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Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 1 Agosto 2010

Un cambio di passo o un cambio di gambe?

 

Se configurino dei reati gli avvisi di garanzia sulle presunte indebite percezioni di contributi agricoli U.E. saranno i tempi tecnici di esame prima degli eventuali rinvii a giudizio e definitivamente tutti i gradi di giudizio a stabilirlo, se delineino poi anche uno scandalo saranno invece la memoria a volte corta e la coscienza civica collettiva a volte latitante dei lucani a dirlo, ma una riflessione sul settore primario e sulle relative politiche di programmazione e sostegno tocca pur aprirla.

 

Il reato di truffa nella percezione di contributi comunitari al settore agricolo è purtroppo un reato divenuto ormai comune e che coinvolge quasi sempre vere e proprie associazioni a delinquere che mettono sullo stesso piano sia alcuni imprenditori del settore, sia alcuni funzionari pubblici delegati agli esami delle pratiche ed ai loro controlli formali e sostanziali, ma spesso anche le categoria dei consulenti e dei tecnici redattori dei progetti per i quali si richiede sostegno pubblico.

 

Ed è proprio questo il punto, se cioè il sostegno pubblico all’intrapresa agricola privata intuita come l’elemento centrale nella filiera generale dell’alimentazione, necessitante di strumenti finanziari per sorreggerne lo sviluppo di idee e progetti, sia ancora in grado di riassumere nella sua essenza la cura che il sistema politico-economico le deve in virtù del suo ruolo o se non si debba, alla luce dei fatti, rimodularne principi e strumenti attuativi per valutarne efficacia, valore e naturalmente quella giustezza di attribuzione che è il grande punto interrogativo sotto il quale prospera il sottobosco del malaffare diffuso che intreccia controllori e controllati in una sodalità imbarazzante e criminale.

 

La Basilicata, come tutte le regioni individuate nell’Obbiettivo 1 delle politiche comunitarie di sviluppo rurale, ha usufruito di molte centinaia di milioni di euro, e ancor prima di migliaia di miliardi di lire, per il sostegno, miglioramento e sviluppo del proprio settore primario e per una serie di azioni collegate, scontando un sostanziale ed epocale fallimento di tutte le politiche agricole messe in campo finora.

 

Se è infatti vero che il settore agricolo lucano è in uno stato di crisi perpetua ciò è senz’altro dovuto ad una serie di fattori che dall’apertura dei mercati a produzioni estere a minor costo che penalizzano le aree produttive vocazionali alle intemperie divenute in questi anni devastanti nella estremizzazione dei fenomeni atmosferici, dallo spostamento d’asse dal produttore alla grande distribuzione della formazione del prezzo alla maggior incidenza dei costi fissi esterni, sarebbe ingiusto non considerare ma senz’altro la parte del leone in questo disastro è stata giocata da errori di programmazione e dal vizio di un certo familismo amorale che hanno trasformato la contribuzione agricolo da strumento di investimento basato sulla validità del progetto e sulla professionalità del proponente a strumento di rendita basato sulla proprietà fondiaria e sulla postazione nelle filiere del consenso clientelare.

 

Detto in altri termini, a beneficiare delle contribuzioni più che i progetti produttivi validi e che meglio si inserivano in cornici di una programmazione generale di medio-lungo periodo per altro assente ed i soggetti realmente attivi nel settore, sono stati i “progetti di carta” redatti da progettisti che miravano alle percentuali fisse di progettazione e studio previste nei finanziamenti stessi, preliminarmente esaminati con superficialità e spesso colpevole connivenza da più o meno zelanti funzionari regionali che poco di agricoltura reale conoscono, a volte controllati a consuntivo proprio dagli stessi, attribuiti infine a soggetti che più nell’attività agricola in sé, era nella proprietà di vaste estensioni di terreno ed in determinate postazioni politiche, sociali, economiche occupate nelle piramidi del consenso che reggeva e regge il sistema politico dominante che trovavano causale d’accesso ai finanziamenti.

 

Senza scendere troppo in antipatici dettagli, estensioni di terreni mai stati agricoli e che da decenni ormai usufruiscono dei contributi per la messa a riposo produttivo dei campi pesano come macigni su azioni del PSR che alla perequazione del reddito agricolo in zone di prossimità ad aree protette (non atte quindi alle coltivazioni intensive e soggette a rotazione colturale) pure dovevano andare per la quasi totalità – suggerire come proprio questi poi siano i più “vocati” alla destinazione a produzioni da bio-masse potrebbe allontanare troppo dal tema – o quelle strane coincidenze tra grandi percettori di contributi agricoli e consiglieri regionali, provinciali e comunali che inducono persino i cauti a pensare che chi detiene informazioni e potere decisionale diretto od indiretto ha una marcia in più nell’utilizzo pratico delle stesse informazioni, farebbero pensare più ad un sistema in cui la contribuzione agricola è “cosa loro” che ad un sistema in cui sia cosa pubblica, al netto ovviamente di ogni spreco.

 

E’ così necessario un cambio di passo che imponga legalità e trasparenza nella gestione di fondi che viene logico pensare se non sia anche necessario un deciso cambio di gambe per assicurare quella programmazione di settore che finora non si è neppure posta il problema di un mercato ortofrutticolo lucano come primo passo per garantire l’accesso protetto delle merci locali almeno al mercato locale.

 

Mentre ci chiediamo se in Lucania in agricoltura finora si sia fatta più programmazione o “gestione”, ci auguriamo che la magistratura questa volta vada davvero fino in fondo, ma proprio in fondo.

 Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil   

comunicato stampa di comunità lucana - movimento no oil

category Blog, comunicati stampa admin 2 Luglio 2010

Chi osserva cosa?

 

Chi, come il sottoscritto ed il movimento che rappresenta, ha lottato per serie attività di monitoraggio su estrazioni e trattamento del greggio in Val d’Agri potrebbe sentirsi appagato dall’altisonante notizia della nascita dell’osservatorio ambientale, che è bene ricordare prevede in nuce accorte valutazione di possibili danni ambientali-sanitari causati dalle stesse estrazioni. Il sottoscritto non lo è affatto!

Se infatti l’altisonante e strombazzata notizia della nascita, per ora sulla carta, dell’osservatorio arriva con ben 12 anni di ritardo rispetto agli accordi del ’98 che pure lo prevedevano a tutela di popolazioni ed ambiente da estrazioni e trattamento di idrocarburi che ovunque si fatica a definire innocue - pare lo siano da noi! - c’è allora da chiedersi a cosa ed a chi attribuire non solo il ridicolo ritardo con cui arriva l’istituzione dell’osservatorio stesso, ma soprattutto a chi attribuire la mancata registrazione del “punto zero”, elemento centrale su cui basarsi nella lettura delle variazioni di emissioni inquinanti, punto che, oltre alla considerazione che in una zona agricola dovrebbe essere appunto zero, dopo tanti anni rende illeggibile la situazione attuale, mancando un affidabile dato di partenza ex-ante.

Così, anche ammettendo che l’osservatorio parta oggi, ogni valutazione partirà da questo momento e per il passato, almeno se vogliamo fissare la data del ’98 come punto iniziale di attività che risalgono più indietro nel tempo, una sostanziale sanatoria di valutazione sui danni ambientali e sanitari sarà il boccone amaro da digerire in una storia che vede non solo il mancato rispetto di una buona parte dei 12 punti dell’accordo con l’ENI, ma anche i ritardi ed i ritagli della perimetrazione e dell’istituzione – 17 anni - del Parco Nazionale, la cui presenza anche solo formale avrebbe impedito di realizzar pozzi all’interno dei suoi confini, come la Legge 394/91 recita. Giova ricordare che la prima perimetrazione del Parco risale proprio al ’91, l’epoca della legge, ed il decreto presidenziale di istituzione al 2008, in mezzo 17 anni di ricorsi serviti a realizzare il fatto compiuto delle estrazioni – ciò nonostante i pozzi nel territorio del Parco sono 14, altrettanti a pochi metri da quei confini così faticosi a delinearsi.

Al ritardo nell’istituzione dell’osservatorio possiamo allora aggiungere altri ritardi molto funzionali alla “petrolizzazione” di una valle che ben altre vocazioni avrebbe potuto sviluppare che non divenire una damigiana petrolifera, magari ricordando che vi sono concentrati oltre il 70% delle estrazioni italiane (l’83% se si considera il solo dato della terraferma). Non sarà l’Arabia Saudita, la Val d’Agri, ma pur trattasi di un ghiotto boccone che giustifica, nelle consuete trame italiane, ritardi e depistaggi.

La conclusione facilmente intuibile è che questo osservatorio non serve a capire cosa sia accaduto in Val d’Agri nel passato, se si siano cioè estratti e trattati idrocarburi in dispregio ad ambiente, salute e vocazioni del territorio. Vi è interesse a che ciò non avvenga e molte colpe per questo buco nero.

    

Colpa dell’ENI (ai tempi di Mattei Ente di Stato con strategica mission su quelle forniture di energia di cui il paese aveva bisogno per la ricostruzione e la crescita degli anni ‘50-60, oggi una spa al 30% di quota pubblica e votata al profitto come ogni spa) e della fretta nello sviluppo del giacimento? Colpa della politica regionale, presa da calcoli degli impatti clientelar-elettorali di royalties a cui si vorrebbe ridotto il problema petrolio, colpa della politica nazionale e dei suoi grandi calcoli strategici che non tengono in conto che si estrae e tratta petrolio in mezzo alla gente? O non piuttosto coacervi di colpe ed interessi intrecciati tra questi e molti altri attori, nell’inconsapevolezza ingenua di popolazioni che ancora aspettava uno sviluppo che se mai arriverà qualche prezzo pur lo farà pagare, senza contare ovviamente quelli del passato, sui quali non esiste il “punto zero”?

L’istituzione dell’osservatorio serve probabilmente più a far da pietra tombale a questi anni di far-west in cui incidenti e stranezze varie sono stati al meglio sottaciuti o blanditi quando non negati del tutto - nel frattempo il piano industriale del giacimento si è assestato e consolidato per la gioia di ENI e soci che è bene si ricordi nell’ultimo biennio hanno estratto in zona idrocarburi per un valore superiore ai 3 miliardi di euro - ma serve pure alla politica nazionale che se il federalismo lo fa su tutto o vorrebbe farlo, non lo fa però sugli idrocarburi estratti, saldamente in mano allo Stato che ne incassa le accise, ed ha interesse a che tutto fili liscio, magari tacitando i malumori proprio con l’osservatorio, ma serve anche a quella bassa politica locale che gestirà appalti e comodi impieghi per “amici” nel carrozzone  nella consueta attesa di un rientro allargato di consenso.

Se allora nel passato tutto diventa tabula rasa nell’imperscrutabilità di dati autocertificati ENI, controlli ARPAB dal sapore di beffe alla ragione comune in salsa di tutt’apposto, registri tumori i cui primi dati scientificamente utili risalgono solo al 2006 (come da telefonata che un consigliere regionale fece al CROB di Rionero di fronte al sottoscritto), dove mai saranno i danni ambientali, sanitari, vocazionali su cui creano allarmismi gli ambientalisti ? Non osservabili, quindi non certificabili, di fatto inesistenti.

Nella moltitudine di tavoli ed osservatori, ci augureremmo che alla domanda “chi osserva cosa?”, la risposta sia persone competenti ed oneste che trattino dati reali, accessibili, non filtrati, persone che all’occorrenza denuncino con forza. Ma d’abitudine in questa terra, di speranze  se ne vedon poche.

 Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil

comunicato stampa di comunità lucana - movimento no oil

category Blog, comunicati stampa admin 17 Giugno 2010

Una moria naturale

 

 

Apprendiamo dall’organo televisivo ufficiale della moria di pesci nella diga del Pertusillo e proviamo a mettere in moto la logica razionale della relazione causa-effetto

 

 

Così se torniamo alla inusuale fioritura dal cromatismo granato dell’alga cornuta nell’invaso della Val d’Agri, invaso che nonostante i ritagli operati sui confini del Parco Nazionale, ne è rimasta comunque parte integrante - voilà - la relazione tra i due fenomeni della presenza dell’alga e della moria di pesci appare ora evidente, non negabile dalla saga nostrana del tutt’apposto, acclarata dal sentirsene acre l’odore, ma la relazione tra i fenomeni si basa sulla decomposizione dell’alga che sottrae ossigeno alle acque del lago con ipossia ai danni delle specie ittiche come evento causale della moria stessa, almeno così ci par di capire dal vernacolo catecumenale e poco comprensibile di un responsabile ARPAB che s’assume la recitazione dell’atto di fede nella nostra agenzia di protezione dell’ambiente.

 

 

Glissando per umana comprensione sulla dichiarazione di un obbligo di vicinanza delle istituzioni alle popolazioni dell’assessore all’ambiente della provincia di Potenza, Macchia, obbligo che ci pare nulla spieghi ad alcuno e vicinanza di cui supponiamo le popolazioni dell’area farebbero volentieri a meno, preferendo vicinanza ai problemi nella ricerca di soluzioni e non di convenevoli, le considerazioni alla notizia sono o che i lucani sono ritenuti tanto beoti da potergli raccontare tutto o che i responsabili non sanno che pesci prendere in una situazione in cui di pesci ne rimangono pochi ed improvvisano.

Torniamo ai fatti. La relazione causa-effetto tra due fenomeni spiegata in questi termini significa così allontanarsi dalla razionalità o volerlo fare, se è vero che chiarendo la causa di un fenomeno per gli effetti di un altro fenomeno, non si racconta nulla sulle cause scatenanti il primo, in poche parole sul perché della inusuale fioritura dell’alga cornuta nella diga del Pertusillo da cui poi origina la moria.

 

 

Sulla presenza dell’alga cornuta poco è chiaro, preferendosi generiche rassicurazioni luturgiche che recitavano la non tossicità dell’alga stessa ai fini del consumo umano di acqua, finendo per incolpare della sua presenza le attività agricole della valle, secondo alcuni “responsabili” che all’uso scorretto di concimi da parte degli agricoltori della valle attribuiscono il fenomeno e le sue conseguenze.

 

 

Andrebbe però chiarito che se l’alga prospera in ambienti a contenuto fosforico, la strada dei concimi non regge, usandosi in  Val d’Agri quasi esclusivamente concimi azotati, viste composizioni di terreni in buona parte limo-argillosi, e la prevalenza di colture orticole necessitanti più di azoto che d’altro. Sarebbe così il caso che chi ha espresso tali considerazioni, dia risposte agli agricoltori della valle in merito, soprattutto considerando che lo stato del fiume Agri a monte della diga, nonostante il grande numero di briglie e di argini cementati, è in un sufficiente stato di conservazione bio-tipica, come idati raccolti di recente da un’associazione ambientalista dimostrano, stato di conservazione che concilia poco con ipotesi di reflui riversati dai terreni agricoli lungo il cammino del fiume e dei suoi affluenti.

 

 

Ancor più assurdo sarebbe poi non considerare che l’improvvisa fioritura, mai verificatasi nonostante minori livelli di riempimento dell’invaso in anni passati e la potenziale maggior concentrazione degli inquinanti in simili condizioni, sia dovuta più a fattore critici che a fattori cronici, più all’occasionalità di sversamenti di natura dolosa o accidentale che alla costanza di afflusso della sostanza specifica che all’agricoltura farebbe pensare in periodi fissi dell’anno e non certo nei mesi invernali.

All’apparizione dell’alga il sottoscritto incontrò l’assessore Macchia nei corridoi della provincia e fu da questi rassicurato testualmente che “….questa volta non era il petrolio” – non faccio considerazioni! - e che tra le possibili cause della fioritura potevano esserci le piogge abbondanti ed una fabbrica di concimi dismessa nella zona industriale di Viggiano, chiusa ormai da molti anni, probabilmente le prime dilavando con violenza cortili e capannoni dell’impianto che da tempo però dovevano essere vuoti e che forse non erano tali. Ipotesi, certo, non sapendosi altro in merito.

 

 

Si parlò allora di fenomeno naturale, di tossicità inesistente, di pesci in buona salute, “dimenticando” la presenza rilevata qualche mese prima nella diga del Pertusillo di bario ed altre sostanze industriali legate all’estrazione e trattamento del greggio e di batteri in alte concentrazioni, e “dimenticando”,  ben oltre il cavillo legale sulla concentrazione per usi differenti delle acque, soprattutto di dar risposte  in merito, facendo nascere più dubbi sui monitoraggi di quanti pesci oggi sono rimasti nella diga.

 

 

Non considerare la possibilità che troppi carichi impattanti sulla delicatezza del lago, petrolio in testa, possano essere concause di un’alterazione grave dello stato delle acque che porta alla fioritura e alle morie, è volere negare l’evidenza, o deviarne a visibilità, che forse non tutto è a posto in Val d’Agri.

 

 

Così continuando, se la fioritura delle alghe è un evento naturale, così come la loro decomposizione, naturale sarà la moria di pesci, sperando che in un sistema siffatto di distorsione sistematica di verità operata per “non creare allarmismi” e forse tutta a vantaggio di alcune attività che “non possono fermarsi” una moria di esseri umani mai avvenga e mai possa essere anche quella considerata come naturale. E se, politica permettendo, si cominciasse a dire la verità ed a mandar via qualcuno?

 

 

Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil  

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 12 Giugno 2010

Se 80 milioni vi sembran pochi…

 

Nella nostra disastrata regione anche solo un posto di lavoro in più fa una differenza in positivo, sia chiaro, così dovrebbe suscitare entusiasmo l’approvazione da parte della giunta regionale dei bandi di industrializzazione di Val Basento, Val d’Agri, zona industriale di Iesce-La Martella a Matera.

 

 

Qualche centinaio di posti di lavoro in più in regione non guasterebbero affatto in un periodo che ha visto cali massicci dell’occupazione lucana con pessime previsioni di riassorbimento della maggiore disoccupazione, inoccupazione, ricorso ad ammortizzatori sociali ordinari e straordinari, cosa che del resto appare comune alle altre economie occidentali e non solo, prospettandosi di fatto la crisi come strutturale sia rispetto agli attuali processi finanziari e produttivi, necessitando questi di cambiamenti radicali verso i quali si è esitato fino a perdere la buona occasione, sia rispetto a quei più generali ed allargati meccanismi di distribuzione della ricchezza sui quali non pare esista dibattito percepibile pur in presenza di una manovra correttiva che dovrebbe far riflettere su chi paga i costi reali delle crisi.

 

 

Stiamo invece alla puntualità delle osservazioni locali, così, fatta salva la constatazione che gioia ed entusiasmo per nuova occupazione è solo a consuntivo che avrebbero motivo causale per esprimersi e non mai a preventivo, correndo così il rischio di apparire pura demagogia se, come le esperienze  precedenti purtroppo insegnano, le previsioni o le speranze dovessero divergere poi tanto dai risultati effettivamente conseguiti, le poste finanziarie messe in campo dalla Regione Basilicata, 80 milioni di euro – pardon, 80 Meuro come usasi in certi ambienti – 45 rinvenienti dal piano di industrializzazione per Val Basento e Matera, 35 dalle royalties del petrolio per la Val d’Agri dovrebbero far riflettere.

 

 

I numeri son numeri e così se per creare 500 posti di lavoro – e stiamo davvero larghi sulle previsioni – si impegnano 80 milioni di euro per ogni posto di lavoro, ognuno di quei speriamo durevoli posti di lavoro costa alle finanze regionali ben 160.000 euro, una cifra spropositata sia per la constatazione che la maggior parte dei fondi finisce ad attività industriali già presenti nelle aree in questione, così finendo per apparire una assai “assistita” forma di finanziamento delle stesse ben oltre i risultati che queste sono state in grado finora di realizzare da sole nella logica di quel mercato della concorrenza di cui tutti i politici nostrani paiono mentori, sia per la sgradevole sensazione che assurge a certezza, che continuando così per assorbire i 10.200 disoccupati lucani conclamati e che vivono di sussidi di disoccupazione, CIG ordinaria e straordinaria occorrerebbero 1.600.000.000 di euro – a proposito, si scrive MMeuro? – senza intaccare la base dell’inoccupazione reale di coloro che neppure lo cercano più lavoro, campando al meglio di formazione o aiuti familiari. Dei giovani, poi, neppure a parlarne.

 

 

Assistiamo così al paradosso di un sistema industriale lucano che, lungi dal possedere una intrinseca vivacità produttiva che è l’unica in grado di assicurarne la sopravvivenza, sopravvive alla crisi grazie ai finanziamenti pubblici erogati da partite che a ben altri scopi si sarebbe potuto indirizzare.

 

 

Continuando a rinvigorire di danari pubblici i bilanci di aziende forse non in grado, stando alle leggi di mercato di cui sopra, di affrontare le “sfide globali” – mi è odioso anche il termine nel riconoscimento che se dove c’è una sfida, c’è anche un perdente, questo modo di gestire le economie posta denaro pubblico in imprese private cedendo al nuovo “trucco” del ricatto occupazionale usato dalle categorie industriali – sono proprio le parole chiave di questa economia, concorrenza e produttività, che non ne vengono affatto stimolate, incoraggiandosi semmai rendite di posizione nel recinto dell’aiuto pubblico.

 

 

Un cane dunque che si morde furiosamente la coda, in Europa come nel mondo, in Italia come nella nostra Basilicata, in un turbinio di cifre enormi postate dai bilanci pubblici su un sistema che nei fatti nulla assicura in termini di continuità occupazionale ed a nulla è tenuto oltre gli stretti limiti temporali a cui in qualche modo vengono legati i finanziamenti stessi. E se allora nessuno assicura che erogati i fondi quei posti di lavoro permangano nel tempo, non potremmo cominciare ad indirizzare gli stessi verso operazioni di “riscrittura” del sistema economico lucano, a cominciare dal vero potenziamento del settore primario verso cui occorrono sistemi di filiera protetta in primis autoreferenti ai consumi locali e verso il quale le logiche con le quali i PSR sono gestiti mostrano quantomeno una ristrettezza di vedute rispetto al vero tema della produzione agricola, avvicinare quanto più possibile i campi alle tavole, mettendo nel mezzo un sistema di trasformazione e distribuzione pubblico e lucano?

 

 

O non potremmo pensare di erogare fondi solo ad aziende il cui “vulnus” produttivo sia quanto più di prossimità all’integrazione tra attività umane, cura del territorio e tutela di ambiente e salute umana e animale in una idea nuova dell’industria che metta all’ultimo posto le esternalizzazioni dei costi umani ed ambientali che purtroppo sono l’unico dato storicamente certo di una industrializzazione miope e corsara della nostra terra?

 

 

Le proposte da questo movimento non mancano affatto, manca la volontà di ascolto, preferendosi in realtà i salamelecchi della corte di Versailles che festeggia nelle sedi della politica lucana.

 

 

Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 9 Giugno 2010

Una prospettiva agghiacciante

 

 

11 ore di ascolto del dibattito in Consiglio Regionale sulle dichiarazioni programmatiche della giunta De Filippo bis, oltre alla prostrazione visibile di oratori e ascoltatori messi a dura prova dalla giornata, qualcosa hanno prodotto, il sostanziale via libera ad un programma di governo della regione basato su una visione economicista delle problematiche regionali che assurge a dogmatico pensiero unico.

 

 

Il clima “lucano” che si respirava dalle dichiarazioni, sia pur su toni e gradazioni ovviamente differenti, di preoccupazione per una già grave situazione economico-sociale della regione, esasperata da una politica nazionale di stampo leghista che pratica una secessione sui fondi statali dall’equivoco nome di federalismo fiscale, è stata l’unica nota davvero positiva di un dibattito che sembrando incentrarsi su una politica condivisa del fare, orchestrava però solo sterili contrappunti ad una totale incapacità – quella condivisa davvero - di prospettare per la regione scenari di futuro possibile in cui sia la nostra peculiarità di un rapporto tra popolazione e territorio che porta ad alti indice di “naturalità”, ad essere il vero brand per un rilancio dell’economia lucana con tutto ciò che ne consegue, se assumessimo a valore l’incontaminatezza del territorio usandolo come esoscheletro per l’intero sistema produttivo.

 

Si è abusata la citazione di analisi condivisibili sullo stato delle cose e che purtroppo sono i rapporti Svimez, Unioncamere, Bankitalia a palesare drammaticamente come la crisi di sistema a cui occorre trovare soluzioni forti, anch’esse di sistema, ma gli argomenti di De Filippo, nell’articolazione già nota delle proposte programmatiche che vedremo quanto e come saranno governo, e degli interventi dei consiglieri e relative parti politiche a cui è seguita la replica tombale del presidente, sanno di stantio, odorano cioè di visioni che paiono volere elaborare risposte alla crisi fondandosi soltanto sull’ulteriore sfruttamento delle risorse naturali, quasi fossero allocate su comodi scaffali da cui prelevarle e non contenute in un territorio da cui estrarle, e della cui cura in rapporto allo sfruttamento attuale non si è data menzione negli interventi, eccezion fatta per Mazzeo che ha posto il problema che da sempre si pone, se le risorse cioè vadano solo conteggiate economicamente o se non esista anche un rilevante prezzo sanitario, ambientale, vocazionale per il loro sfruttamento che già la regione paga.

 

Se infatti alla crisi di sistema regionale, stando alle parole del presidente sia nel documento che nella replica finale, sembra potersi rispondere anche attraverso la rinegoziazione degli accordi sul petrolio, e stante l’ammissione che rivedere le royalties è possibile solo ricorrendo a modifiche di leggi dello stato di cui maggioranze parlamentari che non vediamo dovrebbero farsi carico - cosa che contrasta con le demagogie elettorali - come giudicare le sue parole e quelle di Santochirico, ex assessore all’ambiente, di voler richiedere a compagnie il cui compito non è la misericordia per la regione, dei maggiori investimenti locali se non attraverso concessione di facilitazioni ed ulteriori pareri favorevoli alle loro attività, con buona pace di tutele sanitarie ed ambientali su cui in maniera ostinata (leggasi ARPAB) si continua a non fare accenni nella triste saga del tuttapostismo nostrano?

 

O credono presidente, ex assessore ed il gruppo dirigente intero del PD di avere tanta forza politica ed economica da poter minacciare ostacoli alle compagnie in cambio di atteggiamenti più generosi e meno padronali di quanto esse stesse non concedano oggi? O piuttosto, come da venti speriamo sia stata la nostra propensione alle teorie complottiste a creare da buone intenzioni altrui, non dobbiamo aspettarci mediazioni da parte dello Stato che finirebbero per regalarci si maggior vantaggi petroliferi, ma al prezzo di siti di stoccaggio di materiali tossico-nocivi comprese quelle scorie nucleari di cui si continua a pensare in certi ambienti debba essere proprio la Lucania a farsi carico?

 

Ma è in generale il tema energia – parliamo di PIEAR e SEL - che ci lascia perplessi su atteggiamenti che sembrano voler trasformare strumenti di investimento straordinari, i piani e le società strategiche, in strumenti di ordinaria manutenzione di una crisi che ad altri sbocchi dovrebbe far pensare che alla contrattazione di quei pochi posti di lavoro che alla fine il piano porterà in regione e alla miseria delle cessioni dei diritti di superficie in cambio del Far West energetico che si sta scatenando ed a risparmi per le bollette energetiche delle amministrazioni, quando si poteva orientarli entrambi alla costruzione di un sistema energia-bene comune tutto lucano.

 

Che il presidente De Filippo e con lui i mentori dell’internazionalizzazione dell’economia regionale sia preda di ansia da marketing energetico per attrarre investimenti in grado di rispondere al dramma occupazionale è noto – dovremmo ricordare la frase della bella donna che non sa vendersi? – e non stupisce che nella contingenza si ponga in primo piano il futuro da programmare perché diventi buon governo e non mai il passato da cui nasce l’oggi, quel passato di “errori” che parla di sprechi di miliardi di euro di gestioni clientelari dei fondi pubblici le cui conseguenze ora si scaricano su tutti.

 

Meno noto è che si sia deciso per quel futuro di svendere il territorio in un’agghiacciante prospettiva di trasformarlo trasversalmente in damigiana petrolifera, pila elettrica, forno e pattumiera da rifiuti.

 

Ma di tutto questo in consiglio regionale ieri non s’è parlato affatto, poteva “allarmarsi” qualcuno.

       

Miko Somma, coordinatore regionale di comunità lucana-movimento no oil.

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 2 Giugno 2010

I veri costi della politica

  

Quando si parla di riduzione dei costi della politica l’argomento prende sempre una via che conduce da un verso al populismo di chi dovrebbe praticare su se stesso e le proprie prebende tagli più o meno sensibili, ed ovviamente utilizza l’argomento stesso come elemento di propaganda, dall’altro alla visceralità di un sentire popolare che individua il “politico” come causa di un male.

 

Dibattere sulla riduzione degli stipendi dei politici e sul costo della politica è però cosa doverosa in un momento congiunturale che impone sacrifici ai cittadini, sacrifici che dovrebbero essere “spalmati” in modo equo, ma il tema impone una chiarezza che pare non esistere affatto.

 

Se infatti sono giuste prerogative costituzionali, memori del fascismo e delle sue abolizioni del ruolo di Parlamento e parlamentare, a permettere al Parlamento stesso di definire il proprio fabbisogno, fu in seguito stabilito che erano sulla base dello stipendio del parlamentare da stabilirsi una serie di correlazioni percentuali a questo per individuare non solo gli stipendi dei rappresentanti democratici locali, ma di tutta una serie di alti funzionari dello Stato, dai generali ai diplomatici e via discorrendo.

 

Un esempio certo di costo della politica a cui aggiungere una serie di categorie, dagli enti inutili alle spese di trasferta e rappresentanza, che amplia la platea dei soggetti e delle tipologie interessate alle riduzioni dei costi, ma nessuno pare voler puntualizzare un aspetto importante nella considerazione delle voci che concorrono a rendere la politica italiana tanto onerosa – e ciò ovviamente al netto di considerazioni sulla sua efficacia e funzionalità, formale e sostanziale.

 

Nel nostro paese, quindi Basilicata compresa, fonte enorme di spesa è rappresentata dai maggiori costi degli appalti pubblici e delle forniture al settore pubblico allargato agli enti territoriali e non, rispetto alle medie europee, e di tale situazione imbarazzante cogliamo a titolo di esempio la Salerno – Reggio Calabria, così come l’Alta Velocità, ma è purtroppo qualunque opera pubblica a veder costi viziati per percentuali imbarazzanti sia di maggiori oneri iniziali, sia di maggiori oneri intervenenti in corso d’opera con le pratiche note delle varianti.

 

Di tali maggiorazioni, almeno per ciò che attiene le infrastrutture potremmo anche individuare nella particolare conformazione territoriale la causa di qualche punto percentuale che lievita sulla base delle comparazioni in sede europea, ma è verità nota a tutti che tali maggiorazioni di costi sono viziati sia dal fenomeno delle tangenti che vorremmo considerare patologia al sistema e non triste fisiologia, evento delittuoso la cui sanzione è nella Legge e nella sua applicazione, sia dal fenomeno di quelle continue richieste “particolari” di variazioni o modifiche dell’opera stessa, per soddisfare le “richieste del territorio”, come spesso vengono chiamate quelle esche clientelari localmente assai diffuse sia per la gestione elettorale supposta legata alla fruizione di quella stessa variazione, spesso del tutto inutile quando non dannosa, sia per altre “gestioni” legate all’esecuzione di stralci da parte di ditte locali, entrambe spesso concause che costano alla collettività enormi maggiorazioni degli importi finanziati dalla fiscalità generale. Cifre da far impallidire qualsiasi manovra finanziaria.

 

Ma nonostante gli effetti di tali concause sulle finanze pubbliche italiane, regionali, comunali, ben pochi denunciano le lievitazioni dei costi delle opere pubbliche, delle loro gestioni e delle forniture come il vero costo della politica, preferendo piuttosto agitare la demagogia della riduzione degli stipendi di parlamentari, consiglieri, manager e grand commis di stato o di enti locali, in un teatrino delle apparenze che non tocca mai il vero vulnus della politica italiana, la commistione cioè tra interesse pubblico ed interessi privati, in una deviazione di prevalenza degli stessi verso il privato.

Prevalenza che sfocia naturalmente nel malaffare quotidiano ordito cronicamente tra rappresentanza politica, malti funzionari e grandi affari, come avvenimenti recenti stanno a dimostrare.

 

Si potrebbe parlare allora di una moralità assente nella politica o di carenza di senso delle istituzioni tra i grandi funzionari e magari invocare una deontologia che è il mondo dei grandi affari a rigettare ab origine, come utopia o limitazione di una libertà di autoregolamentazione del mercato che non è davvero lecito poter affermare esista viste le cose, ma sfoceremmo probabilmente nel demagogico.

 

Sia chiaro però – e mi rivolgo a quanti animano il dibattito sui costi locali della politica che saremo costretti finalmente ad analizzare visti i minori trasferimenti dallo stato che ci aspettano -  che fino a quando la politica utilizzerà la logica populista di risparmiare sulla più apparente spesa corrente, senza toccare invece quella spesa per investimenti che troppo genericamente viene tollerata nei suoi vertiginosi costi, nulla di definitivo potrà essere scritto alla voce “minor costo della politica”.

 

La si smetta di invocare il “ritorno” di ogni euro investito dal pubblico nell’economia totale, poiché un euro di maggiorazione del costo di un appalto o di una fornitura o di una consulenza inutile, è un euro rubato da un sistema onnivoro ed autoriproduttivo. E chiunque muove perché ciò accada è un ladro!

 Miko Somma, coordinatore di Comunità Lucana – Movimento No Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 31 Maggio 2010

La Basilicata deve boicottare Israele

  

A seguito del vergognoso e sanguinoso attacco armato di motovedette della marina israeliana ad un inerme convoglio navale di pacifisti diretto a Gaza, attacco che ancora una volta ha dimostrato la barbarie di un paese che necessita di uno stato di guerra continua, a motivo del mantenimento di una struttura militare elefantiaca e del correlato sistema industriale, e che ancora qualcuno si ostina a definire “baluardo dell’occidente in Medio Oriente” non mancando di confondere spesso ad arte l’antisionismo con l’antisemitismo, crediamo che sia tempo di una pronta risoluzione del conflitto ormai perenne tra lo stato ebraico e l’identità sempre negata di uno stato palestinese.

  

Coscienti che tali temi coinvolgono gli scenari internazionali delle diplomazie e le volontà degli stati di riportare la pace nell’intero Medio Oriente, la Basilicata, regione italiana e della Comunità Europea, può e deve fare la sua parte, soprattutto nell’ottica della considerazione che quel Mediterraneo ormai aperto agli scambi commerciali, deve diventare un mare aperto anche alla pace ed al ripudio della violenza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, come recita l’art. 11 della nostra Costituzione.

  

Chiediamo pertanto al Presidente del Consiglio regionale, Vincenzo Folino, di volersi far interprete della discussione e dell’approvazione urgente di una mozione di condanna dello stato di Israele da parte della Regione Basilicata ed al Presidente della Giunta regionale, Vito De Filippo, ed all’assessore alle Attività Produttive, Erminio Restaino, di voler procedere nell’immediato ad una ricognizione sull’interscambio commerciale tra la nostra regione e lo stato di Israele, al fine di avviare un immediato boicottaggio sul territorio lucano dei prodotti israeliani e di bloccare ogni interscambio culturale, politico, sociale, economico fino alla conclusione di un accordo definitivo di pace tra lo stato di Israele, di cui tutti riconosciamo le ragioni di esistenza e la legittimità formale e sostanziale, e lo stato di Palestina, le cui ragioni sono ancora negate speranza a milioni di palestinesi.

  Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 27 Maggio 2010

La pila elettrica

 

 

E’ obbligo di maturità analizzare con cura le dichiarazioni altrui prima di una replica, soprattutto se le dichiarazioni a cui controbattere sono condensate nella relazione programmatica del presidente della regione e costituiscono “ideologia” di un’azione di governo lungo il corso della legislatura, obbligo che diviene maggiore quando la replica non sottenderà a terzietà alcuna, rivolgendosi al protagonista.

 

 

Presidente De Filippo, il tono di tecnicismo anglista con cui Ella illustra il grave disastro economico di una regione, attribuendone le colpe più alla crisi mondiale che all’incapacità di una classe dirigente di governare e programmare economia e reali vocazioni, è ormai l’aspetto mistificante della disinvoltura con cui la nostra politica si auto-assolve dalle proprie responsabilità, preferendo attribuire ai momenti di congiuntura internazionale – nella teoria del teatro si direbbe ”l’altro” - l’aggravamento di situazioni che non dovrebbero scoprirsi ora come strutturalmente e storicamente in crisi.

 

 

In altri termini la crisi di economia e società lucana non nasce con le bolle delle speculazioni, ma è figlia di un malgoverno recente e meno recente di cui proprio la Sua parte politica è stata ed è tuttora attiva protagonista, avendo preferito la cura di interessi clientelari di cordate e clan di riferimento al benessere generale di popolazione e del territorio, in ciò continuando le vecchie pratiche della DC.

 

 

Stupisce che Lei si accorga del grave malessere socio-economico che i dati statistici restituiscono a malapena nella freddezza dei numeri e non comprenda quanto il danno di oggi sia figlio delle logiche di ieri, logiche per le quali sarebbe anche lecito in altri climi attendersi auto-critiche che non verranno però affatto ai nostri climi, ma stupisce ancor più la testarda convinzione che la risposta al disagio economico sia questione di struttura economica poco internazionalizzata, competitiva o flessibile, da adeguarsi a chissà quali standard che quantifichino differenze tra sviluppo e sottosviluppo, e non alla risoluzione definitiva del deficit di democrazia dell’accesso nella gestione degli incentivi pubblici che, insieme a scarsa sorveglianza su destinazione ed efficacia ed ancor più scarsa attività sanzionatoria, hanno di fatto dissipato montagne di fondi europei e statali fagocitati dal familismo e dal clientelismo, rappresentando quel deficit l’impossibilità allo sviluppo di una vera economia locale.

 

Presidente, Lei fa appello ai fondi FAS trattenuti contro ogni logica e legalità dal Governo, ma siamo poi sicuri che una volta arrivati in questa regione non sarebbero stati spesi esattamente come tutti o quasi gli altri fondi, al meglio inutilmente? Siamo davvero sicuri che il modello Basilicata, a cui il suo segretario di partito recentemente accennava, sia davvero un modello di virtù?

Si direbbe retorica condannare con un giudizio di merito fondato sul precedente, ma esso ha una sua logica stringente e così è proprio sulla base non di uno, ma di molti precedenti che pensiamo che la Sua via di uscita dalla crisi non sia il raziocinio o la competenza, ancorché condita di un linguaggio fuori dalle cose reali, ma quasi un’aspettativa di miracolo. Miracolo che, oggi come ieri, Lei continua ad intravedere in una destinazione energetica della regione,  pur facendo a pugni con la salute e con l’ambiente, con vocazioni dei territori e la stessa economia.

 

 

La Basilicata come pila elettrica, servitù energetica e serbatoio d’acqua a buon mercato.

 

Come può credere che le compagnie petrolifere implementeranno gli investimenti in regione, senza il prezzo di sempre maggiori concessioni di territorio da trivellare fuori da ogni logica di quella corretta gestione dello stesso a cui pure si appella? Come può parlare di multiutility di Acquedotto Lucano, di individuazione del gestore unico a cui enti competenti passino il controllo delle acque (Acqua s.p.a., 40% in mano alla regione Puglia, ed EIPLI commisariata, nelle more del decreto Ronchi che obbliga alla messa a gara proprio di un 40% della gestione) senza di fatto privatizzare ciò che dichiara invece di voler lasciare in mano pubblica?

 

Come può parlare di micro-generazioni elettriche diffuse sul territorio, in grado di portare sostanziosi risparmi ad imprese e famiglie, di generare reddito locale, quando il PIEAR consegna tutta la regione ad investitori privati esterni il cui unico obbiettivo è la sola massimizzazione dei profitti? Come può parlare di agri-industria ed agricoltura, ponendo attenzione alle sole eccellenze da esportare e non al prodotto generalistico che rimane e viene consumato in loco?

 

Presidente, potrei continuare a lungo, ma la sintesi sta in una considerazione – ma davvero lo crede che una regione marginale come la Basilicata, in un contesto di “mercato” internazionale che, Grecia insegna, tende all’antropofagia del debole, possa concorrere mancando di solida economia locale?

 

Noi pensiamo che non lo creda affatto e che abbia confezionato il solito contentino del tutt’apposto.

  

Lei si affida alle multinazionali perché a conti fatti, se il programma è vago come una lista della spesa scritta con l’inchiostro della fame, il motivo è ben chiaro, consegnare la regione nelle mani di chi, per pratica consolidata, ha compreso ormai che ad accordi fatti con il padrone di turno, i lucani restano mansueti a subire tutto e da tutti, ma questa volta potrebbe aver sbagliato i suoi calcoli.

Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento NO Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 21 Maggio 2010

Tirocini e teatrini.

 

 

 

Non fossimo in Basilicata, non dovessimo ogni giorno ricordare che qui vige la regola della “coppola in mano” per chiunque voglia viverci, quanto accaduto ai tirocini formativi, banditi prima delle elezioni e ritirati subito dopo, avrebbe causato scandalo. Da noi lo scandalo non c’è, oltre a voci che tuonano sulla delusione di giovani, mamme e famiglie perché su13.000 a 1.000 è stata scippata l’accesso alle agognate poche centinaia di euro mensili per pochi mesi che fanno la speranza, i più concentrandosi sull’uso “disinvolto” a fini elettoralistici, i voti degli aspiranti, dello strumento, nessuno focalizzando la più assoluta mancanza di idee progettuali per la risoluzione della malattia del non-lavoro lucano.

 

 

Ripetitivo lanciarsi in condanne del gretto sistema politico-salottiero, clientelare, familistico notabilare, neo-feudale osservabile a chiunque, sistema tuttavia votato ancora una volta dai lucani in dispregio delle più elementari regole di intelligenza, autolesionismo forse, certo scoramento e conservazione.

 

Concentrarsi sul vuoto spinto di idee sul lavoro sembra l’unica cifra intellettivamente pregnante in un ragionamento che è forse arrivato il momento di fare in questa regione.

 

Anni addietro, ci si aspettava fossero le multinazionali a portare il sospirato lavoro, magari in cambio di un silente ed ipocrita permesso a devastare il territorio e depredare risorse fingendo fosse via per uno sviluppo da sempre sognato, ora per uno strano gioco di coazione a ripetere qualcuno ancora ci crede e blatera di portare le compagnie ad una concertazione di merito, illudendosi di poter trasferire in questa regione quel lavoro ovunque in forte crisi, stretto com’è tra rapacità di un sistema capitale ormai senza freni inibitori ed un’economia finanziarizzata i cui termini di crescita degli indici riversano zero sulla disponibilità di lavoro, ma viceversa le cui cadute producono buchi occupazionali immani.

 

In altre parole, esiste ancora diffusa credenza nei ceti dirigenti di potersi confrontare in condizioni di parità con consigli di amministrazione il cui compito è massimizzazione degli utili e minimizzazione dei costi, consigli di amministrazione che non sono opere pie o di mutuo soccorso, ma dai quali ci si aspetta ottusamente fideistici il “miracolo del lavoro”.

 

Si parla così spesso di “mercato” e “competizione” come volani propulsivi da sostenere e foraggiare per lo sviluppo da dover pensare che qualcuno creda ancora che sarà qui che si farà quel mercato ideale della domanda e dell’offerta che si incontrano liberi, ma regolati sui bisogni e sulle disponibilità e qui che si farà quella competizione di stimolo continuo al miglior processo produzione-costo-qualità che produce benefici per tutti indistintamente, piuttosto che ripetere ciò che tutti ormai conosciamo, l’oligopolio fondato sull’induzione coatta alla domanda, la spensierata gestione di risorse su cui fonda l’offerta stessa, la competizione al prezzo nel disprezzo dei diritti lavoratori e della cura dell’ambiente.

 

D’altro canto è stata una visione olistica del mercato posto a regolatore e referente di determinazione di ogni tensione economica e politica al suono della fanfara di “concorrenza”, “libertà economica” e “mondializzazione dei mercati”, in sintesi la globalizzazione assunta a mistica liturgica ed ineludibile, a determinare quella rarefazione della programmazione politico-economica, in quanto ordinamento dell’esistente in virtù di un progetto di futuro, che oggi produce l’incapacità della politica di assumere un compito di governo dei processi economici, determinandone semmai il ruolo di mero concessore.

 

Ed è stato così che qui come altrove, dal “governo”, i cui termini di definizione sono ordinamento e programmazione, si è passati alla “governance”, gestione carpe diem di un presente eternizzato. Ora si lanci pure una pietra addosso chi non ha mai ascoltato dai nostri governanti la parola “governance” declinata come gestione di occasioni che “casualmente” la nostra terra offre ad investitori prendi-i-solidi-e-scappa, “casualmente” capitati da queste parti e foraggiati con abbondanti milioni di euro.

 

Capita così che proprio in virtù di questa “governance” si sia passati presto dalla depredazione delle risorse in cambio di promesse ed oboli assunti a pretium ambientale (è il caso della Val d’Agri e del petrolio), alla concessione di territorio sic et sempliciter con l’ideazione di strumenti legislativi ad hoc (concessione di diritti di superficie connessi alla realizzazione di PIEAR, piano di forestazione, PSR), con in mezzo tante altre concessioni che di fatto espropriano la regione e le sue risorse agli abitanti per concederle al “libero mercato” che neo-colonialmente integra le classi dirigenti locali a garanzia di accordi, nel controllo totale di opinione pubblica e consenso attraverso la recita di litanie a soggetto.

 

Così si parla di incubatori di imprese senza reti di infrastrutture, di eccellenze agricole senza cure per il resto della produzione, di vetrine turistiche senza reali percorsi spendibili, di tecnologia dello spazio senza tecnologia dei cuscinetti a sfere, di artigianato tipico senza mani che lo realizzino. Teatrini.

 

La realtà parla invece di marginalizzazione storica della regione dai processi economici primari che porta ad ulteriore marginalizzazione quando il contatto non paritetico tra sistema Lucania e ”mercato” si consuma sulla ricattabilità dei suoi lavoratori al totem della possibile dipartita delle compagnie, così giocandosi sempre al ribasso diritti e salari, risorse ed ambiente, il libero mercato, appunto.

 

E a chi volete interessi dei tirocini ritirati? Alla Regione hanno troppo da fare con il “libero mercato”.

 

Miko Somma, coordinatore regionale di Cominità Lucana - Movimento No Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 17 Maggio 2010

Ambiguità petrolifere a nord

 

In una regione dove scompaiono nel nulla procedurale concorsi e tirocini formativi dal sapore tipico elettorale, capita che persino le procedure di un’istanza petrolifera si tramutino in sapori fortemente tipici della gastronomia amministrativa lucana – la presa per i fondelli.

 

Come annunciato a mezzo stampa il sottoscritto si è recato questa mattina all’incontro presso la sala Bramea al dipartimento ambiente della Regione Basilicata - incontro sollecitato non stranamente da EIPLI (Ente Irrigazione di Puglia, Lucania ed Irpinia) impegnata in lavori sulla traversa idrica Bradano che potrebbero confliggere con attività di ricerca di idrocarburi - tra l’assessore all’ambiente Mancusi ed i sindaci dei comuni interessati all’istanza di ricerca per idrocarburi “Palazzo S. Gervasio”, area nord, tredici comuni interessati, di cui due pugliesi.

 

Avevamo chiesto di poter partecipare, ma l’assessore prima ci dichiara bonariamente “ora vediamo”, poi, una volta chiusa la porta suona e canta la sua messa, chiarendo probabilmente a suo modo che l’era del dialogo non passa certo per quella sala, quel giorno e quell’istanza di ricerca. Nulla da dire, di incontro istituzionale trattavasi, speriamo solo stavolta non si tratti di quella precostituita mancanza di volontà all’ascolto ed al confronto che abbiamo già sperimentato nella passata giunta.

 

Attendiamo la fine dell’incontro e come un qualsiasi giornalista in attesa di una dichiarazione ufficiale – il sottoscritto dopotutto cura personalmente il blog no oil da tre anni – penetriamo nella sala ormai sgombra di sindaci e ci mettiamo all’ascolto delle parole dell’assessore, ricavandone però una strana sensazione, quella che ci si stia iniettando un tranquillante. Reagiamo così alla sensazione con delle domande tese a spostare l’asse della discussione sui temi – intende la Regione Basilicata mettere un limite ad una ricerca ed estrazione di idrocarburi che coinvolge il 60% del territorio?

 

Ben al di là infatti dei tecnicismi che il dipartimento solleva per affermare che di istanza trattasi e non di trivelle all’opera – senza tuttavia dire una parola sul nesso di conseguenza esistente tra un’ istanza accolta ed un permesso che parte proprio da questa accettazione, la questione è strettamente legata ad una considerazione quasi ovvia di non corrispondenza tra vocazione del territorio in questione ed investimenti pubblici e privati che insistono sulla vocazione stessa, considerazione che l’assessore fa per il Vulture, convocando l’incontro con i sindaci, ma sulla quale glissa del tutto quando il sottoscritto gli fa notare che anche Val d’Agri e Val Sauro sono zone agricole e tuttavia le trivelle sono al lavoro.

 

L’assessore riconosce che c’è un limite da porre alla ricerca degli idrocarburi sul nostro territorio, ma non dice quale sia, di fatto enunciando una teoria che rischia d’essere mistica, ma di produrre pochi risultati concreti, se all’enunciato non seguisse la fissazione del limite stesso, trasformando la liturgia in una prassi ecumenica che metta argine a quella pervasività antropofaga delle multinazionali che denunciamo da tempo come il vero attentato alla auto-determinazione della nostra regione.

 

L’assessore riconosce che vi sono ragioni valide nelle dichiarazioni di sindaci contrari alle trivelle, ma rimane nel vago rispetto alle valutazioni dell’ente regionale, citando la legge 99/2009 (ex d.l. 1355) e lo spostamento d’asse delle competenze in materia di ricerche ed estrazioni in capo allo stato come una copertura per giustificare l’assoluta ed interessata ignavia dei poteri reali regionali di intervenire “politicamente” nella questione estrazioni, preferendo far finta di dover subire una vessazione esterna che però risulta esistente già da molti anni, prima cioè dello sciagurato intervento del governo che ha maciullato una riforma costituzionale ed un percorso di autonomia decisionale dei territori in un senso del tutto contrario al federalismo della responsabilità che predica. Come giustificare altrimenti prassi di assenso pressoché totale alle richieste delle compagnie, che le precedenti giunte non hanno mai lesinato, pur avendo ampiezza di mezzi legislativi atti ad opporsi alle stesse richieste?

 

Non sappiamo se l’assessore Mancusi, a cui riconosciamo senz’altro la freschezza della nomina, ma non certo alcuna potenziale ambiguità a riguardo di un tema che trasla intatto dalla vecchia giunta De Filippo alla nuova giunta De Filippo, abbia diversità di vedute rispetto ai suoi predecessori in capo ad un assessorato chiave come quello all’ambiente, e soprattutto se le abbia con il suo presidente, che di certo non ha brillato come un campione nella difesa del territorio dalle compagnie, ed attendiamo così qualche scelta forte che indichi a quel variegato popolo che, in sfumature di certo diverse, vede ormai le estrazioni di greggio e gas come “un problema”, se l’opera istituzionale che intende mettere in cantiere vada nel senso della protezione “tout court” dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile, a prescindere dunque dalle forze e dai progetti in campo, opera alla quale il suo assessorato dovrebbe essere dedicato, o non debba essere considerato ancora una volta come una filiale di interessi “altri”.

 

Ci aspettiamo dunque che dall’assessore parta un secco, “politico” no all’istanza di ricerca, un no che sarebbe il primo stimolo in quel processo che da una colonia delle multinazionali ci riporti presto nel consesso dei territori in grado di auto-determinarsi nelle proprie scelte.

Miko Somma, coordinatore Comunità Lucana – Movimento No Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 12 Maggio 2010

Un secco no.

  

Apprendiamo, appena di ritorno dal primo consiglio regionale dove abbiamo consegnato ai consiglieri eletti - e solo a loro giacché sono essi a rappresentare il popolo - una mappa dei permessi ed istanze di ricerca e coltivazione di idrocarburi nella nostra regione, della convocazione da parte dell’assessore all’ambiente Agatino Mancusi, su sollecitazione dell’EIPLI (Ente per l’Irrigazione di Puglia, Lucania ed Irpinia) di un incontro lunedì 17 alle 11,30  con questo ente e con i sindaci dei comuni della vasta area interessata all’istanza di ricerca.

 

In un breve incontro con l’assessore all’ambiente durante la distribuzione delle mappa abbiamo con questi convenuto che nel caso dell’istanza Palazzo S. Gervasio certo trattasi per il momento solo di una domanda (istanza), ma non abbiamo mancato di rimarcare che ad una domanda nello specifico segue una risposta che in caso sia positiva o di silenzio-assenso trasforma l’istanza stessa in un “fatto” propedeutico all’ottenimento di un permesso di ricerca da parte del ministero, permesso che a ben altro che ad uno screening una volta reso operativo conduce, trattandosi nello specifico della fase operativa per la realizzazione di uno o più pozzi esplorativi.

 

Il tutto ovviamente in una parte della nostra regione che ben altre destinazioni presenta alla programmazione regionale, olivo-viticultura di qualità e turismo in primo luogo, destinazioni che, già seriamente minacciate dalla presenza di aree industriali sulle quali occorrerebbe una seria disamina impossibile da queste righe, oltre alle discariche auto-combustibili ed agli inceneritori che “non inquinano” per le agenzie regionali di competenza, rischierebbero ora con l’apertura di una ricerca di idrocarburi di apparire secondarie e di mettere in serio dubbio non solo la salubrità sic et simpliciter dell’area in oggetto, ma persino la percezione della stessa in merito ad un marketing sui prodotti agricoli locali il cui valore appare molto più rilevante delle scarse royalties e ricadute economiche che l’estrazione di greggio porterebbe alle comunità locali.

La stessa data fissata per l’incontro coincide con il termine per la presentazione delle osservazioni da parte dei comuni e dei soggetti interessati, non comprendendosi in tal modo quale attività informativa possa avvenire allo scadere del termine fissato dalla legge.

 

Temiamo così fortemente che il silenzio-assenso dei comuni interessati possa portare a pareri “solitari” di assenso della Regione Basilicata che finora non ha brillato per opposizione a queste istanze, istanze di ricerca che ci pare utile ricordare insieme ai permessi di ricerca ed alle concessioni vere e proprie occupano di fatto il 60% ed oltre del territorio regionale, destinando così coattivamente il territorio regionale a “campo petrolifero”.

 

Crediamo che questo debba essere scongiurato particolarmente per una zona della nostra regione che di ben altre produzioni potrebbe fregiarsi e che oggi appare pericolosamente in bilico tra una ipotesi di sviluppo legato al proprio territorio ed alle sue peculiarità agri-biologiche e per la quale molto denaro pubblico è stato e sarà investito ed un limbo pericoloso che questa regione ha già sperimentato in molte sue zone, val Basento e val d’Agri in modo particolare.

 

Come Comunità Lucana-Movimento No Oil crediamo in virtù di questa considerazione e di tutte le altre che in più occasioni abbiamo ribadito che la regione Basilicata ed i comuni interessati debbano esprimere un secco e “politico” no alle richieste della società Aleanna e di quanti si surrogherebbero a questa in qualsiasi forma o modalità nella titolarità dell’istanza Palazzo S. Gervasio.

 

Chiediamo inoltre di poter essere convocati, al pari di ogni altra associazione o movimento che ne faccia richiesta all’incontro in questione, sperimentando così da subito la volontà dell’assessore e della giunta di voler addivenire ad un dialogo serio e laico sull’argomento estrazioni petrolifere, dialogo non più procrastinabile e della cui volontà attendiamo una subitanea prova.

Miko Somma, coordinatore regionale Comunità Lucana – Movimento No Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 5 Maggio 2010

Un presidente del consiglio regionale di garanzia democratica

  

Comunità Lucana – Movimento No Oil, all’approssimarsi del primo consiglio regionale della nuova legislatura consiliare, invita tutti i consiglieri regionali di Basilicata, la giunta, il suo presidente Vito De Filippo ed i relativi partiti a voler procedere in pieno accordo alla nomina di un rappresentante della minoranza alla carica di presidente del Consiglio Regionale.

  

Ciò allo scopo di rendere pienamente realizzato quel sistema di garanzie e tutele democratiche, che se nel passato trovava forma di realizzazione nella consuetudine di eleggere a tale importante carica proprio un rappresentante delle minoranze, è oggi purtroppo del tutto disattesa, sia a livello nazionale, che a livello locale, in favore di una soluzione tutta interna alle maggioranze che se non è palese ostacolo al libero dibattito politico, certo ne pregiudica potenzialmente lo svolgimento se e quando alla carica super partes debba prevalere la logica della casacca.

  

Tale pratica ci pare non possa portare, nonostante il formalismo di un’imparzialità purtroppo solo presunta del presidente dell’organo elettivo, che ad una forma di controllo della libertà degli eletti di poter giudicare ed esprimere i propri convincimenti secondo coscienza ed autonomia di giudizio, nell’ossequioso accordo al mandato senza vincoli che pur continuando ad essere un caposaldo del nostro sistema democratico, trova oggi limite sostanziale in una dittatura delle segreterie politiche dei partiti e nella redazione di ordini del giorno strettamente legati alle esigenze di queste ultime e non mai alla necessità che l’eletto sia il rappresentante di tutti i cittadini.

  

Pur sideralmente lontani dalle pratiche politiche delle minoranze presenti nel Consiglio Regionale di Basilicata alla data odierna, chiediamo quindi che ad un rappresentante di queste venga affidato dall’Assemblea stessa l’incarico di presiedere l’organo legislativo regionale, evitando al contempo che tale carica venga assunta da chi in passato, già presente nella stessa, abbia ingenerato dubbi morali sul proprio comportamento da consigliere, ancorché essi stessi non possano essere definiti colpevoli di alcun illecito fino al pronunciamento di merito degli organi giudicanti.

  

Chiediamo inoltre che si avvii a cura dello stesso presidente eletto la pratica dell’audizione sia in commissione che in consiglio di esponenti di associazioni, movimenti, gruppi politici sia pur non rappresentati nelle istituzioni quando costoro e le relative strutture ne facciano richiesta su temi di rilevanza generale ed in particolare su temi di carattere ambientale ed energetico.

  

Chiediamo ancora che venga istituito dal presidente eletto un ufficio di garanzia del cittadino, atto a più celere consegna agli interessati delle documentazioni da questi richieste e riguardanti gli atti del consiglio, della giunta e delle dirigenze di dipartimento se e quando l’argomento sia di carattere generale e tale da non potersi attendere la pubblicazione sul BUR ad onta di possibili obiezioni ed osservazioni da presentarsi nei termini previsti dalle vigenti leggi, tutto ciò in piena osservanza di convenzioni internazionali a cui il nostro paese e la nostra regione aderiscono.

  

Chiediamo quindi che tale carica rappresenti i cittadini prima ancora che gli eletti nell’assise.

  Miko Somma, coordinatore regionale

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 3 Maggio 2010

La regione tecnica.

 

 

 

 

Così dopo qualche giorno di impasse ecco completato l’organico della nuova giunta De Filippo con la nomina dei dirigenti generali dei dipartimenti, mancando certo il sottogoverno, ma di una cui celere attribuzione di relative seggiole in ossequio all’ortodossia al manuale Cencelli nostrano siamo certi, almeno per la riconoscenza ai sodali elettorali che il presidente di certo non vorrà o potrà eludere.

 

 

Ma se stiamo ai fatti, rimanendo all’aspetto tecnico che le cariche assegnate dovrebbero comportare, non ci pare che il disegno burocratico uscito della nomina dei responsabili dei sei più uno dipartimenti regionali ne esca granché mutato rispetto al lay-out politico evidenziato nella fase di composizione di una giunta che ci pare muoversi più nel senso dell’asservimento energetico quasi totale della regione e delle sue attività, ferreamente affermato fin dalla scorsa giunta, che in altre, più sostenibili direzioni.

 

Non dovrebbe così affatto sfuggire la nomina di Angelo Vignola Donato Viggiano (vedi commento), l’assessore-lampo, alla dirigenza del dipartimento ambiente a tenere compagnia ad Agatino Maucusi (UDC), assessore la cui competenza in materia è si dubitabile, ma la cui fede nuclearista per interposto partito è invece certa.

 

Questa nomina corrisponde non tanto alla prebenda per le sue frettolose dimissioni dal centro ITREC di Rotondella in accettazione di un incarico “tecnico” proprio all’ambiente rivelatosi subito più debole degli appetiti dell’IDV, quanto al vero principio che di fatto la giunta afferma, che il nostro territorio cioè possa divenire oggetto di energizzazione forzata e che al politico che detta linee politiche, debba poi seguire il burocrate con cattedra universitaria in materie energetiche e proveniente da un centro di ricerche-stoccaggio della cui presenza in regione ogni lucano di buon senso farebbe a meno.

 

Si sottende così che quel modello di “coesistenza” è un modello valido, esportabile in tutta la regione in un canone quasi liturgico. Ma che sia anche segnale di qualcosa che De Filippo forse già conosce, l’ubicazione cioè del centro unico nazionale di stoccaggio di scorie nucleari e che al netto di tutte le pseudo-bellicose dichiarazioni pre-elettorali dello stesso verso una centrale nucleare – si badi bene, centrale, non sito unico - e dalla cui allocazione ad Irsina o Scanzano presto verremo a conoscenza?

 

Che sia un segnale ancora più chiaro di come il PIEAR già sotto impugnativa del governo, forse per una frase sul diniego in regione dell’uso del nucleare che rimane competenza esclusiva dello Stato, sarà barattato con l’accettazione dello stesso sito unico in cambio di mano libera sulle bio-masse in odor di CDR-legna ecologica equivalente e l’agri-energia che traslerà l’agricoltura lucana sul no-food, sulle quote di eolico emendate alle domande ex-ante giacenti in regione (1346 MW) e non comprese nel piano (981 MW), al foto-voltaico selvaggio direttamente sui campi agricoli?

 

Supposizioni ardite ed ordite sulla teoria nevrotica del complotto o semplici constatazioni basate sulla fenomenologia dei dati alla loro osservazione, sarà solo il tempo a dirlo – un breve tempo – nei fatti ci pare che l’unica nomina fuori dal recinto dei boiardi della regione Basilicata, sia proprio la nomina del neo-dirigente in questione, rimanendo il resto delle nomine in una logica consueta di “cosa loro”.

 

Se così non fosse, come pensare a Viviana Cappiello che da architetto nella scorsa consiliatura gestiva il dipartimento ambiente ed oggi passa alle infrastrutture? O Pietro Quinto, avvocato, già esperto di sanità, che dall’agricoltura passa ora alla sanità? O delle signore Santoro, l’una Liliana, geologo e finora Autorità di Gestione del P.S.R. 2007-2013 ed oggi al dipartimento formazione, l’altra, Maria Carmela avvocato cassazioni sta, prima segretaria generale della Giunta ed oggi alla direzione dell’agricoltura, o di Michele Vita, ingegnere, ora alle attività produttive, tutti comunque in ruoli che ci pare difficile vedere come legati alle rispettive esperienze curriculari?

 

Il mondo di via Verrastro è certo un mondo a parte in una regione in crisi già ben prima della crisi, un mondo quasi avulso da ogni collegamento con il nostro sistema del lavoro che non funziona affatto, generando continue emergenze occupazionali figlie di una programmazione “carpe diem” che non ci fossero le voci degli interessati portate a Palazzo per interposta bocca e retro-pensiero purtroppo dei soliti eterni sindacalisti, proprio non ce la farebbero ad essere intraviste da quel mondo dorato.

 

Ed allora a questo mondo di nominati vorremmo ben fare delle domanda, sul registro dei tumori che non registra nulla dei conclamati, ormai innegabili aumenti di malattie neo-plasiche e croniche oppure sul fallimento della legge sulla reindustrializzazione o magari sulla formazione professionale che non ha formato che rendite di posizione, lasciando tutti gli altri attori nell’inferno della corsa al corso per sopravvivere. E vorremmo anche fare domande sui piani dei trasporti, fallimentari ancora prima della loro sottoscrizione, sull’agricoltura lasciata al macero di una distribuzione capestro ed al gioco delle “eccellenze” di Shangai, Berlino e ovunque si sia spacciata una Lucania che non esiste affatto.

 

Probabilmente faremmo domande oggi a chi risponderebbe di rivolgersi ai propri predecessori ed ai politici che dettano le linee guida di quanto nei dipartimenti poi si realizza, si autorizza, si nega e si consente, quasi che chi lancia le bombe, sia meno colpevole di chi le costruisce.

Lana caprina, certo!

Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana.

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 30 Aprile 2010

L’onda nera in Louisiana farà riflettere la Lucania?

  

La cronaca del disastro ambientale sulle coste della Louisiana in seguito al crollo della piattaforma petrolifera ed alla fuoriuscita dal pozzo sottomarino di 5.000 barili al giorno in estensione continua sulla superficie marina del Golfo del Messico e giunte ormai a toccare l’ecosistema irripetibile delle paludi alla foce del Mississipi, in un disastro dalle dimensioni maggiori perfino del crack ambientale causato dalla petroliera Exxon Valdez, dovrebbe far riflettere anche la nostra petrolifera Lucania.

 

Obietterà qualche strenuo sostenitore del petrolio-risorsa che da noi non ci sono piattaforme marine, ma si ricrederebbe costui di fronte al dato di due permessi di ricerca di idrocarburi in mare appena al largo della battigia metapontina?

 

Permessi di ricerca che posano su alcune certezze, che esistano cioè giacimenti di idrocarburi al largo delle coste lucane in continuità geo-morfologica con i giacimenti di Val d’Agri, Val Sauro e Val Basento, che vi sia per le esplorazioni in mare una sorta di by-pass da azioni di tutela da parte delle regioni visto che le coste sono territorio regionale, ma non le acque marine, che le royalties dovute allo Stato siano del 4%, che infine un recente decreto abbia di fatto espropriato le regioni di quasi ogni competenza in materia di estrazioni terrestri, figurarsi per quelle marine.

 

Per realizzare un pozzo in mare è ovvio che a trivellarlo non si possa che farlo dall’alto di una piattaforma, idem pompare petrolio da inviare a terra ad un centro olii per la desolforizzazione e di seguito immetterlo nell’oleodotto esistente per il suo trasporto fino alla raffineria di Taranto o caricarlo direttamente all’interno di navi-cisterna. Dal permesso alla piattaforma il passo è davvero breve.

 

La possibilità così di vedere presto al largo della costa metapontina qualche piattaforma petrolifera intenta a trivellare il fondo marino stagliarsi sull’orizzonte senza fine delloJonio è prospettiva dalla concretezza reale contenuta nei tempi brevi dell’accelerazione ai permessi che il ministero dello sviluppo economico sembra voler perseguire con caparbietà proprio nella nostra regione.

 

Dovrebbero aprirsi a rigor di logica democratica riflessioni in merito, anche a seconda della visione del bicchiere, mezzo pieno per gli ottimisti, mezzo vuoto per tutti gli altri, che porrebbero in un caso la prospettiva di un incidente ad una piattaforma o anche di “semplice” fuoriuscita di greggio come eventualità remota, statisticamente improbabile o comunque compensabile dai benefici relativi,  oppure come eventualità probabile e non soggetta che al caso od all’imperizia tecnica, statisticamente significativa rispetto anche al minimo danno eventuale che produrrebbe ad una zona a forte vocazione turistica ed agricola e ricca di evenienze ambientali da preservare (ricordiamo solo le cinque foci dei fiumi Bradano, Basento, Cavone, Agri, Sinni, oltre alle aree protette).

 

Danni eventuali per nulla compensabili dai potenziali benefici in termini di ricadute economiche dirette od indirette sul territorio prospiciente, benefici sulla cui sostanza e destinazione molto c’è da dire. In ogni caso rischi di incidenti la cui entità, sia pur rapportati alla doppia visione del bicchiere, sarebbero di gran lunga superiori a quelli osservabili in Val d’Agri, considerando che la natura sottomarina delle trivellazioni ed i movimenti ondosi a volte anche impetuosi lungo quella costa creerebbero situazioni potenzialmente critiche e molto più difficili logisticamente a controllarsi.

 

Non si deve essere necessariamente Cassandra per comprendere che, ben oltre i danni ambientali, anche il rischio minimo di incidente in fase di estrazione o trasporto del greggio avrebbe tali enormi ripercussioni sul turismo e sull’agricoltura locali – e sul turismo le avrebbe a prescindere, a meno non spunti qualche sindaco calvellese del mare a dire che si farà il turismo idrocarbur-balneare! – da dover stimolare all’ente regionale una tutela preventiva molto più cauta che in passato, attraverso negazioni da trasformarsi in atti politici nell’immediato, prima che si arrivi al fatto compiuto nel silenzio delle informazioni in merito, un sudario troppe volte steso su autorizzazioni in materia fatte passare come atti dovuti  - e ricordiamo le autorizzazioni concesse durante la vacatio elettorale!

 

Chiediamo pertanto alla giunta De Filippo ed al neo-assessore all’ambiente Agatino Mancusi di voler procedere da subito, non solo a fornire alla comunità esaustive informazione in merito, ma ad attivarsi al più presto presso tutte le competenti sedi ministeriali ed europee con ogni atto di diniego politico ed amministrativo circa i permessi per la ricerca di idrocarburi in questione, in una soluzione di continuità inequivoca con la facilità di delibera che ha finora contraddistinto le nostre giunte regionali a partire dagli anni novanta fino ad oggi e ci ha di fatto trasformati in una colonia.

Detto in soldoni, non vorremmo che dopo tutti gli incidenti, dall’esplosione del pozzo a Policoro ai ribaltamenti di autocisterne cariche di greggio, dopo le perdite, le sgasate di idrogeno solforato, benzene ed altro e dopo le sfiammate al centro olii di Viggiano, a sfiammare ora fosse anche il mare. 

Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil

Comunicato stampa di Comunità Lucana – Movimento No Oil

category Blog, comunicati stampa admin 28 Aprile 2010

Il belletto prima degli sponsali

 

 

 

Fa ben strana impressione apprendere che a soli pochi mesi dalla trasformazione dell’acta in s.p.a., trasformazione che seppur a capitale per il momento interamente nelle mani del comune di Potenza, ha di fatto privatizzato il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti nel capoluogo, le tariffe della TARSU aumentino del 15%-17% motivate da un aumento del costo di raccolta e smaltimento.

 

Stando alle dichiarazioni di Domenico Iacobuzio, ex assessore con delega ai rifiuti alla provincia di Potenza fino alla scorsa consiliatura ed oggi proiettato ai vertici della s.p.a., tale aumento deriva dal costo degli smaltimenti presso la discarica di Salandra e da non meglio precisati aumenti dei costi di raccolta (peraltro non rilevabili almeno a partire dal momento della trasformazione della azienda in società di capitali) e non già dagli oneri della costituzione degli organi societari e dagli adeguamenti dei relativi stipendi alle condizioni dell’offerta privatistica, pur se in subordine ammessi chiaramente.

 

Detto in altri termini e riportando le parole dello Iacobuzio se l’acta-azienda era presieduta da un presidente e tale carica era di tipo politico, oggi la carica di presidente di acta spa non lo sarebbe più in maniera determinante e comporterebbe oneri e responsabilità fino ad ieri evidentemente minori e che oggi necessitano di essere retribuiti alle condizioni di mercato.

 

Peccato che la sua nomina a presidente della società sia stata di schietto orientamento politico e non certo frutto di un affidamento del compito sulla base di capacità manageriali che lo stesso non ha mai dimostrato nel settore in questione, essendo state le sue nomine sempre di tipo politico.

 

Ciò naturalmente pone una domanda, quella se il presidente si sentisse meno impegnato e responsabile nell’espletamento di un servizio strategico come la raccolta e smaltimento degli RSU ieri, da amministratore eletto, e non oggi, da presidente designato, ed in maniera tale da doversi proprio oggi compensare adeguatamente ciò che ieri non lo era? O almeno questa domanda pare al sottoscritto consequenziale alle dichiarazioni rese dallo Iacobuzio alle telecamere del TG3 regionale.

 

Ma nei fatti, oltre a tali dichiarazioni, vi è da rilevare che il costo materiale del funzionamento di una spa è enormemente maggiore di quello di una municipalizzata, dovendosi costituire un consiglio di amministrazione composto da un presidente, almeno un direttore e un numero consistente di consiglieri, oltre ad un collegio di revisori dei conti, un collegio sindacale e via discorrendo, senza che naturalmente questo debba in automatico portare ad un miglioramento del servizio, che rimane penoso come qualsiasi cittadino può notare dai cassonetti strapieni del multimateriale, che certo non prende la via di Salandra, ma bensì di Tito, sede dell’Ageco e della differenziazione a contratto che il comune intrattiene con questa, o ad una razionalizzazione dei costi che semmai continuano a salire.

 

Ai più smaliziati tra i lettori non dovrebbe però sfuggire il fatto che tutte queste manovre, ancorché di bassa lega, portano direttamente a S. Luca Branca e al suo inceneritore che mai potrà partire e per il cui collaudo la città posta una montagna di soldi solo per coprire procedimenti amministrativi degli anni passati che necessitano di un atto finale, il collaudo appunto, per evitare l’interessamento della corte dei conti, propedeutici ad una chiusura immediata dell’impianto ed alla costruzione di un nuovo, più moderno, ma sempre inutilmente dannoso, inceneritore la cui “necessità” si renderebbe palese per un problema di costi, di discariche piene e via discorrendo, in un’alimentazione coatta dell’opinione pubblica che incenerire sia una via obbligata.

 

Ma non dovrebbe neppure sfuggire che a privatizzazione ormai avvenuta, a casse comunali vuote e risonanti di vuoto, occorra rendere remunerativo l’affare per suscitare l’interesse di privati veri che rilevando quote di capitale porterebbero ossigeno ad un comune disastrato nelle sue finanze, e lo si fa ritagliando già da ora un margine operativo di due milioni di euro l’anno, tale almeno dovrebbe essere il maggior cespite rinveniente dagli aumenti annunciati. Fare impresa in condizioni assicurate di margini operativi è cosa ovviamente semplice e che si destina in genere agli “amici” delle proprie cordate politiche, alla faccia di ogni logica di mercato, nel solco delle privatizzazioni all’italiana, con l’aggravante della continua, ipocrita presa per i fondelli della cittadinanza e dell’intelligenza residua.

Perché non si ha il coraggio almeno di dire che acta spa è già in vendita, che gli acquirenti già esistono e che a pagare il belletto prima degli sponsali saranno comunque e sempre i cittadini?

 

Ci si ricordi almeno che i servizi, le aziende, i comuni, persino le sedie su cui alloggiano i deretani degli amministratori sono di proprietà di generazioni di cittadini che le hanno pagate con le proprie imposte e non certo degli “illuminati” di turno – ed a scorrere gli illuminati sindaci di Potenza negli ultimi 30 anni c’è da rabbrividire – prima di disporre del patrimonio cittadino come di cosa propria, magari ricordando anche che i cittadini non andrebbero mai considerati come semplici somministrati senza alcun diritto, ma piuttosto come soci del cui parere tener di conto.

 Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil