni cosa e che il tempo per i giochi di palazzo e le “comparizie” allargate è ormai finito.

Chiediamo che Giunta e Consiglio Comunale guardino alla realtà e rassegnino le proprie dimissioni irrevocabili per consentire alla città di andare al voto nella tornata elettorale di primavera, non prolungando inutili accanimenti terapeutici volti alla sopravvivenza di un “inciucio” insostenibile, figlio della peggiore propensione a costruire anche un indistinto “Partito del Comune” pur di conservare scandalosi poteri e relazioni di potere con gli interessi forti della città.

Si ringrazia per la gentile collaborazione.

Potenza, lì 17/12/2015

Possibile, comitato “Carlo Levi” Potenza.

comunicato stampa

 

Comunicato stampa

Possibile chiede le dimissioni di giunta e consiglio comunale di Potenza

Già all’indomani delle scorse elezioni amministrative era evidente che l’insostenibilità politica di questa giunta e del quadro consiliare emerso da elezioni dominate dal gioco delle tre carte da parte di alcuni esponenti politici apicali, sarebbe stato il fardello con cui i cittadini di Potenza avrebbero fatto il conto, e se chiare apparivano le cause politiche ed amministrativo-finanziarie che nel corso di 30 anni hanno determinato i gravissimi disavanzi di bilancio ed una politica vergognosamente mediocre (quando non altro), non altrettanto appaiono ora le motivazioni in base a cui quell’assetto politico dovrebbe essere mantenuto anche in presenza di un non governo sostanziale della città capoluogo.

Non governo che è quotidianamente sotto gli occhi dei cittadini e che, in barba ad ogni dichiarazione, sta corrodendo ogni forma di fiducia non solo verso una giunta che vive dal suo primo giorno di vita di indecenti equilibrismi e logiche di sopravvivenza, non solo verso un consiglio comunale sentito ormai rappresentativo solo di se stesso e di una sua pervicace volontà di continuare ad esistere, nonostante la conclamata inutilità di rappresentare la città attraverso una qualsivoglia progettualità concludente, ma dell’istituzione in quanto tale, rischio questo gravissimo perché mina alla base la democrazia.

Oltre tutte le belle parole e le mirabolanti promesse che da un anno e mezzo ascoltiamo con una certa ilare stanchezza, la realtà purtroppo è che se il bilancio comunale (che ricordiamo non essere solo un semplice adempimento tecnico-finanziario, ma il principale atto politico attraverso cui ogni programma si trasforma in realtà) non è ancora “politicamente” chiuso, nonostante le dazioni regionali ed i decreti estensivi che paiono più il porgere la bombola di ossigeno all’annegando che il tirarlo fuori dall’acqua, l’esistenza stessa della giunta e del consiglio comunale non ha alcun senso, essendo de facto la città già commissariata, con le tariffe ai massimi consentiti ed i servizi ridotti al minimo, tanto da far sorgere spontanea al cittadino la domanda “ma a che serve affrontare i costi della democrazia se ogni margine di manovra della stessa è ormai inesistente?”.

E non vorremmo neppure alludere al continuarsi di quel gioco delle tre carte che giunta e principale partito di “governo-opposizione” nelle sue infinite filiere di interessi mettono in pratica da oltre un anno e mezzo, nascondendo la realtà di una città che prima del bilancio è l’inefficienza e la mancanza di progetto, figlie di diffuse clientele indicibili e della sostanziale, trasversale, incapace mediocrità di una cultura proto-massonica che ha espresso finora un governo ed una cultura di se stessa, ad avere rovinato, corrodendone fondamenta sociali e economiche.

Una città che oggi corre il rischio di essere del tutto distrutta dall’incoscienza del non voler ammettere da parte delle cosiddette classi dirigenti fin qui espresse da meccanismi di consenso clientelari e legati agli interessi particolari di alcuni tycoons, che è stata la propria inadeguatezza sostanziale a delineare tutti quei progetti non aderenti alla realtà concreta di un capoluogo di regione, che deve ridisegnare i suoi ruoli e le sue funzioni, oggi all’incasso della realtà.

Ciò a dire che il sistema dei trasporti non si risolleva concludendo contratti di cui si decantano i costi, ma non l’incidenza dei tagli al servizio, che il sistema dei rifiuti non si risolve con un mero assenso ad un accordo esterno alla città e che fuori città porterebbe il beneficio del rifiuto-nuova materia prima, che il grave problema di una esazione dei tributi al 50% non si rimette in operatività senza intervenire sulla collaborazione dei cittadini e sulla fedeltà degli uffici, che il centro storico non si rivitalizza con le chiacchiere per ammansire esercenti e residenti, che le scuole non si scaldano, i pasti non si servono, i disagi dei portatori di handicap non si risolvono, andando con il cappello in mano a via Verrastro, ma con un ampio progetto che guardi alla città ed al suo ruolo di qui a trenta anni.

Un progetto ampio che Possibile sta attrezzando in forma di un programma di governo della città, che certo non trova qui sede e ratio perché sia illustrato, perché questa è purtroppo la sede della denuncia politica di uno stallo non procrastinabile ulteriormente tenendo in vita tre pazienti morti, un sindaco la cui colpa è l’incapacità a comprendere che la città non si salva giocando a risiko con i “vari pd”, di una giunta a porte scorrevoli, di un consiglio che pur ringiovanito nella composizione, come “anitra zoppa” è persino più vecchio dei precedenti.

Chiediamo così che Giunta e Consiglio Comunale guardino la realtà e conseguentemente rassegnino subito le proprie irrevocabili dimissioni per consentire alla città di andare al voto nella tornata elettorale di primavera, non prolungando inutili accanimenti terapeutici che stanno uccidendo il vero paziente, la città di Potenza, invece che guarirlo, e così ripartire con una nuova maggioranza, figlia della fiducia ad un nuovo progetto da parte dei cittadini, e non invece di quella pessima tradizione di consenso che fin qui ha corroso ogni tessuto di democrazia di una città e di una comunità che merita più di coloro che fin qui l’hanno tenuta ostaggio dei propri interessi di filiera.

A mezzo stampa si preannunceranno le iniziative di merito di cui come comitato di Possibile ci faremo carico perché sia messa fine a questa angosciosa agonia della nostra città.

Miko Somma, Possibile, comitato “Carlo Levi” Potenza

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Gli spazi della politica che occorre liberare

Una delle conseguenze della rottura del novecento e del suo travaso in un millennio totemizzato come globale e dominato da logiche barbariche di finanza transnazionale e crisi dei debiti sovrani, è stata la perdita di giustapposizione tra spazi politici e partiti di massa, giustapposizione che per oltre un secolo ha definito il dibattito interno ai partiti come “il luogo” in cui esercitare la coincidenza della politica nel dibattito stesso ed i partiti come contenitori non statici di quella coincidenza.

Ed è stato proprio il “secolo breve” (ed i suoi drammi), che non ha prodotto quegli anticorpi culturali atti ad impedire che la deriva antropologica dell’individuo contrapposto al collettivo, l’io economico contro il noi sociale, eretta a “motivo ideologico” di una destra che mutava oggetto sociale dalla triade dio-patria-famiglia al più feroce liberalismo economico camuffato da occasione di libertà per tutti, a dare mandato ad una surrettizia controrivoluzione verso culture di sinistra incapaci di reggere il peso delle trasformazioni sociali e politiche e all’affermarsi di un pensiero unico che individuava il mercato come il regolatore ultimo delle dinamiche dei conflitti sociali e politici.

Il partito novecentesco di massa si svuota di contenuto popolare, non necessitando di rappresentare più soggetti sociali “affidati” ora al mercato e alle sue logiche auto-prodotte di rappresentanza degli interessi sociali (interessi dei consumatori), rinunciando il partito stesso a rappresentare linea di difesa e nuova proposta dei diritti dei cittadini, fino a divenire nella trasformazione mero strumento di governo e gestione del consenso in forma di macchina elettorale, non più quindi identificato o identificabile con una soggettività sociale di riferimento.

In poche parole alla perdita di rappresentatività sociale corrisponde la perdita di coincidenza tra spazio politico ed organizzazione partitica, così determinandosi identità politico-sociali non più rappresentate da organizzazioni partitiche, identità che si allontanano sempre più dalla partecipazione, divenendo in tempi rapidi o l’inconoscibile platea dell’astensione tipica d’altronde del modello americano o il magma rabbioso di un visceralismo senza altri sbocchi che affidarsi all’urlatore o al pifferaio di turno.

A sinistra tutto ciò si conclama nel decorso del tempo e nell’incancrenirsi della deriva, nell’impossibilità per il PD di rappresentare alcunché di socialmente rilevante che non il neo-peronismo renziano che di fatto l’ha trasformato definitivamente in un soggetto politico che agisce ormai da sponda destra di una sinistra distaccata dal sociale, una macchina elettorale che vive di slogan e frasi fatte. Ma si conclama nel tempo anche l’irrilevanza numerica forme di sinistra identitaria (o “bambina”), così determinandosi uno spazio politico a sinistra non corrispondente ad alcun partito, un vuoto di rappresentanza politica.

Di qui l’opportunità di andare oggi a determinare un interfaccia che riconnetta quella sinistra culturale, sociale, diffusa e affatto scomparsa nel nostro paese, quella che oggi si astiene per mancanza di punti di riferimento, o quella che si tura il naso votando PD, ma che vorrebbe tornare a respirare, o ancora quella che preferisce l’irrilevanza sostanziale di SEL o del cinque stelle, disperata per cambiamenti di questo paese che non maturano mai o per ribrezzo verso pratiche e personale politico da paese delle banane, opportunità cioè di far coincidere un innegabile spazio politico a sinistra con nuovi soggetti politici a sinistra.

La mia uscita dal PD significa la necessità imprescindibile di costruire qui e nel paese il soggetto di un cambiamento radicale di paradigma sociale, economico ed infine politico divenuto necessario non solo per riacquisire il senso di come oggi possa essere declinata e cosa significhi la parola “sinistra” nella modernità, ma per provare a costruire reali alternative ad una democrazia bloccata, ricostruendo nella trasversalità plurale di una sinistra diffusa numeri e ragioni di una sinistra radicata nel sociale che non è scomparsa, ma che necessita di trovare nuove sponde politiche in cui rimanifestarsi.

Sinistra che significa equità di partecipazione fiscale, modelli di sviluppo antropico a risorse, territorio, sociale, cultura e storia di un paese e di un continente che devono riprendere ad essere l’Europa dei trattati di Roma e non più lo spazio di libera circolazione della speculazione finanziaria, solidarietà per relazioni di tenuta sociale e di salvezza per un paese in denatalità, cultura e formazione scolastica non funzionali agli interessi del mercato, ma che creino cittadini in grado di partecipare e non solo subire i cambiamenti, politica come esercizio delle relazioni tra corpi sociali nei conflitti e non la vessazione di maggioranze costruite ad uso e consumo di interessi terzi, ma anche quella onestà intellettuale da cui sola origina l’onestà materiale che vive ormai nel disagio dei cittadini verso politica e amministrazione.

E, mi sia consentito, qui da noi, come sopravvivere al petrolio ed al modello esarcale che soffoca una terra di feudalesimo, rilanciando l’offensiva per costruire una regione possibile e non pavoneggiandosi in inutili parate contro le ricerche di idrocarburi in mare, quando poco o nulla, anche recentemente, s’è fatto per quelle in terra, rinunciando alla dignità di un altrove scontato ricorso alla corte costituzionale.

Per costruire quella Basilicata possibile in un’Italia possibile, aderisco a Possibile, il movimento politico nato dalla fuoriuscita di Civati dal PD, che aspira ad essere quell’interfaccia tra le sensibilità differenti della sinistra diffusa italiana per provare a ridar senso alla parola sinistra, ma soprattutto alle pratiche con cui essa si declina nella società per superare modelli economico-sociali fondati sull’esclusione dei tanti e sulla rapina dei pochi, e sono già da oggi al lavoro per la costruzione di circoli nella mia città, Potenza, ed in tutta la regione. Perché ci sono spazi della politica che occorre liberare, qui ed ora.

Miko Somma

Comunicato stampa

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Tra vassalli e felloni, le ragioni dell’uscire.

Dopo una profonda riflessione per il rinnovo della tessera, quel senso di disagio politico ed umano che da molti mesi ormai mi pervadeva sia rispetto all’assetto nazionale di un PD in balia dei diktat destrorsi renziani, sia rispetto alla tragedia di un partito locale che continua a coltivare tanti personalismi divisivi e laceranti invece che quel senso di responsabilità verso una regione fragile che sono i fatti a rendere necessario, si è infine conclamato, nell’assemblea di domenica, in forma di un ormai insopprimibile rifiuto intellettivo ed epidermico a continuare la permanenza in un partito vassallo di se stesso e delle logiche ameboidi di supposto “partito della nazione” con cui, inglobando tutti, ha finito per perdere ogni connotazione di sinistra come pratica costante di ricerca di soluzioni alla disparità sociale.

E non trovando più alcunchè di sinistra, fosse pure in forma evocativa, in questa formazione politica a cui pure avevo aderito nella profonda convinzione che nei suoi numeri si salvasse paese e regione da quelle pericolose derive populiste che individuano in ogni male una propria, viscerale, ragion d’essere che nutre di illusioni e rabbie senza prospettive concrete un popolo ormai stanco, la mia decisione era ormai scontata ed ha trovato ieri, di fronte a una ennesima incapacità di una dirigenza a rispondere al drammatico reale conclamatosi paradigmatico nelle sconfitte alle amministrative altro che con l’inutile, ennesimo rinvio consumato in nome di equilibri tra boiardi che ai lucani interessano sempre meno, la sua naturale valvola di sfogo, andare via per fare altro ed altrove.

Mettendo solo temporaneamente da parte ogni considerazione di carattere nazionale, eppur dirimente rispetto alla mia scelta di uscire da questo PD, è qui, in questa regione, che il senso del cambiamento da significare ai lucani avrebbe dovuto e potuto passare da un cambio di marcia programmatico che è in primo luogo sul ricambio di personale politico che doveva transitare per essere credibile e così porsi come significante di un riavvicinamento del maggiore partito regionale alle ragioni profonde dei lucani, e appare allora strano che rinviare ancora possa essere una presa d’atto del profondo solco che ormai divide il popolo lucano dal PD di Basilicata, dai suoi uomini di punta e dalle costose corti che ne affollano la rappresentazione concreta nella amministrazioni locali e regionali.

Gli ultimi giorni di Pompei potrebbe pensare qualche facilone della politica o un tentativo di operare un atto di sintesi resistenziale di una classe dirigente incapace di percepire la realtà, preferendo piuttosto una sua rappresentazione di comodo, potrebbe pensare qualcuno più avveduto, di fatti permanere nel PD avrebbe significato continuare a digerire ciò che non è più digeribile, un moderno medioevale fatto di vassalli e qualche volta di felloni che misurano i propri poteri mentre la regione affoga nelle mire di petrolieri, privatizzatori d’acqua, padroni del vento, signori dei rifiuti ed in ogni genere di nefandezza coloniale che caratterizza una regione dove gli eletti ed i nominati sono la rappresentazione plastica di piccole signorie o pronte alla svendita o dedite al sonno della ragione.

Continuare a rimanere nel PD avrebbe allora significato soffrire la malattia dei militanti che credono in una politica strumento di crescita civile e sociale di una comunità ed ogni giorno però devono misurare la distanza tra il loro desiderio e l’amara realtà che li prende in giro, francamente troppo per uno come il sottoscritto, abituato da anni a combattere per l’idea di regione possibile in cui crede, sostanziata in un impegno reso concreto in un programma politico-amministrativo che è ormai tempo di rimettere in marcia, piuttosto che sperare ne sia presa ed applicata la ragione profonda.

E così senza rancore alcuno riprendo il mio cammino, che oggi necessita di strumenti di cambiamento non più delegabili ad “empirei di indispensabili”, ma da costruirsi quotidianamente nella pratica di che sinistra a livello nazionale possa essere alternativa alle logiche della destra e non più fotocopia delle stesse, e quale progetto possa convincere i lucani che questa terra può ancora farcela.

MIko Somma

comunicato stampa

il presente comunicato viene pubblicato come tale, ma non inviato per problemi sull’account di posta elettronica…vogliano pertanto giudicarlo un comunicato stampa a tutti gli effetti gli organi di informazione

Più del governo delle cose contò il bilancino

Premettendo che nulla di personale mi oppone a Luca Braia, pur nell’evidenza di sostanziali, differenti retroterra culturali, politici ed antropologici, la sua nomina assessorile mi lascia perplesso non solo su competenze specifiche per ricoprire una carica che rappresenta poste finanziarie molto rilevanti per la regione (i fondi comunitari) e un fondamentale asse vocazionale del nostro sviluppo regionale, quanto sulle modalità che lo hanno portato a sostituirsi ad un “tecnico” vero, il pur criticabilissimo ottati, in un non meglio precisato rimpasto che, restando tale, non si comprende come rappresenti quel ritorno alla politica, auspicato da tanti, e non piuttosto una cencelliana spartizione delle postazioni che “farebbe” ritornare il sereno nella tormentata casa del Pd di Basilicata.

Che la nomina di Braia quindi si consumi non solo sulle promesse alla famiglia antezziana di ottenere “posti al sole” per i rampolli dopo il determinante appoggio alle primarie per la scelta del candidato alla presidenza della regione e sul debito accumulatosi alle primarie per la segreteria regionale Pd, dove il “povero” Braia è stato “bruciato” sula pira delle contingenze e dei numeri, quanto soprattutto sull’altare delle elezioni amministrative a Matera in un do ut des per assicurare sostegno a un Adduce in cui non si vorrebbe replicare quanto già accaduto a Potenza, dovrebbe essere chiaro a tutti.

Così chiaro apparirebbe il bilancino degli equilibri che salva una candidatura di peso – ma reggerà poi l’impegno degli antezza-renziani a Matera? – ponendosi però forte il tema di un eccesso di fungibilità della giunta regionale a “fatti” altri rispetto a quanto ragionevolmente ci si aspetterebbe, rendendola di fatto la merce di scambio per accordi di pace più duraturi dell’attuale tregua armata tra le astiose tribù familistiche del Pd lucano.

Tribù che, lungi dal condividere altro che l’ingresso di casa, sono tuttavia più pronte alla costruzione di sala mensa comune in cui “costringere” a capotavola il satrapo tardo-renziano Pittella, dividendo pane e companatico, che indurre il governatore a rivedere i suoi obiettivi ed i suoi metodi e così rilanciare la progettualità plurale di cui pure si sentirebbe la necessità.

Perché – triste ammetterlo per chi, come il sottoscritto, era entrato nel Pd per tentare di “usare” i suoi numeri per obiettivi più congrui alla natura reale di territorio e popolo lucano – il Pd di Basilicata non è un partito, ovvero luogo di dibattito e confronto anche aspro, ma un’accozzaglia di generi politici dove il cemento unificante è una continua mediazione sulle postazioni e mai sui temi, che la natura del Pd nazionale indirizza e governa secondo le logiche renziane di un partito-nazione come morte definitiva della politica e dei pensieri politici in nome di un consenso indifferenziato che trasla principalmente per il vero partito, quello degli eletti che fa da parterre ad un monarca, alla sua corte ed ai satrapi locali.

Non stupisce allora che la nomina di Braia, a cui comunque faccio gli auguri di ben operare, anziché scatenare putiferi di indignazione per i modi ed i tempi in cui è nata e per le sue competenze, invero scarse, in un settore dove la politica “deve” intrecciarsi con una “visione” del mondo agricolo per divenire reale governo del settore – e neppure voglio parlare dell’opportunità per altre cause – venga salutata con entusiasmi da social network ed obblighi di filiera dagli uni, i renziani convinti e i convertiti di comodo, e supinamente accettata dagli altri, perché probabilmente tutto verrà presto compensato in riedizione del racconto triste che al governo delle cose, in un momento di grave difficoltà economica e sociale per questa regione e per i suoi abitanti, preferisce il bilancino del riequilibrio delle postazioni.

Miko Somma

contributo/comunicato stampa

Tra il martello dell’italicum e l’incudine del nuovo senato.

Tralasciando gli effetti della cosiddetta riforma del titolo V della Costituzione, di cui molte volte ho avuto occasione di parlare, sia per stigmatizzarne effetti di forte centralizzazione di potestà legislative ad oggi devolute alle autonomie locali, sia per avvisare di “effetti locali” di tale deprivazione potestativa che non mancheranno di farsi sentire sulle risorse naturali, la gestione delle acque, il ciclo dei rifiuti e via discorrendo, a concentrarsi sulla nuova struttura istituzionale designata da una riforma che cambia la forma di governo del paese, consegnandolo ad un premierato forte senza basi logiche per la nostra cultura democratica, e soprattutto senza contrappesi che in altre culture consentono la sopravvivenza di forti decisionalità accentrate nel rispetto delle garanzia democratiche, il quadro appare fosco.

Il nuovo senato sarà composto da 95 componenti eletti dai consigli regionali, quindi da maggioranze consolidatesi altrove che a livello nazionale, più 5 nominati dal Capo dello Stato in carica per soli 7 anni, eliminandosi così la figura del senatore a vita. 95 componenti, eletti dalle assise regionali con un metodo proporzionale (e tra cui almeno un sindaco), che quindi se avranno competenza legislativa su riforme e leggi costituzionali, sulle leggi ordinarie potranno solo chiederne modifica alla Camera, che non sarà obbligata a tenerne conto se non per leggi che riguardano il rapporto tra Stato e Regioni, in ogni caso potendone respingere la richiesta con voto a maggioranza assoluta e ci chiediamo allora se tale strumento legislativo serva a qualcosa, non avendo né caratteristiche di Camera delle Regioni, né di una struttura di ripensamento legislativo tarato sugli impatti delle leggi che riguardano i territori.

Il disegno di sommare ad una Camera eletta senza preferenze grazie all’Italicum, un Senato con una legittimazione di secondo grado, quindi con un deciso regresso del livello di incidenza popolare sui processi decisionali, dunque si compie, ma la stessa norma che struttura un Senato ininfluente di fatto sulla legislazione ordinaria, definisce un “ente inutile” probabilmente sistematicamente ignorato, anche per via di quelle maggioranze assolute per respingerne le richieste di revisione sulle leggi di interesse Stato-regioni, che è la stessa composizione maggioritaria della Camera, 354 seggi alla maggioranza, a rendere opzionale.

Ma stranamente  il nuovo Senato ha piena potestà legislativa su riforme e leggi costituzionali, con ciò delineandosi in concreto l’ipotesi che se la maggioranza del Senato, quindi dei consigli regionali, avrà stesso colore politico di quella alla Camera, tutto – ma proprio tutto – potrebbe essere approvato senza la difficoltà delle maggioranze qualificate, mentre, prevalendo al Senato un colore politico opposto a quello espresso alla Camera, potremmo trovarci di fronte ad una inedita trincea ostruzionistica fra chi ha legittimazione di primo grado, la Camera, e chi, il Senato, l’avrebbe di secondo grado, in un quadro in cui un grande peso avranno proprio i 5 senatori di nomina presidenziale, il cui peso proporzionale al Senato aumenta sino al 5% del totale dei senatori, di fatto costituendosi un “partito del Presidente”, la cui figura di garante potrebbe a quel punto divenire meno neutrale.

Ma le conseguenze più pericolose, quelle che a mio avviso delineano il premierato forte di cui pavento l’apparire in una cultura nazionale affatto pronta, riguardano l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali.

I senatori parteciperanno all’elezione del Presidente della Repubblica per eleggere il quale sarà, come oggi, necessaria la maggioranza dei 2/3 sino alla terza votazione, dei 3/5 nelle successive quattro e della maggioranza assoluta dalla nona in poi, in un limite così evanescente che al partito/coalizione di maggioranza basterebbe solo non partecipare alle votazioni fino alla nona per scegliersi un Presidente della Repubblica completamento “fatto in casa”, con buona pace della garanzia per tutti che la figura del Presidente deve necessariamente rappresentare.

Sinora il collegio elettorale per l’elezione del Capo dello Stato era di 630 deputati più i 320 Senatori (quindi compresi i senatori a vita) più i 58 delegati regionali, per un totale di 1.008 grandi elettori, la cui maggioranza assoluta per l’elezione del Presidente della repubblica era di 505. Nel nuovo Parlamento riunito in seduta comune con 725 membri la maggioranza è di 363 voti e così considerandosi che con l’Italicum, la maggioranza disporrebbe già di 354 seggi alla Camera, ciò significa che con il voto di soli 9 senatori, questa stessa eleggerebbe il Presidente della Repubblica da sola ed ancor peggio quel che riguarda l’elezione dei giudici costituzionali, dove, ad una maggioranza di governo d’accordo con il Presidente, basterebbero solo 4 senatori per prendersi tutti i 5 giudici, che andrebbero ad affiancarsi ai 5 di nomina presidenziale, quindi con 10 giudici di maggioranza su 15.

Una manovra questa tra riforma del Senato e approvazione della legge elettorale Italicum, che rischia di schiacciare tra un’incudine ed un martello la democrazia, pure imperfetta per gli uomini che l’hanno interpretata e non certo per l’architrave della nostra Carta Costituzionale, che abbiamo ereditato da una guerra ed una dittatura, una manovra pericolosa e di cui appare chiara la vocazione al premierato forte, una opzione istituzionale che l’attuale Presidente del Consiglio identifica completamente con se stesso, chiarendo definitivamente il senso della democrazia che egli incarna.

La sinistra non può indugiare oltre, avendo finora troppo consentito a costui di avanzare in un’opera di distruzione democratica che ha come fine ultimo lo stravolgimento della rappresentanza da popolare a fortemente e lobbysta, la trasformazione del diritto al/del lavoro da fonte di dignità a funzionalizzazione ai cicli economici globali e al profitto di impresa senza regole, la sottomissione più cupa dell’ambiente e delle risorse naturali alle logiche corporative ed alle mire delle multinazionali, l’intromissione privata nel ciclo degli interessi pubblici legati alla previdenza, all’assistenza, alla sanità, alla scuola, la messa in mora dei diritti acquisiti nei confronti della lotta per la sopravvivenza in uno stile darwiniano dove si fatica a comprendere se vi sia ancora posto per i più deboli.

Altrove ciò magari lo si chiamerebbe un golpe bianco, consumato nella complicità abietta per motivi di sopravvivenza personale di chi più di tutti avrebbe il dovere di comprendere, la sinistra nell’accezione più vasta che ciò rappresenta, ed organizzare forme di resistenza attiva a questa deriva, resistenza attiva che certo non si comprende quale funzione avrebbe mai se la si fonda sempre su un “ultimo si” pronunciato al soglio di un trono su cui ormai siede un piccolo, piccolo dittatore. E farlo cader dal trono per rimettere la strada delle riforme sulla via corretta, ciò che serve al paese, è un compito di sinistra.  

Miko Somma

Comunicato stampa

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Qualche “noi” che mal s’addice ad un accento senese.

Quando ci si reca in Val d’Agri a parlare di zone franche, come ha fatto l’assessore Berlinguer, sarà a causa dei numerosi precedenti, sarà per un minimo di conoscenza delle legislazione di riferimento, ma il mio sospetto è che si dia in pasto farina di millanteria ad allocchi, piuttosto che parlare di cose serie. Se infatti si parla di zone franche e così della fiscalità di vantaggio a cui allude l’assessore sulle accise dei prodotti energetici, il primo problema è l’uso di una terminologia precisa, senza cui si rischia anche di non farsi comprendere, peggio, di essere frainteso, o ancor peggio, di volere menare il can per l’aia, suggerendo l’osservazione del dito zona franca piuttosto che della luna, lo sfruttamento petrolifero.

La fiscalità di vantaggio è una agevolazioni fiscale che comporta una contrazione di gettito per l’ente erogatore, in questo caso lo stato, a vantaggio di determinati soggetti, i cittadini della Val d’Agri, e data per scontata l’esclusione di altri, il resto dei cittadini italiani e lucani, che pur si trovano nelle medesime condizioni in termini di presupposti impositivi e di capacità contributiva, deve essere motivata in termini oggettivi, il perché si agevola in quel luogo, e sostanziali, come e quanto si agevola fiscalmente, ed in quanto trattasi di un’agevolazione che crea sperequazione, deve contenere l’elemento di riequilibrio per cui si adotta il vantaggio nel riconoscimento di uno svantaggio locale conclamato, reso evidente e generalmente riconosciuto nella sua materialità, quindi nel caso disagio ambientale/economico.

Le zone franche trovano spazio normativo all’interno del diritto doganale comunitario, qualunque sia l’espressione e lo spazio giuridico che le connota negli stati membri della U.E. all’interno delle rispettive normative nazionali, e le disposizioni che le regolano sono al Reg Cee 12.10.92 n. 2913, Istituzione del Codice Doganale Comunitario, e Reg Cee  2.7.93 n. 2454, Disposizioni di Applicazione del Codice, ricondotte a due sole definizioni, zone franche e depositi franchi, con la seguente dizione, “Le zone franche o i depositi franchi sono parti del territorio doganale della Comunità o aree situate in tale territorio, separate dal resto di esso…Gli Stati membri possono destinare talune parti del territorio doganale della Comunità a zona franca o autorizzare la creazione di depositi franchi.”, espressione di fatto poi emendata nell’approvazione da parte del parlamento europeo l’11/09/2013 del nuovo Codice Doganale, che, introducendo alcune modifiche, ha eliminato la distinzione tra deposito franco e zona franca, inserito le zone franche tra i regimi doganali speciali di deposito e non più tra altre destinazioni doganali e abolito le zone franche “non intercluse” (di cui all’articolo 168 bis del previgente codice).

A seguito di queste precisazioni l’elenco delle zone franche in Italia è costituito dal Punto Franco di Trieste, dal Punto Franco di Venezia, dalla Zona Franca di Gioia Tauro, unica zona non interclusa in Italia. Valle d’Aosta e Gorizia sono nominalmente zone franche, ma le esenzioni/agevolazioni fiscali di cui godono sono dovute a leggi dello stato che compensano la mancata istituzione della zona franca e non a specifici provvedimenti europei, mentre la città di Livigno, a norma dell’art. 3 del Codice è zona extradoganale, così connotandosi un territorio doganale della Repubblica Italiana costituito dall’intero territorio nazionale, tranne i comune di Livigno, il comune di Campione d’Italia, le acque nazionali del lago di Lugano,conunichezonefranche quelle citate.

In conclusione, se si parla di zona franca, che sia integrale, che sia zona franca al consumo o si tratti di altre espressioni, occorre ricordare che non esiste alcuna definizione giuridica alla quale riferirsi, e la precisazione non è peregrina, trattandosi nel caso delle dichiarazioni dell’assessore Berlinguer o del fumus millantatorio di qualcosa che non esiste ancora nella legislazione europea, seppur fosse quella italiana ad istituire una simile prospettiva di esenzione/agevolazione fiscale per la Valle dell’Agri, o di una forma di suadenza collettiva che sostanzialmente agita sempre la stessa carota davanti all’asino affamato per convincerlo a tirare la carretta. Di sostanza giuridica nelle sue dichiarazioni non v’è nulla.

E non vi è nulla perché se perno centrale del complesso di creazione di queste aree è l’art. 107 CE, il cui contenuto è concepito come garanzia del principio di libera concorrenza, a sua volta posto a difesa del mercato comune, stabilendosi che, salvo deroghe contemplate dal Trattato, sono incompatibili con il funzionamento del mercato comune, e vietati “nella misura in cui incidano sugli scambi”, gli aiuti in qualsiasi forma concessi dagli Stati quando “favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza“, non si comprende sulla base di quale normativa europea un tale beneficio territoriale possa essere concesso, demandandosi così a totale carico dello Stato italiano il peso del mancato gettito erariale. Così la domanda che sorge è “Può lo stato italiano assumersi tale gravame e sostenerlo in sede europea come attività non influente sulla libera concorrenza?”

Se poi l’assessore, giocando sui termini e supponendo l’asino ad interlocutore, parla di un qualcosa di simile alle zone franche urbane (ZFU), occorre ricordi che questa espressione nel panorama giuridico italiano è stata introdotta con la legge 27.12.2006 n. 296, chiarendosi che l’obiettivo della zona franca urbana è quello di sostenere le attività economiche in zone urbane svantaggiate, rafforzando le attività economiche con incentivi in forma di esenzioni/sgravi fiscali e sociali, consistenti in 1) esenzione dalle imposte sui redditi per cinque anni, 2) esenzione Irap, 3) esenzione Imu, 4) esonero versamenti dei contributi previdenziali, in un regime di aiuti autorizzato dalla Commissione in base all’art. 87, par. 3  lettera c del Trattato CE., essendo state istituite 44 zone franche urbane, tra cui Matera, nel decreto attuativo del 19/03/2013 a firma del ministro dello Sviluppo Economico Passera. Ma l’assessore non parla certo di questa possibilità, non trattandosi nel caso della Val d’Agri di un comprensorio urbano.

Allora forse l’assessore parla delle Zone Economiche Speciali o forse delle Zone Franche Fiscali, i cui contorni però non sono definiti a livello comunitario, essendosi delineata opposizione della precedente Commissione su due proposte della Merkel, la Zona franca fiscale per il porto di Amburgo e le zone economiche speciali per i paesi in crisi dell’Europa Mediterranea, evento che crea un precedente forse invalicabile per l’attuale Commissione presieduta da Juncker.

Non rimane allora che pensare a forme di fiscalità di vantaggio a livello regionale, dove l’orientamento precedente, cioè che le agevolazioni fiscali, disposte attraverso riduzioni del carico tributario, fossero acquisite al regime degli aiuti sull’assunto dell’equivalenza fra mancata realizzazione di gettito e spesa erogata a carico del bilancio dello Stato, è stato ribaltato con la sentenza del 6/09/2006 della Corte di Giustizia, che riguarda misure di riduzione delle aliquote delle imposte personali e sulle imprese nella Regione autonoma delle Azzorre, che la Commissione ritenne aiuti di Stato autorizzabili parzialmente, in quanto finalizzati a superare gli svantaggi dell’insularità, affermando di fatto che è il territorio nel suo specifico fisico-istituzionale a rappresentare il contesto in relazione alla selettività della misura.

I parametri di valutazione vengono individuati in uno statuto politico/amministrativo distinto da quello statale, un potere di assumere decisioni di politica fiscale senza l’intervento dello Stato, la mancanza di compensazione della riduzione del gettito mediante sovvenzioni ad opera del governo centrale, così chiarendo che è l’autonomia regionale a suggerire l’ammissibilità dell’esenzione, quindi in sostanza un provvedimento che in Italia riguarda le sole autonomie statutarie delle regioni a statuto speciale e non certo la Regione Basilicata.

Allo stesso livello opera anche la legge 5/05/2009, n. 42, “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’art. 119 della Costituzione”,  che all’art. 7 comma c  recita: “ c) per i tributi di cui alla lettera b), numero 1),(tributi propri derivati, istituiti e regolati da leggi statali, il cui gettito è attribuito alle regioni) le regioni, con propria legge, possono modificare le aliquote e disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni nei limiti e secondo criteri fissati dalla legislazione statale e nel rispetto della normativa comunitaria; per i tributi di cui alla lettera b), numero 2), (le addizionali sulle basi imponibili dei tributi erariali), le regioni, con propria legge, possono introdurre variazioni percentuali delle aliquote delle addizionali e possono disporre detrazioni entro i limiti fissati dalla legislazione statale;”, non riguardando ciò le accise sui carburanti che sono appunto materia statale.

Quindi se di cosa parli l’assessore Berlinguer non è chiaro nel contesto normativo, chiaro invece ci appare l’approccio sempre più politico dell’assessore il cui ruolo doveva essere tecnico, definendosi nei suoi interventi sempre più spesso una sorta di potere di indirizzo sulla destinazione programmatica dei territori che è tipico della politica e che, nel caso di specie, sembra volere dire ai cittadini della Val d’Agri “rassegnatevi al petrolio per molto, molto tempo, nel frattempo eccovi il miraggio, che la carotina forse seguirà”.

Sarebbe allora il caso che il presidente Pittella chiarisca se l’assessore ha ruolo politico senza essere stato eletto in questa terra, nonostante l’uso di qualche “noi” che mal s’addice ad un accento senese.

MiKo Somma, partito democratico

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La chiarezza delle scelte.

La situazione determinatasi al comune di Potenza è nota e non necessita di ulteriori commenti, sia per le fasi che hanno preceduto le elezioni, sia quelle tra primo e secondo turno, sia infine le fasi seguenti, quelle dove in un sequenza bizzarra e schizofrenica si è consumato un dramma, la liquefazione della politica cittadina o di quanto ne rimaneva, divenendo così la dichiarazione di dissesto l’epifenomeno di di quella stessa liquefazione.

Ciò chiarito, senza entrare in lunghe analisi storiografiche su una città presa in ostaggio da dinamiche altre rispetto a quelle dell’essere bene amministrata, quello che emerge è un panorama desolante che si palesa oggi drammaticamente non nel punto programmatico con cui si cercano le “larghe intese”, ma nelle larghe intese fini a se stesse (o alla “putenzes”), che ci si dà pena di spacciare come viatico per la salvezza della città dal commissariamento (inevitabile a mio avviso, stante la non congruità tra le previsioni di spesa e quelle di entrata per il 2015), individuando così il male nel bilancio, quasi eretto a totem, e non nelle metastasi della cattiva politica che ne ha prodotto i guasti su cui intervenire.

Cattiva politica che non è solo però il mal amministrare, sbagliando cioè obiettivi e perseguimento di questi, ma anche il non avere programmi e, duole forse ad alcuni doverlo ammettere, questo sindaco e la sua composita “anatra zoppa” non hanno mai avuto un programma, avendo sempre considerato il risultato di vittoria come evento impossibile, né lo hanno mai ipotizzato in 6 mesi spesi a minacciare di carte portate in procura, a spendersi sui social in compositi mantra contro i “vampiri”, a costruire sensi comuni di auto-giustificazione nell’opinione pubblica, e non, come pur ci si poteva aspettare, a mettere in piedi una visione e una strategia amministrativa convincente ed efficace, limitandosi all’atto politico, e non amministrativo, di un dissesto usato come base su cui costruire un ricatto per la sopravvivenza.

Ora è chiaro che le responsabilità del centrosinistra potentino sono evidenti, come altrettanto evidenti le responsabilità che decorrono per tutte le giunte susseguitesi dal post-terremoto, ma ciò non basta e non basterà per costruire una alternanza, servendo appunto il progetto e l’attribuzione a questo e solo a questo di chiamate alla responsabilità collettiva sulle quali poi costruire percorsi condivisi, mancando il quale il giudizio ovvio dei cittadini sulle stesse larghe intese sarebbe quello di un inciucio costruito a tavolino. Cosa la politica non può più permettersi, persino dal suo stato liquido, persino a Potenza

Così nel gioco denominato “a chi tocca muovere?”, parrebbe che ora la palla sia nelle mani di un pd di Potenza che di fatto è inesistente come entità democratica, nella sua non convocazione degli organi di assemblea, palesato anche dalla chiusura della sede cittadina, e “commissariato” da capicordata che a tutti i cittadini appaiono come correi di tale situazione – ed evidentemente costoro ignorano o fanno finta di non vedere che a tale sostanziale giudizio di correità occorrerebbe rispondere con il senso di responsabilità del mettersi da parte e non giocare alla ulteriore liquefazione della politica, inseguendo larghe intese senza un progetto.

Chiedo pertanto, credendo di interpretare sentimenti diffusi tra gli iscritti, che il segretario cittadino, nel presentarsi dimissionario, come pure il sottoscritto gli chiedeva per tempo dopo le elezioni, insieme a tutta la segreteria, ad un congresso cittadino di cui non si conosce la data nonostante l’urgenza di una convocazione, riconosca la marginalità nelle trattative con il sindaco della sua figura di capogruppo, così come per l’interezza della gestione di questa fase delicata, e convochi subito l’assemblea degli iscritti pd di Potenza, assemblea a cui sola poter delegare un vero dibattito e la decisionalità esclusiva sul sostenere la giunta De Luca o fare in modo che essa termini nella mancanza fattuale dei numeri democratici, decisione questa che implica collettivo perché si ritrovi dignità e senso politico.

Responsabilità della politica è la chiarezza delle scelte, la buona amministrazione ne è conseguenza.

Miko Somma, partito democratico.

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La trasparenza opaca

Sono tempi in cui la parola trasparenza assume rilievo particolare nella comunicazione, sia da parte di chi la invoca da amministratori e politici, con ciò generandosi domande su etica della stessa politica e sua percezione in una visceralità che troppo spesso esprime condanna preconcetta/preventiva, sia da parte di chi, più o meno impegnato nella cosa pubblica e nelle sue responsabilità, tenta di offrirla ai cittadini in modi e tempi che però sempre più spesso si rendono merce di scambio tra richieste ormai trasversali di nuove pratiche politiche e tentazioni in agguato di far assumere alla risposta, quindi alla pretesa trasparenza sui propri atti, valore di puro significante retorico, di maniera, tale così da eludere ed inertizzare quella stessa richiesta.

Accade così che sia soprattutto sui social, strumento a cui innegabilmente oggi tanti cittadini ricorrono nel tentativo di distinguere tra vero e verosimile in politica (più spesso ricadendo nella seconda), che si ricorra ad usi autogestiti, o gestiti da supposti professionisti della comunicazione, di pagine dedicate all’attività di politici ed amministratori, a volte persino di istituzioni, nell’ottica di soddisfare in modo più diretto una moderna bulimia del cittadino di notizie e dati, purtroppo spesso falsati non dal dato in sé, ma dalla comunicazione dello stesso più in forma di spot idolatra per tifosi (ed ovviamente al contrario per i non tifosi) che di informativa concludente, generandosi così commenti, quindi partecipazione, o ai limiti della teologia servile o oltre ogni ragionevole contestare comunicazione, personaggio, istituzione, dovendosi forse concludere che i social a volte non servono a comunicare trasparenza, informazione in sintesi, ma per innescare pure passioni, in uno specchio triste di cosa la politica sia diventata.

Verrebbe da chiedersi quale sia l’utilità per il politico “vero” di aprire sui social una propria pagina solo per accogliere commenti di lode acritica dai supporters, se non appunto auto-elegia narcisista fondata sul senso del pecorile da un verso o ipocrita accoglimento della contestazione (a cui quasi mai viene fornita esauriente spiegazione), e così vien da chiedersi senso e utilità di pagine di istituzioni, che ben altre finalità devono avere, che non fare da camera del rosario supplice o da vomitatoio pubblico.

Ma il punto non è trattare di comunicazione, quanto chiedere conto del perché presidente della giunta regionale e giunta stessa abbiano aperto due pagine facebook a pagamento, sponsorizzate si direbbe nel cifrario linguistico del social, i cui contenuti non paiono informativi, quanto elegiaci dei “mi piace” di maniera e dei commenti dal tono calcistico a cui ovviamente, nell’impossibilità di alcun “non mi piace” in cui si esprimerebbe contrarietà più o meno motivata all’operare dell’istituzione, si accompagnano sia critiche serrate e legittime, ma anche offese, visceralismi ed argomenti da suburra, in un contesto dunque nulla affatto adatto all’ufficialità, seppur supposta colloquiale e diretta, che la comunicazione di una istituzione (ed istituzioni sono il presidente di una giunta regionale e la giunta, anche su un social) deve assumere per essere appunto informazione cogente e concreta e non altro.

E se su quelle pagine non c’è vera informazione, ma la comunicazione continua di uno spot elettorale e dal sapore personalistico, il cui costo ritengo non debba essere a carico della collettività, sovviene la domanda se non occorra chiarire nei dettagli modalità ed esercizio di quelle pagine – chi scrive, per conto di chi scrive, cosa scrive, chi lo/a controlla, come è stato inquadrato/a, a quanto ammonta il suo emolumento, che supponiamo non essere a carico del presidente e/o dei membri della giunta, visto il carattere che pretendono di assumere le pagine in questione – con il più chiaro approccio informativo ed i maggiori dettagli che magari una pagina di giornale può assicurare? In altri termini il presidente ci spieghi come mai dovrebbero essere le casse pubbliche a pagare il lavoro di qualcuno di cui non sono noti troppi particolari per desumerlo come pacificamente accettato a carico della collettività.

E tale prima domanda andrebbe soddisfatta con un dettagliato rapporto pubblico sulla interezza di una struttura informativa di cui i lucani invero poco conoscono, a cominciare dai collaboratori del gabinetto di presidenza ed assessori, per finire alle attività ed all’organigramma del sito basilicatanet, di cui forse andrebbero chiaramente indicati numero, mansioni ed inquadramento di collaboratori e responsabili, mission, costi globali di esercizio, allocazione logistica e via discorrendo nei tempi più rapidi possibili, chiedendosi se non sia poi il caso, nell’evenienza dei pesanti e noti tagli al bilancio regionale esplicitati nella legge di stabilità e dalla revisione e qualificazione della spesa, di razionalizzare quegli stessi costi che, se dobbiamo supporre ragionevoli, vanno però anche esplicitati con chiarezza, ed a cui debbono corrispondere servizi efficienti, anche rimettendo in funzione qualche link su trattamento economico e patrimonialità degli assessori.

La trasparenza dev’essere informazione, quindi significato, non propaganda, quindi mero significante, nel cui caso è la stessa trasparenza a divenire opaca.

Miko Somma, partito democratico.