Comunicato stampa di Comunità Lucana – L’anno che è venuto

L’anno che è venuto

Finito il tempo dei bilanci di fine d’anno tra pompose, noiose, boriose ed auto-referenti conferenze stampa di meta-realtà tra story-telling di provincia ed elegie califfali, ecco arrivati i nodi intorno al futuro ormai prossimo di Matera-Basilicata 2019, e che, oltre gli eventi, si riassumono in una sola domanda “come fa questa regione a dar modo ai turisti di viaggiare in lungo ed in largo per questa terra?”

L’anno che è venuto, nell’ovvio pullulare di incontri istituzionali, accordi e protocolli, necessita di una risposta stringente ed esaustiva a questa domanda ancora prima di ogni altra, poiché, ben oltre le questioni tecniche, è il sistema di trasporti che racconterà nei fatti la regione, se vogliamo che da Matera si irradi quell’interesse ormai certificato ad una terra antica ed al suo inconsueto lungo i suoi sentieri culturali, storici, paesaggistici, eno-gastronomici e di resilienza a cui occorre però dare reale praticabilità perché siano davvero tali.

Nella conclamata certezza che l’intervento che avrebbe potuto spostare l’asse di ricezione dei flussi turistici diretti a Matera nel resto della regione, invece che delegarlo all’area murgiano-barese, era il completamento della tratta ferroviaria tra questa e Ferrandina ed una ristrutturazione del trasporto pubblico locale imperniato proprio su questa stazione come snodo centrale tra le due direttive di trasporto su rotaie Matera-Bari e Napoli- Potenza- Taranto con inter-modalità via bus efficienti verso il resto della regione, intervento che non prevede  il completamento della tratta almeno prima del 2023 in una contraddittoria visione dell’intervento stesso – ma sappiamo che forti erano gli interessi a veicolare la recettività proprio nell’area murgiano-barese – dovrebbe porre subito l’esigenza di ritarare il trasporto pubblico locale, collegando la capitale della cultura al resto della regione con ciò che oggi già abbiamo ed è parte della nostra cultura dei trasporti, il sistema dei bus locali, in un’ottica rivisitata di distribuzione della recettività turistica che coinvolga maggiormente il territorio lucano.

E se tale esigenza significa non solo riprogrammare i collegamenti tra Matera e la fascia ionica in virtù di una infrastrutturazione recettiva già esistente ed attrezzata ed allargare il raggio degli stessi verso la val Basento e la collina materana, ma assumere come assi di smistamento dei flussi turistici che sin dall’inizio di questa primavera si faranno imponenti, sia Potenza, di fatto già terminale di penetrazione nel territorio della regione, sia la zona del Vulture-Melfese, con la creazione immediata di un servizio di bus navette tarato sulle esigenze del turismo che evidentemente non sono le stesse del pendolarismo lavorativo e studentesco.

In estrema sintesi prevedere che ogni due ore nel corso della giornata e parte della notte una navetta parta dalla città dei Sassi per Potenza e viceversa, così per Melfi e viceversa, con la città federiciana maggiormente connessa a Potenza con il potenziamento del trasporto ferroviario già esistente, significa dare al turista scelta ed opportunità di miglior movimento all’interno di una regione che è essa stessa fisicamente candidata a quel ruolo di capitale della cultura, costituendo l’intero territorio regionale e il suo unicum storico-paesaggistico “il motivo concreto” e non solo il contenitore geografico astratto di Matera 2019.

E certo un sistema pubblico tarato su queste esigenze aiuterebbe anche i lucani a vivere l’appuntamento con maggior facilità, maggiore possibilità di movimento e così maggior scambio culturale e di identità tra comunità che orografia del territorio ed oggettivo isolamento, storia antica e più recente, strategie di governo dei territori hanno rese troppo poco coscienti di una “disomogenea omogeneità” di una identità comune che invece esiste e reclama forma e sostanza a cominciare dalla partecipazione attiva ad una occasione che o è “occasione” collettiva per far radicare nella coscienza comune un’identità di riscossa e voglia di rinascita o diviene il mero susseguirsi di eventi che fanno il “divertimentificio” che questa regione non può consentirsi di divenire.

Dieci servizi di bus navetta Matera – Ferrandina – Potenza e viceversa, ovvero venti corse giornaliere per mini-bus direttrice Basentana, dieci corse Matera – Venosa – Lavello – Melfi e viceversa, via Bradanica, venti altre corse, più il potenziamento del servizio ferroviario Melfi – Potenza con due convogli aggiuntivi al traffico esistente in coincidenza con le navette stesse, sono forse troppe per una regione, in vista di un appuntamento che non ammette errori o ulteriori ritardi?

Sarebbe imbarazzante che gli appuntamenti elettorali blocchino o ritardino la riprogrammazione del trasporto pubblico di cui la regione ha necessità per “incontrare” flussi turistici che non si può permettere siano ospitati altrove e che vogliamo invece possano “penetrare” tutto il territorio lucano per affermare la ricchezza culturale di una terra che la storia ha consegnato integra ad una modernità con cui occorre confrontarsi senza perdersi.

Miko Somma   

Comunicato stampa …O il cemento o la cultura

O il cemento o la cultura

A giudicare dalla Delibera di Giunta Regionale che rilascia il suo giudizio positivo di compatibilità ambientale ed autorizza un voluminoso incremento di combustibile secondario da rifiuti (CSS), oltre ad un ampliamento delle aree di stoccaggio e quasi sibillinamente di un “aggiornamento del quadro emissivo” per la Cementeria di Matera, verrebbe da dire che tra le due destinazioni che “impegnano” fortemente l’immagine della città, o il cemento o la cultura, la nostra giunta regionale, assente la non lucana vicepresidente Franconi, sceglie il cemento.

Ed è’ tale la sconvenienza, l’illogicità e la miopia di questa delibera di giunta regionale che autorizza un vero e proprio attentato all’immagine stessa di Matera capitale europea della cultura ed alla salute dei materani, che quasi si stenta a credere che ci si possa dare la zappa sui piedi con tanta violenta ignoranza e protervia senza neppure considerare due ovvietà che avrebbero dovuto spingere proprio in direzione opposta.

Ovvero una città che è un unicum storico-culturale e paesaggistico può concedersi contraddizioni così stridenti come l’utilizzo per un plesso produttivo di rifiuti – tali sono – come combustibile, senza divenire oggetto di quelle criticità che in Val d’Agri portano solo stolti ed interessati a credere che possa esistere il turismo proprio di fianco all’estrazione di idrocarburi?

E ancora, dopo la scoperta dell’inefficienza di ARPAB rispetto a molte matrici di emissioni, come si ha pretesa di convincere i materani che quell’aumento di combustibile da rifiuti ed un “aggiornamento del quadro emissivo” sono un particolare di poco conto?

E se alla prima domanda appare scontato che proprio quell’unicum storico-culturale e paesaggistico richiede soluzioni di approvvigionamento energetico per un plesso produttivo che non siano lo scarto di una società fondata sui consumi, ma soluzioni più moderne che proprio dallo “scarto” prescindano per questioni prima ancora che tecniche, di coerenza culturale ad un modello che si è usato e si usa come “motivo” della candidatura prima e del percorso verso il 2019 poi, alla seconda è evidente che fin quando non si sia fatta la più piena chiarezza sulle potenzialità di controllo di ARPAB e sulla sua  catena fiduciaria con l’ente regione, qualsiasi rassicurazione suonerà a “tutt’apposto” per i cittadini.

Non conosciamo quali motivi abbiano spinto la Giunta Regionale a scegliere, tra cemento e cultura, il primo e non la seconda, visto che pure l’osservanza dei dettati di legge che equiparano il CSS ad altre forme energetiche, e quindi rendono ammissibile e lecita la richiesta della società di revisione dell’AIA, non esonera certo sia da considerazioni più ampie circa la destinazione dei territori, sia da potestà legislative, che in materia di concorrenza ex art. 117 Cost., danno facoltà all’ente di imporre modelli produttivi ossequiosi proprio di quelle destinazioni e quindi non avrebbero costituito ostacolo o gravame al diniego espresso della richiesta.

Ciò nonostante, la Giunta Regionale imbocca una strada monocratica e non discussa affatto con i cittadini attraverso le loro istituzioni locali, di fatto imponendo un modello corto di relazione che lega, con l’ambiguità di tutte le relazioni corte pure nel rispetto della normativa, la struttura societaria, che esprime una domanda, al solo ente regionale, che esprime una risposta, e non al territorio sul quale opera, che invece subisce sia la sicura contraddizione culturale e d’immagine che in epoca di turismo consapevole conduce all’evidenziarsi della stessa in minore fascino ed attrattività di un unicum che sembra meno unico, sia l’eventualità di danno alla salute ed all’ambiente he non sappiamo se siamo in grado di monitorare e quindi di evitare.

In attesa di un ravvedimento della Giunta Regionale a cui faccio richiesta di ravvedimento, invito il sindaco de ruggeri, come massimo responsabile della sicurezza e della salute della città, a sollevare conflitto presso il TAR, precauzionalmente bloccando l’aumento con ordinanza sindacale urgente, o il consiglio comunale a proporre mozione in tale senso, dando modo ai cittadini materani di poter contare chi si oppone ai rifiuti come combustibile per la cementeria e chi invece approva.

Miko Somma, COMUNITÀ LUCANA verso la costituente del Partito Ambientalista Comunitario di Basilicata.

 

Com. stampa di comunità lucana – La fine di una stagione che richiede un atto di coraggio

La fine di una stagione che richiede un atto di coraggio

Non avendo o volendo avere alcun titolo per entrare nel merito sul lavoro della magistratura ordinaria sul “file” centro olio di Viggiano o su quello a cui è stata chiamata la magistratura amministrativa a riguardo del pozzo di re-iniezione di Costa Molina, ma volendo a pieno titolo entrare in un ambito di valutazione politica complessiva dell’intera faccenda delle estrazioni nella nostra regione, rilevo che quanto sta penosamente accadendo sulle estrazioni di greggio in val d’agri, ampiamente annunciato e denunciato dal sottoscritto per molti anni, necessita oggi di valutazioni serene in un ambito politico più che di un’attesa beckettiana per ciò che accadrà che sembra pervadere gli organi decisori lucani.

Siamo giunti alla fine di una lunga stagione, prenderne atto è operazione di verità, prima ancora che con i fatti che si palesano ormai in una drammatica prospettiva dove tornano in ordine avvenimenti, cause ed effetti, con la coscienza individuale che pure dovrebbe muovere chi, con compiti decisori, seppur transitori, sul presente e sul futuro di una terra, oggi dovrebbe giungere ad una conclusione che si presenta quasi banalmente ovvia nella sua drammaticità, il centro olio di Viggiano e l’interezza della filiera delle estrazioni in Val d’Agri in queste condizioni vanno bloccati definitivamente.

Ed è chiaro che bloccare quegli impianti richiede quella speciale responsabile volontà politica verso i propri cittadini, volontà che è mancata sinora evidentemente per calcolo dei pochi ed ignoranza dei più, e di cui oggi appare evidente ed urgente la necessità, sia nell’attivazione delle potestà legislative e decisionali regionali, autonome e sussidiarie, potestà istituzionali che intersecano direttamente la sanità e la sicurezza dei cittadini, la programmazione di territori e cicli economici, la salvaguardia del patrimonio ambientale e paesaggistico, sia in una grande domanda da porsi al paese intero prima che ai governi, ovvero al parlamento nazionale ed europeo prima che a palazzo Chigi, ovvero se a fronte di gravi danni conclamati, se a fronte a quelli maggiori ancora da accertarsi in una materialità  definitiva ed a fronte delle troppe zone ambiguamente grigie che hanno fatto sino ad oggi da scudo ad estrazioni di idrocarburi indegne di un paese civile, la proprietà esclusiva dello stato delle risorse del sottosuolo e le materie di interesse nazionale ad esso collegate e statuite negli accordi del ’98 siano motivi per superare il diritto dei cittadini ad esser tali e non sudditi tenuti all’oscuro della realtà.

Ogni considerazione economica e di bilancio si ferma di fronte al rivelarsi crudele di una realtà che solo chi non voleva vedere non ha visto, ovvero ENI inquina, ENI mente, ENI minaccia, ENI imbroglia i cittadini lucani, irridendoli e blandendoli con promesse degne più d’una feroce, famelica, compagnia delle indie occidentali che di un ente che nominalmente è ancora da doversi definire pubblico, quindi al servizio del paese e del suo interesse che non è solo economico, ma anche, soprattutto di curatela e patrocinio di un equanime diritto dei cittadini, anche di quelli lucani.

Al presidente Pittella, verso cui non nutro certo alcuna simpatia politica, chiedo oggi di assumersi, a partire dalla propria coscienza personale di uomo e di medico, il gravoso e difficile compito di un atto di coraggio che i suoi predecessori non hanno esercitato (per dolo, colpa o semplice ignoranza di concatenazioni cause-effetti non tocca al sottoscritto deciderlo), revocare in via definitiva e immediata ogni autorizzazione ad ENI, sia per il plesso del centro olio di Viggiano, sia per ogni attività connessa ad esso, estrazione, re-iniezione, stoccaggio e trasporto con ogni mezzo del greggio della Val d’Agri, di avviare da subito, come responsabile della regione Basilicata tutte le azioni legali in sede civile per il risarcimento e la riparazione del danno alle persone, all’ente ed al territorio, e di avvalersi di tutte le sue facoltà di intervento e responsabilità, stabilite dalla Costituzione, per sollevare di fronte al parlamento italiano e a quello europeo, presso corti del paese e comunitarie, presso l’opinione pubblica popolare, quella domanda che oggi nella nostra regione si alza forte dal basso, ovvero se i lucani abbiano o meno il diritto alla salute, al territorio ed alla trasparenza anche rispetto a quell’interesse nazionale che con ignominia oggi si consuma sul proprio territorio, sul diritto all’oggi ed al domani, e più banalmente, ma non meno pressante sulla propria pelle e sulla propria dignità.

Miko Somma, segretario di Comunità Lucana verso la costituente del Partito Ambientalista e Comunitario di Basilicata.

Comunicato stampa di Comunità Lucana

 

Ora è tempo di decisioni drastiche, che gli accordi del ’98 siano impugnati dalla regione.

Quanto sta accadendo in Val d’Agri rappresenta il picco epidemico di una malattia in atto da anni ed anni e tuttavia inascoltata nel suo grave decorso da parte della politica regionale, colpevole di non aver dato ascolto a chi – il sottoscritto tra questi – ha speso tempo ed energie per aprire gli occhi ad una regione che ancora credeva nel “miracolo” petrolio e che, se miracolo è stato, lo è stato per pochi, ENI in testa ed a seguire tutte le cordate di consenso che sugli investimenti derivati dalle royalties hanno costruito fortune elettorali.

Ma non è tempo di recriminare sulla conclamata bassezza etica di classi dirigenti la cui unica preoccupazione in questo lungo periodo è parsa più essere la continuità del flusso delle royalties che la minima presa d’atto della realtà del disastro che stava emergendo, che era chiaro e che tuttavia è stato sempre negato, giunto il tempo invece di agire ed in fretta per il bene di una regione che non merita questo scempio, anche a costo di drastiche decisioni che si potrebbero riassumere in una frase, impugnare gli accordi del ’98 e farlo subito.

L’evidenza è infatti la conclamata inadempienza ENI ad alcune precise condizioni contrattuali che recitavano di cicli produttivi da effettuarsi nel rispetto delle migliori pratiche di salvaguardia ambientale – e siamo qui alla condizione civile, dovendo la parte penale basarsi sul non rispetto delle leggi, quindi su ipotesi di reato che non è compito dell’istituzione regionale promuovere, bensì della magistratura competente – condizioni che il ripetersi di “eventi delicati” rende di fatto come non rispettate e quindi passibili di una azione di impugnativa e di recessione da accordi che la clausola di interesse nazionale non rende comunque oltrepassabili sia sul piano penale, che sul piano civile.

In parole povere, la Regione Basilicata dovrebbe dare mandato ai propri legali di adire le clausole rescissorie garantite per legge su ogni accordo che si rivelasse dannoso per una delle parti, sospendere in via cautelare ogni continuazione degli effetti dello stesso e richiedere i danni alla parte inadempiente, danni che in questo caso sarebbero già molto ingenti, nelle more di un eventuale processo penale per reato di disastro ambientale a cui la regione stessa ed i comuni non potrebbero stavolta non costituirsi come parte civile.

La fine poco epica di un sogno per alcuni, sempre meno, la fine sollevante di un incubo per tanti, sempre di più, la fine di un’avventura nata male e cresciuta peggio tra eventi e contraddizioni che recitano di una regione e di un popolo preso in giro, blandito, e la cui rabbia cresce nella certezza che se non sarà la propria massima istituzione territoriale a difenderlo, in breve tempo il combinato di interessi tra Stato e compagnia (accise e profitti) ritesseranno una tela mortale che calerà di nuovo sulla terra di Lucania, conclamandone per sempre la destinazione a campo petrolifero.

Occorre coraggio politico se non si dispone di coraggio personale – e di certo questa giunta e questo assetto politico non si fonda sul coraggio pure sbandierato in certe competizioni elettorali – e il coraggio politico fonda sulla certezza di avere un popolo intero a dire no al petrolio, un popolo che lo ha urlato a gran voce quando, unica realtà regionale, supera il quorum referendario sulle trivelle in mare, che lo ha urlato ancora quando primeggia nella percentuale di no alla riforma costituzionale, che pure qui si era inteso come “lasciapassare”, dopo la macelleria dei diritti del territorio dello sblocca-Italia, per le mire delle compagnie di arrivare ovunque a trivellare alla ricerca ed estrazione di gas e greggio (ancora oggi manca quel famoso piano delle aree che almeno delimiterebbe quelle mire).

Presidente Pittella, lei ha politicamente sbagliato tutto, forse anche umanamente – giacché per alcuni pare oggi che politico e personale si siano rifusi insieme, dopo decenni di lotte sociali e politiche per tenerli separati ed affermare che la democrazia è un concetto di ampia convivenza nei diritti e non “graziosa concessione” di qualche laica maestà– e le sue intenzioni a latere sulla questione oggetto di molti distingui che presentano anche punti di realtà, ma per una volta faccia ciò che ogni lucano si aspetta oggi dal proprio presidente, impugni quegli accordi senza pensare alla sua futura carriera politica o a bilanci “inquinati” proprio da quelle royalties e che devono tornare ad essere ciò che è potenzialità economica reale del territorio, non fondandosi più su un prezzo che territorio e popolo dovranno pagare.

Impugni quegli accordi e chieda i danni ad ENI, o sarà il prossimo presidente della regione, e sperabilmente non lei o qualcuno della sua maggioranza, a farlo, cosciente che questo passo è ormai un passo irrinunciabile per una politica lucana che esprima i lucani, tutelandoli, e non più solo gli interessi di alcuni lucani.

Miko Somma, Comunità Lucana   

Comunicato stampa di Comunità Lucana

Sul Pertusillo o la resa della politica o le dimissioni di Iannicelli.

Che il direttore dell’ARPAB Iannicelli si prenda la libertà di “concordare” analisi con tecnici indicati dal 5 stelle sulle acque del Pertusillo è una libertà inconcepibile per un dipendente di questa regione, una palese violazione non solo degli obblighi istituzionali e della missione dell’agenzia, ma pratica scorretta e da sanzionarsi con l’allontanamento immediato del direttore.

Premesso che l’ARPAB, come correttamente indicato da Bolognetti, con simili comportamenti avalla la percezione diffusa tra la popolazione della sua incapacità a gestire fenomeni che in oltre 20 anni di storia degli idrocarburi in questa regione pur ci si sarebbe dovuti premunire di saper gestire, quello che fa trasalire è l’assoluta noncuranza delle regole della buona amministrazione e delle leggi che il direttore mette in atto, concordando con una parte, il 5 stelle, ciò che invece andava concordato con l’intera società semplicemente facendo il proprio dovere o ammettendo di non essere in grado come agenzia di farlo.

Il problema tecnico è di natura schiettamente istituzionale ed in alcun modo politico, non riguardando né la buona fede dei grillini sulla questione, nè la correttezza deontologica e professionale dei tecnici da loro indicati, piuttosto trattandosi di un grave problema di metodo e di merito su una vicenda dove, se l’impianto proposto da Iannicelli dovesse passare, non si comprende come e perché i tecnici non avrebbero potuto essere indicati da altre forze politiche, per una questione che riguarda tutti i lucani e non solo una parte di loro, rappresentati appunto dai 5 stelle.

Fa specie che un dipendente di lusso che “gode” della fiducia del presidente Pittella e del Consiglio Regionale prenda simili iniziative che contravvengono ad ogni logica mandataria, dove il mandato è appunto dirigere, in nome e per conto di una funzione di indirizzo, la politica regionale, un “pezzo” di fondamentale importanza dell’attività istituzionale stessa, quella della protezione ambientale, attività questa che non può essere delegata ad alcuno senza che quell’indirizzo politico l’abbia autorizzata.

Quindi o Iannicelli è autorizzato dal presidente Pittella, ed a quel punto la domanda sull’opportunità politica di simile accordo è proprio a questi che va indirizzata e come tale assume il carattere politico diretto di quale sia il motivo di questa scelta che sembra voler “stringere” il campo di azione concesso a due soli soggetti politici feroci competitori, almeno di facciata – e immancabili allora ci sorgerebbero  mille sospetti di un qualche “pactum sceleris” consumato sui tavoli romani sulla testa dei lucani – o il direttore Iannicelli ha semplicemente oltrepassato il mandato affidatogli, arrogandosi dei privilegi di indirizzo politico-gestionale che non tocca a lui esprimere.

Ed in entrambi i casi non si tratta di lana caprina, né di sesso degli angeli, ma di due diverse domande che un qualsiasi cittadino deve porsi ed a sua volta porre al presidente Pittella:

1)    nel caso si tratti di una sua scelta politica, quella di voler concordare le analisi che ARPAB non riuscirebbe a fare, perché questa apertura e perché limitare un accordo a una sola parte, i 5 stelle, anziché aprirla ulteriormente verso l’intera società civile, oltre che verso la politica tutta ed i partiti tutti che ne sono ancora una espressione?

2)    nel caso si tratti di un travalicamento del mandato del direttore, che compie atti politici di non pertinenza al suo ruolo, perché non ne esige immediate le dimissioni o ne revoca il mandato?

Se la politica si arrende sulla questione del Pertusillo, o cercando delle forme di pacificazione politica con chiamate di responsabilità comune all’avversario numericamente più infastidente per le elezioni regionali, così forse traguardando più all’orizzonte nazionale che alla fotografia locale, forme che se certo non risolvono problemi di inquinamento che occorre ancora accertare negli effetti, e non nelle cause, l’attività di estrazione e trattamento del greggio, forse si limitano a tacitarlo in nome di inediti “tutt’apposto” ancora da scriversi con l’inchiostro dell’orgiastico grillino per un potere sentito vicino, o sperimentando forme di gestione privatistica di quanto invece rigorosamente pubblico, siamo forse giunti alla fine di un percorso democratico che recita ormai solo che “del doman non vi sarà certezza”.

Miko Somma, Comunità Lucana

Comunicato stampa di Comunità Lucana

 

Lettera aperta all’a.d. di Eni, De Scalzi

Egregio sig. De Scalzi, apprendo, come tutti i lucani, dal tg3 regione delle sue dichiarazioni circa la necessità di creare un clima di serenità in Val d’Agri affinché la compagnia da lei diretta investa un certo numero di miliardi in quella terra, e francamente nel dubbio se ciò sia falso, ovvero una forma di ormai più che solita millanteria sponsorizzata a gran voce dalla testata giornalistica per blandire un’opinione pubblica ormai stanca e che forse ritiene ancora blandibile con qualche promessa.

E nel dubbio se invece ciò sia vero, dovendoci chiedere tutti allora non solo quali siano i progetti Eni per la valle, che le ricordo far ancora parte della regione Basilicata, a cui è attribuita ogni titolarità di esclusiva programmazione e destinazione del territorio e delle sue vocazioni, sentite le popolazioni, mi chiedo se lei conosca in dettaglio la valle stessa e possa serenamente affermare che ogni forma di investimento della sua compagnia non possa non andare nella direzione di una trasformazione di un “miracolo” della natura e dell’operosità dell’uomo agricolo, specie da lei evidentemente non degna di essere tutelata, in un hub energetico che comporterebbe la definitiva scomparsa in quel territorio di ogni forma di produzione agricola e del suo indotto, di ogni attività turistica, di ogni attività di cura ambientale e di protezione culturale ed economica.

Le chiedo infatti, se cosciente non solo degli impatti integrati, quindi ambientali, sanitari, economici e culturali che le attività della sua azienda comportano naturalmente in un territorio – si tratta di una attività, quella della estrazione e trasformazione di idrocarburi giudicata dalle organizzazioni mondiali come altamente impattante – se lei mangerebbe prodotti alimentari coltivati in una terra dove petrolio e gas danno il ritmo, se lei andrebbe in vacanza in una terra dove petrolio e gas dominano paesaggio ed umore collettivo delle popolazioni, se lei comprerebbe un oggetto artigianale ivi prodotto o magari scommetterebbe un solo centesimo sul fatto che, innestato l’hub energetico a cui mirate e che pare interesse composto con lo stato, qualcosa possa economicamente e culturalmente sopravvivergli.

Perché veda, il problema vero non è e non può essere quel clima di serenità che oggi invoca e che, invece, la sua azienda ha minato in due decenni di attività opache – le ricordo non solo il processo penale in corso che vede coinvolte personalità di rilevo nell’organigramma aziendale, ma pure quelli che probabilmente saranno da tenersi per supposti inquinamenti delle falde acquifere o per mancate tempestive comunicazioni di autodenuncia, e le tante, troppe “sfiammate” dalla sua azienda definite di volta in volta colpe altrui (forniture elettriche non regolari) o attività di buona salute di un impianto che, a mio modesto parere, funziona male ed ha troppi seri problemi per non creare invece proprio questo e le sue attività paure, incertezze, malumori e persino quella rabbia che non saranno le sue promesse mirabolanti a cancellare – non abbiamo l’anello al naso, come invece sia lei che gli spin doctors in azienda e fuori dall’azienda suppongono i lucani portino come segno distintivo.

Si chieda piuttosto se non siano state proprio le vostre attività e le vostre idee sul mondo produttivo ad aver forgiato davvero molto male quelle “catene” di creazione di una opinione pubblica favorevole che oggi, nell’evidenza condivisa dalla popolazione valligiana e lucana che gli idrocarburi in questa valle abbiano creato dei danni e delle dipendenze ancora difficili da poter configurare, sembrano non tener più le volontà dei lucani ancorate ai miti del benessere e del posto di lavoro con cui siete approdati in questa terra, nella realtà ormai palese di una valle che si sente soggiogata dalla violenza della palude informativa con cui fino ad oggi, nella complicità attiva o passiva di parte delle classi dirigenti locali, regionali e nazionali, avete creduto di reggere l’architrave di una bugia, perché realtà vuole che ovunque nel mondo le attività che praticate producono inquinamento ambientale, politico e culturale.

Non mi senta suo nemico – il sottoscritto per attitudine non ha nemici – ma la invito cordialmente a rinunciare al suo viaggio di “pacificazione” che intenderebbe mostrare un nuovo/vecchio volto, quello dei denari o delle perline di vetro, e ad accettare l’incontrovertibilità del fatto che i lucani sono ormai stufi di essere presi in giro e di petrolio proprio non vogliono più sentirne parlare, di quello vecchio e di quello nuovo, in Val d’Agri come nel resto della regione.

Miko Somma, Comunità Lucana          

Comunicato stampa di COMUNITA’ LUCANA

Non un barile, non un centimetro quadrato in più o sarà rivolta sociale

Avendo sempre considerato che le lotte territoriali non possono essere piegate o distorte ad alcuna logica di parte, dopo anni in cui ho condotto una lotta per la trasversale presa di coscienza del pericolo che estrazioni e ricerche di idrocarburi rappresentano per l’interezza del territorio lucano, in termini ambientali, sanitari, economici e di programmazione del territorio, e dopo aver lasciato che altri attori se ne facessero carico perché consideravo la lotta appunto non personale o di parte, ma a carattere popolare, ed in quanto tale da svilupparsi liberamente, e dopo aver “contaminato” il PD regionale sulla questione, martellando in ogni direzione ed a mezzo stampa sulla necessità che quel partito regione si facesse carico di una situazione che volgeva all’insostenibilità, è giunto il tempo che riprenda la battaglia per fermare questa deriva che rischia, ad art. 38 del c.d. decreto sblocca Italia pienamente operante, di travolgere e stravolgere la nostra regione.

La questione è semplicemente vitale per il nostro territorio. Stanno giungendo al pettine, 72 sindaci su 131 della nostra regione farebbero bene, se già non lo fanno a considerarlo, i nodi irrisolti per anni da una politica regionale inconsulta che ha “galleggiato” tra la finta ignoranza con cui troppo spesso ha trattato la questione petrolio in termini di sole royalties, dimentica persino di responsabilità precise legali, legislative ed etiche in termini di controlli ambientali e sanitari, e l’irresponsabilità di “affidarsi” ad una parte politica, quella renziana per intenderci, per la “mitigazione” di vecchi appetiti di compagnie (profitti) e stato centrale (introiti fiscali) sul sottosuolo lucano che proprio quella parte ha invece portato alla tavola di una regione ricattabile, perché priva di un’“economia dell’altrimenti” in grado di maturare altre priorità.

L’atteggiamento pilatesco del consiglio regionale che, domandandosi se non fosse il caso di opporsi in sede costituzionale a quel combinato disposto, nonostante ben oltre 15.000 firme di cittadini lucani (il 3% della popolazione) che chiedevano un atto di dignità territoriale e di resistenza nell’alveo delle potestà attribuite all’ente dalla costituzione, e che il sottoscritto, dopo un’auto-organizzata raccolta di qualche giorno su una petizione popolare, aveva consegnato alla presidenza del consiglio perché fungesse da “facilitatore” di una decisione che altre regioni non avevano avuto dubbi ad assumere, non ha giovato al far testare a chi di quelle disposizioni di legge sembrava ispiratore, confindustria e assomineraria, quella “volontà dell’altrimenti” che, posta in essere, avrebbe forse riconnesso una  politica regionale sentita succube o complice (dipende dai punti di vista), forse le due cose insieme, di quegli appetiti ed un popolo di Basilicata stanco ormai di essere preso in giro.

Questo il passato, anche recente, sul quale si posa un presente che era chiaro da anni, la corsa agli idrocarburi lì dove è notorio essi si trovano in abbondanza tale da giustificare gli investimenti iniziali, ma di cui non si è voluto prendere coscienza per inerzia, ignoranza pressappochista o meschino calcolo di carriere nazionali da giocarsi con aperture graduali della regione verso il divenire un unico, enorme, hub petrolifero, che pure il sottoscritto recitava da anni come un destino segnato per questa terra se non si fosse corso da subito ai ripari con dei secchi ed inequivoci NO ad ogni richiesta, a cui accompagnare azioni reali di crescista economico-sociale “oil-free”, non condizionate dai proventi o attività di lobbyng di compagnie individuate come partner, inseguendo invece le enormi e reali potenzialità della regione.

Il punto è ora, nel declinarsi di un presente che si sapeva sarebbe arrivato e di una “fame” certificata di risorse dei comuni ed inoltrata ad un ente regione ingolfato in un bilancio difficile a chiudersi dopo lo stop di 9 mesi delle royalties della Val d’Agri, stabilire una strategia che però dubitiamo concluda altro che un possibilista NI concordato dalla giunta regionale con i sindaci verso i permessi meno “pesanti” a livello ambientale nascosto dietro un NO di circostanza verso esposizioni maggiori (il permesso Monte Cavallo e le copiose sorgenti idriche dei monti della Maddalena è tale), mentre è invece giunto il tempo di decisioni con l’occhio che guarda al futuro di una terra che oggi sa di non voler divenire una colonia.

Ed allora che la politica sappia che ogni seppellimento di testa sotto la sabbia od ogni presa di posizione che non sia “non un barile e non un centimetro quadrato in più” porterà questa volta dritti alla rivolta sociale della popolazione lucana, rivolta a cui il sottoscritto non mancherà di dare il proprio contributo.

Miko Somma, COMUNITA’ LUCANA.

comunicato stampa

il presente comunicato non viene inviato al sito istituzionale basilicatanet

L’accoglienza ai tempi di un presidente più renziano che lucano.

Ciò che sorprende davvero, pur giudicando doverosa l’accoglienza dei profughi da zone di guerra e dei migranti “politici” e positiva l’intenzione di ripopolare i nostri paesi dell’interno con nuclei familiari la cui ricerca di serenità incontra le tante opportunità che un altro modo di vedere e costruire economia pure assegnerebbe a queste comunità, è forse una cattiva conoscenza dell’aritmetica che porta il presidente Pittella a non considerare che al momento la nostra regione ospita la più alta percentuale di richiedenti asilo del paese, ovvero uno ogni 286 abitanti.

Ciò premesso e premesso che ad una piccola comunità dell’interno in via di spopolamento la presenza di immigrati stabili consente la sopravvivenza di servizi altrimenti destinati a scomparire, quali presidi scolastici, sanitari, poste, pubblica sicurezza e via discorrendo, non si può comunque non considerare il peso culturale che per le stesse comunità un afflusso massiccio ed improvviso di migranti con lingue, costumi, alimentazione e naturalmente culture, tra cui l’approccio religioso, potrebbe trasformare quella naturale accoglienza dei lucani in fenomenologie differenti che, se nessuno auspica seguire i biasimevoli e vergognosi esempi di alcune località nel nord del paese (dove certo qualcuno strumentalmente soffierà anche sul fuoco per fini elettoralistici), sarebbe tuttavia ingenuo non considerare come una risposta che potrebbe innescarsi anche da noi, un certo grado di risentimento viscerale delle popolazioni.

Risentimento che, sebbene non si sia mostrato finora, per quel gradiente di ospitalità e solidarietà che i  l“poveri” sanno mostrare verso gli altri poveri, culturalmente naturale per le popolazioni meridionali forse ancora memori di quando a partire erano proprio i loro nonni ed i genitori, l’atteggiamento ultra-lealista ed a tratti servile di un Pittella (che a volte sembra un maggiordomo renziano) nei confronti delle politiche di accoglienza del governo, atteggiamento che sembra volere aprire le porte della regione più di quanto  questa potrebbe sostenere in termini di ospitalità, solo per apparire entusiasta sostenitore delle politiche del governo in materia, sta scavando ormai una trincea con una popolazione che vuole certo accogliere, ma che chiede anche e ragionevolmente un’attenzione verso se stessa che viene sentita come sempre più carente ed in ogni caso insufficiente a colmare divari economici e sociali ormai storicizzatisi.

E naturalmente se non esiste una coscienza del fatto che la disponibilità ad una maggiore accoglienza – il presidente Pittella rilancia ormai di continuo la “sua” disponibilità senza che neppure gli venga chiesto e pur di entrare in un “giglio magico” dei subalterni sarebbe forse disposto a colmare i vuoti demografici che decenni di cattivi governi, più attenti ai clan che alla popolazione, hanno prodotto in questa regione – vuol dire che il polso dell’opinione pubblica lucana non viene neppure più avvertito da chi segue flussi di interessi che conducono alla solita, vecchia storia di una Basilicata in svendita al primo offerente.

Ci dica, il presidente Pittella, come è entrato in contatto con tycoon egiziani e mediorientali, quali sono le partite finanziarie messe in campo, chi ci guadagna e chi ci perde, quali sono le relazioni con il potere, ed il suo potere, delle cooperative che gestiscono l’accoglienza, ma soprattutto ci dica se le intenzioni in merito a questa disponibilità, sventolata come un capo di lingérie in un postribolo, tengono conto di una demografia difficile a cui occorrono di certo nuovi cittadini, ma che è necessario venga sostenuta senza che le popolazioni autoctone sentano mai di avere meno diritti di chi arriva, per fare in modo che l’accoglienza sia tale e non un “obbligo” che alla lunga produce resistenza in questo difficile settore delle relazioni umane che ha bisogno di empatia reciproca, curiosità verso lo scambio etno-culturale, capacità di “meticciarsi”, tempi lunghi ed infinita pazienza.

Perché questa regione, presidente, è tanto resiliente da comprendere le necessità di essere ripopolata, tanto paziente da comprendere che in nome di quelle ragioni occorre pazienza e solidarietà con chi oggi fugge dalla sua terra, compie una traversata del Mediterraneo tanto rischiosa e non chiede altro che un luogo dove ricominciare, ma non sarebbe disponibile, se mai dovesse evidenziarsi che qualcuno lucra e specula sull’accoglienza, come pure alcune recenti accadimenti sembrano far supporre, ad accogliere numeri non tollerati altrove (in calce le fornisco alcuni dati percentuali regionali dell’accoglienza), forse non tollerabili se in ulteriore aumento, perché qualcuno possa farsi vanto in una sala di palazzo Chigi di un’accoglienza che non offre a casa sua, ma in quelle piccole comunità che lei da qualche tempo molto  indegnamente rappresenta, avendo fatto voto ormai d’essere più renziano che lucano.

Veneto abitanti 5.000.000 richiedenti 1.300 rapporto 442/1

Lombardia abitanti 10.000.000 richiedenti 18.000 rapporto 555/1

Piemonte abitanti 4.400.000 richiedenti 9300 rapporto 473/1

Emilia romagna abitanti 4,450.000 richiedenti 7000 rapporto 635/1

Basilicata abitanti 576.000 richiedenti 2000 rapporto 288/1

Miko Somma, Comunità Lucana

comunicato stampa di comunità lucana

Quella ferrovia che ”non s’ha da fare”.

Ciò che colpisce durante la risposta del ministro Franceschini all’interrogazione dell’on. Latronico è quella sciatta tranquillità con cui, a fronte di tronco ferroviario quasi ultimato e di capitale importanza per la coesione regionale, questi risponde che altro si farà, ovvero l’ovvio collegamento ferroviario di Matera con Bari, certo doveroso in vista del 2019, ma che non sembra tenere affatto conto né delle somme ingenti spese finora per la Metera-Ferrandina, un collegamento visibile a chiunque nell’aavanzato stato di realizzazione, né della importanza strategica che un simile asse avrebbe sia nell’ottica di rendere più “meridionale” il sistema dei trasporti ferroviari italiani, sia di tenere unita una regione altrimenti destinata a ruotare satellitarmente verso la Puglia, da un lato, verso il sistema petrolifero dall’altro.

Risulta infatti evidente che a Matera “inglobata” de facto nella regione adriatica – si chiaro che l’unità di un territorio si fa con le infrastrutture di collegamento e non con le buone intenzioni o i perimetri regionali tracciati sulle carte geografiche – della Basilicata come oggi la conosciamo rimarrebbe, accorpamento delle regioni o meno, una provincia di Potenza, il cui principale assetto di interesse nazionale sarebbe appunto quello degli idrocarburi e della produzione energetica, tanto da poterla configurare come l’hub energetico del paese.

E che il ministro parli a nome di un governo le cui intenzioni più che chiare sono di smembrare l’entità amministrativa regionale della Basilicata e sfruttare le risorse petrolifere in modo massivo sino ad oltre quel 15-20% della percentuale di fabbisogno energetico nazionale garantito dal petrolio lucano, come alla dimenticata, ma ancora attiva strategia energetica nazionale del 2013 (fine governo Monti, quando avrebbe dovuto limitarsi al solo disbrigo degli affari correnti, in attesa del nuovo governo), ci può anche stare, vista la forte attività di lobbying che le compagnie da tempo intrattengono con questo esecutivo ed altri esecutivi prima di questi, ma ciò che non è tollerabile è la supina accettazione da parte di una giunta e del suo presidente renziano e di un consiglio regionale discutibile dunque nella sua capacità di comprensione delle dinamiche, di un vero diktat del governo che apre la strada alla macellazione di una regione ed alla scelta dei sui tagli migliori da porre sul bancone di un supermercato delle multinazionali del settore energetico.

L’asse Matera- Ferrandina, gentile presidente e gentili membri di giunta e consiglio regionale, è nei fatti l’unica possibilità di tenere unita la regione, anche oltre la celebrazione di Matera 2019, di fronte a sfide che si annunciano mortali per gli sciagurati governanti che non riescono o non vogliono tenere uniti i territori e le loro peculiarità di fronte alla rapacità di un sistema economico che omogenizza, metabolizza ed espelle i reflui delle risorse dei territori che incontra sul suo cammino di cacciatore-raccoglitore (a tanto è giunta la regressione antropologica di un sistema economico che si primitivizza sempre di più).

E se la risorsa Matera finirà nel tubo digerente di un sistema politico cultural-turistico che “se ne frega” della cultura dei territori e dei popoli, di cui è figlia anche la posizione amministrativa degli stessi, e che ad ogni costo persegue la sola maggiore appetibilità di una città meravigliosa rinchiusa in un facile hub che lascia già intuire chi guiderà e gestirà i flussi turistici, ossia la Puglia, la risorsa Potenza, ovvero gli idrocarburi, è meglio gestirla dopo aver rinchiuso questa in un isolamento di fatto che non sarà il freccia rossa per gli allocchi a mitigare, ed in una condizione di dipendenza assoluta del proprio bilancio dalle royalties, non essendo affatto difficile comprendere che per aumentare le proprie disponibilità finanziarie per ciò che della regione rimarrà, occorrerà se non più autorizzare delle nuove estrazioni (che già a leggi correnti ed a riforma costituzionale passata ancor di più ridurranno le regioni a comprimari consenzienti), quanto meno lavorare per diminuire o celare del tutto le contraddizioni e le opposizioni popolari che inevitabilmente si produrranno quando gli obiettivi di estrazione saranno chiari a tutti, compresi gli ingenui che credono ancora che questo presidente stia ben lavorando e non invece facendo da interessato assistente all’eutanasia programmata di una regione.

Ritengo che quella ferrovia che “non s’ha da fare” sia invece centrale per la sopravvivenza della regione e debba divenire l’oggetto di una forte presa di posizione di una comunità regionale che ripensa il proprio futuro e non lo subisce più, chiedendo a gran voce che quel tronco di ferrovia venga completato e messo in opera per consentire ad una comunità d’essere tale e non più una colonia posta in saldo.

Miko Somma, Comunità Lucana

conferenza stampa…

 

comitato carlo levi potenza

Agli organi di informazione

Oggetto: conferenza stampa di Possibile

Si porta a conoscenza degli organi di informazione che domani, venerdì 18 novembre 2013 alle ore 11 presso la sala c del consiglio regionale, si terrà una conferenza stampa di Possibile – Comitato “Carlo Levi” Potenza per illustrare contenuti e modalità di una petizione popolare e delle altre iniziative volte a chiedere le dimissioni di Giunta e Consiglio Comunale di Potenza.

In seguito ai ben noti avvenimenti della cosiddetta anatra zoppa, quadro politico venuto fuori dalle scorse elezioni amministrative, del dissesto di bilancio, del quadro di ingovernabilità sostanziale di questa delicata fase della vita cittadina, di equilibrismi e logiche di sopravvivenza ad ogni costo della Giunta, di una sostanziale inutilità dell’attuale Consiglio Comunale ad essere protagonista in mancanza di margini politici sul bilancio, il sentimento ormai diffuso nella popolazione potentina è quello di una totale sfiducia in una politica ostaggio di filiere di interessi prive di qualsiasi progetto, ma i cui appetiti non mancano di palesarsi persino su quelle ingenti somme messe a disposizione della città per avviarne una trasformazione.

Una città che oggi corre il rischio di essere completamente distrutta dall’incoscienza del non voler ammettere da parte delle sue classi dirigenti che è stata la loro inadeguatezza a delineare progetti minimamente validi e sostenibili a costruire le basi sulle quali sono poi maturati dissesto ed anatra zoppa e dal non voler comprendere che esiste un tempo per ogni cosa e che il tempo per i giochi di palazzo e le “comparizie” allargate è ormai finito.

Chiediamo che Giunta e Consiglio Comunale guardino alla realtà e rassegnino le proprie dimissioni irrevocabili per consentire alla città di andare al voto nella tornata elettorale di primavera, non prolungando inutili accanimenti terapeutici volti alla sopravvivenza di un “inciucio” insostenibile, figlio della peggiore propensione a costruire anche un indistinto “Partito del Comune” pur di conservare scandalosi poteri e relazioni di potere con gli interessi forti della città.

Si ringrazia per la gentile collaborazione.

Potenza, lì 17/12/2015

Possibile, comitato “Carlo Levi” Potenza.

comunicato stampa

 

Comunicato stampa

Possibile chiede le dimissioni di giunta e consiglio comunale di Potenza

Già all’indomani delle scorse elezioni amministrative era evidente che l’insostenibilità politica di questa giunta e del quadro consiliare emerso da elezioni dominate dal gioco delle tre carte da parte di alcuni esponenti politici apicali, sarebbe stato il fardello con cui i cittadini di Potenza avrebbero fatto il conto, e se chiare apparivano le cause politiche ed amministrativo-finanziarie che nel corso di 30 anni hanno determinato i gravissimi disavanzi di bilancio ed una politica vergognosamente mediocre (quando non altro), non altrettanto appaiono ora le motivazioni in base a cui quell’assetto politico dovrebbe essere mantenuto anche in presenza di un non governo sostanziale della città capoluogo.

Non governo che è quotidianamente sotto gli occhi dei cittadini e che, in barba ad ogni dichiarazione, sta corrodendo ogni forma di fiducia non solo verso una giunta che vive dal suo primo giorno di vita di indecenti equilibrismi e logiche di sopravvivenza, non solo verso un consiglio comunale sentito ormai rappresentativo solo di se stesso e di una sua pervicace volontà di continuare ad esistere, nonostante la conclamata inutilità di rappresentare la città attraverso una qualsivoglia progettualità concludente, ma dell’istituzione in quanto tale, rischio questo gravissimo perché mina alla base la democrazia.

Oltre tutte le belle parole e le mirabolanti promesse che da un anno e mezzo ascoltiamo con una certa ilare stanchezza, la realtà purtroppo è che se il bilancio comunale (che ricordiamo non essere solo un semplice adempimento tecnico-finanziario, ma il principale atto politico attraverso cui ogni programma si trasforma in realtà) non è ancora “politicamente” chiuso, nonostante le dazioni regionali ed i decreti estensivi che paiono più il porgere la bombola di ossigeno all’annegando che il tirarlo fuori dall’acqua, l’esistenza stessa della giunta e del consiglio comunale non ha alcun senso, essendo de facto la città già commissariata, con le tariffe ai massimi consentiti ed i servizi ridotti al minimo, tanto da far sorgere spontanea al cittadino la domanda “ma a che serve affrontare i costi della democrazia se ogni margine di manovra della stessa è ormai inesistente?”.

E non vorremmo neppure alludere al continuarsi di quel gioco delle tre carte che giunta e principale partito di “governo-opposizione” nelle sue infinite filiere di interessi mettono in pratica da oltre un anno e mezzo, nascondendo la realtà di una città che prima del bilancio è l’inefficienza e la mancanza di progetto, figlie di diffuse clientele indicibili e della sostanziale, trasversale, incapace mediocrità di una cultura proto-massonica che ha espresso finora un governo ed una cultura di se stessa, ad avere rovinato, corrodendone fondamenta sociali e economiche.

Una città che oggi corre il rischio di essere del tutto distrutta dall’incoscienza del non voler ammettere da parte delle cosiddette classi dirigenti fin qui espresse da meccanismi di consenso clientelari e legati agli interessi particolari di alcuni tycoons, che è stata la propria inadeguatezza sostanziale a delineare tutti quei progetti non aderenti alla realtà concreta di un capoluogo di regione, che deve ridisegnare i suoi ruoli e le sue funzioni, oggi all’incasso della realtà.

Ciò a dire che il sistema dei trasporti non si risolleva concludendo contratti di cui si decantano i costi, ma non l’incidenza dei tagli al servizio, che il sistema dei rifiuti non si risolve con un mero assenso ad un accordo esterno alla città e che fuori città porterebbe il beneficio del rifiuto-nuova materia prima, che il grave problema di una esazione dei tributi al 50% non si rimette in operatività senza intervenire sulla collaborazione dei cittadini e sulla fedeltà degli uffici, che il centro storico non si rivitalizza con le chiacchiere per ammansire esercenti e residenti, che le scuole non si scaldano, i pasti non si servono, i disagi dei portatori di handicap non si risolvono, andando con il cappello in mano a via Verrastro, ma con un ampio progetto che guardi alla città ed al suo ruolo di qui a trenta anni.

Un progetto ampio che Possibile sta attrezzando in forma di un programma di governo della città, che certo non trova qui sede e ratio perché sia illustrato, perché questa è purtroppo la sede della denuncia politica di uno stallo non procrastinabile ulteriormente tenendo in vita tre pazienti morti, un sindaco la cui colpa è l’incapacità a comprendere che la città non si salva giocando a risiko con i “vari pd”, di una giunta a porte scorrevoli, di un consiglio che pur ringiovanito nella composizione, come “anitra zoppa” è persino più vecchio dei precedenti.

Chiediamo così che Giunta e Consiglio Comunale guardino la realtà e conseguentemente rassegnino subito le proprie irrevocabili dimissioni per consentire alla città di andare al voto nella tornata elettorale di primavera, non prolungando inutili accanimenti terapeutici che stanno uccidendo il vero paziente, la città di Potenza, invece che guarirlo, e così ripartire con una nuova maggioranza, figlia della fiducia ad un nuovo progetto da parte dei cittadini, e non invece di quella pessima tradizione di consenso che fin qui ha corroso ogni tessuto di democrazia di una città e di una comunità che merita più di coloro che fin qui l’hanno tenuta ostaggio dei propri interessi di filiera.

A mezzo stampa si preannunceranno le iniziative di merito di cui come comitato di Possibile ci faremo carico perché sia messa fine a questa angosciosa agonia della nostra città.

Miko Somma, Possibile, comitato “Carlo Levi” Potenza

comunicato stampa

questo comunicato non è stato inviato al sito istituzionale basilicatanet

Gli spazi della politica che occorre liberare

Una delle conseguenze della rottura del novecento e del suo travaso in un millennio totemizzato come globale e dominato da logiche barbariche di finanza transnazionale e crisi dei debiti sovrani, è stata la perdita di giustapposizione tra spazi politici e partiti di massa, giustapposizione che per oltre un secolo ha definito il dibattito interno ai partiti come “il luogo” in cui esercitare la coincidenza della politica nel dibattito stesso ed i partiti come contenitori non statici di quella coincidenza.

Ed è stato proprio il “secolo breve” (ed i suoi drammi), che non ha prodotto quegli anticorpi culturali atti ad impedire che la deriva antropologica dell’individuo contrapposto al collettivo, l’io economico contro il noi sociale, eretta a “motivo ideologico” di una destra che mutava oggetto sociale dalla triade dio-patria-famiglia al più feroce liberalismo economico camuffato da occasione di libertà per tutti, a dare mandato ad una surrettizia controrivoluzione verso culture di sinistra incapaci di reggere il peso delle trasformazioni sociali e politiche e all’affermarsi di un pensiero unico che individuava il mercato come il regolatore ultimo delle dinamiche dei conflitti sociali e politici.

Il partito novecentesco di massa si svuota di contenuto popolare, non necessitando di rappresentare più soggetti sociali “affidati” ora al mercato e alle sue logiche auto-prodotte di rappresentanza degli interessi sociali (interessi dei consumatori), rinunciando il partito stesso a rappresentare linea di difesa e nuova proposta dei diritti dei cittadini, fino a divenire nella trasformazione mero strumento di governo e gestione del consenso in forma di macchina elettorale, non più quindi identificato o identificabile con una soggettività sociale di riferimento.

In poche parole alla perdita di rappresentatività sociale corrisponde la perdita di coincidenza tra spazio politico ed organizzazione partitica, così determinandosi identità politico-sociali non più rappresentate da organizzazioni partitiche, identità che si allontanano sempre più dalla partecipazione, divenendo in tempi rapidi o l’inconoscibile platea dell’astensione tipica d’altronde del modello americano o il magma rabbioso di un visceralismo senza altri sbocchi che affidarsi all’urlatore o al pifferaio di turno.

A sinistra tutto ciò si conclama nel decorso del tempo e nell’incancrenirsi della deriva, nell’impossibilità per il PD di rappresentare alcunché di socialmente rilevante che non il neo-peronismo renziano che di fatto l’ha trasformato definitivamente in un soggetto politico che agisce ormai da sponda destra di una sinistra distaccata dal sociale, una macchina elettorale che vive di slogan e frasi fatte. Ma si conclama nel tempo anche l’irrilevanza numerica forme di sinistra identitaria (o “bambina”), così determinandosi uno spazio politico a sinistra non corrispondente ad alcun partito, un vuoto di rappresentanza politica.

Di qui l’opportunità di andare oggi a determinare un interfaccia che riconnetta quella sinistra culturale, sociale, diffusa e affatto scomparsa nel nostro paese, quella che oggi si astiene per mancanza di punti di riferimento, o quella che si tura il naso votando PD, ma che vorrebbe tornare a respirare, o ancora quella che preferisce l’irrilevanza sostanziale di SEL o del cinque stelle, disperata per cambiamenti di questo paese che non maturano mai o per ribrezzo verso pratiche e personale politico da paese delle banane, opportunità cioè di far coincidere un innegabile spazio politico a sinistra con nuovi soggetti politici a sinistra.

La mia uscita dal PD significa la necessità imprescindibile di costruire qui e nel paese il soggetto di un cambiamento radicale di paradigma sociale, economico ed infine politico divenuto necessario non solo per riacquisire il senso di come oggi possa essere declinata e cosa significhi la parola “sinistra” nella modernità, ma per provare a costruire reali alternative ad una democrazia bloccata, ricostruendo nella trasversalità plurale di una sinistra diffusa numeri e ragioni di una sinistra radicata nel sociale che non è scomparsa, ma che necessita di trovare nuove sponde politiche in cui rimanifestarsi.

Sinistra che significa equità di partecipazione fiscale, modelli di sviluppo antropico a risorse, territorio, sociale, cultura e storia di un paese e di un continente che devono riprendere ad essere l’Europa dei trattati di Roma e non più lo spazio di libera circolazione della speculazione finanziaria, solidarietà per relazioni di tenuta sociale e di salvezza per un paese in denatalità, cultura e formazione scolastica non funzionali agli interessi del mercato, ma che creino cittadini in grado di partecipare e non solo subire i cambiamenti, politica come esercizio delle relazioni tra corpi sociali nei conflitti e non la vessazione di maggioranze costruite ad uso e consumo di interessi terzi, ma anche quella onestà intellettuale da cui sola origina l’onestà materiale che vive ormai nel disagio dei cittadini verso politica e amministrazione.

E, mi sia consentito, qui da noi, come sopravvivere al petrolio ed al modello esarcale che soffoca una terra di feudalesimo, rilanciando l’offensiva per costruire una regione possibile e non pavoneggiandosi in inutili parate contro le ricerche di idrocarburi in mare, quando poco o nulla, anche recentemente, s’è fatto per quelle in terra, rinunciando alla dignità di un altrove scontato ricorso alla corte costituzionale.

Per costruire quella Basilicata possibile in un’Italia possibile, aderisco a Possibile, il movimento politico nato dalla fuoriuscita di Civati dal PD, che aspira ad essere quell’interfaccia tra le sensibilità differenti della sinistra diffusa italiana per provare a ridar senso alla parola sinistra, ma soprattutto alle pratiche con cui essa si declina nella società per superare modelli economico-sociali fondati sull’esclusione dei tanti e sulla rapina dei pochi, e sono già da oggi al lavoro per la costruzione di circoli nella mia città, Potenza, ed in tutta la regione. Perché ci sono spazi della politica che occorre liberare, qui ed ora.

Miko Somma

Comunicato stampa

questo comunicato non è stato inviato al sito istituzionale basilicatanet

Tra vassalli e felloni, le ragioni dell’uscire.

Dopo una profonda riflessione per il rinnovo della tessera, quel senso di disagio politico ed umano che da molti mesi ormai mi pervadeva sia rispetto all’assetto nazionale di un PD in balia dei diktat destrorsi renziani, sia rispetto alla tragedia di un partito locale che continua a coltivare tanti personalismi divisivi e laceranti invece che quel senso di responsabilità verso una regione fragile che sono i fatti a rendere necessario, si è infine conclamato, nell’assemblea di domenica, in forma di un ormai insopprimibile rifiuto intellettivo ed epidermico a continuare la permanenza in un partito vassallo di se stesso e delle logiche ameboidi di supposto “partito della nazione” con cui, inglobando tutti, ha finito per perdere ogni connotazione di sinistra come pratica costante di ricerca di soluzioni alla disparità sociale.

E non trovando più alcunchè di sinistra, fosse pure in forma evocativa, in questa formazione politica a cui pure avevo aderito nella profonda convinzione che nei suoi numeri si salvasse paese e regione da quelle pericolose derive populiste che individuano in ogni male una propria, viscerale, ragion d’essere che nutre di illusioni e rabbie senza prospettive concrete un popolo ormai stanco, la mia decisione era ormai scontata ed ha trovato ieri, di fronte a una ennesima incapacità di una dirigenza a rispondere al drammatico reale conclamatosi paradigmatico nelle sconfitte alle amministrative altro che con l’inutile, ennesimo rinvio consumato in nome di equilibri tra boiardi che ai lucani interessano sempre meno, la sua naturale valvola di sfogo, andare via per fare altro ed altrove.

Mettendo solo temporaneamente da parte ogni considerazione di carattere nazionale, eppur dirimente rispetto alla mia scelta di uscire da questo PD, è qui, in questa regione, che il senso del cambiamento da significare ai lucani avrebbe dovuto e potuto passare da un cambio di marcia programmatico che è in primo luogo sul ricambio di personale politico che doveva transitare per essere credibile e così porsi come significante di un riavvicinamento del maggiore partito regionale alle ragioni profonde dei lucani, e appare allora strano che rinviare ancora possa essere una presa d’atto del profondo solco che ormai divide il popolo lucano dal PD di Basilicata, dai suoi uomini di punta e dalle costose corti che ne affollano la rappresentazione concreta nella amministrazioni locali e regionali.

Gli ultimi giorni di Pompei potrebbe pensare qualche facilone della politica o un tentativo di operare un atto di sintesi resistenziale di una classe dirigente incapace di percepire la realtà, preferendo piuttosto una sua rappresentazione di comodo, potrebbe pensare qualcuno più avveduto, di fatti permanere nel PD avrebbe significato continuare a digerire ciò che non è più digeribile, un moderno medioevale fatto di vassalli e qualche volta di felloni che misurano i propri poteri mentre la regione affoga nelle mire di petrolieri, privatizzatori d’acqua, padroni del vento, signori dei rifiuti ed in ogni genere di nefandezza coloniale che caratterizza una regione dove gli eletti ed i nominati sono la rappresentazione plastica di piccole signorie o pronte alla svendita o dedite al sonno della ragione.

Continuare a rimanere nel PD avrebbe allora significato soffrire la malattia dei militanti che credono in una politica strumento di crescita civile e sociale di una comunità ed ogni giorno però devono misurare la distanza tra il loro desiderio e l’amara realtà che li prende in giro, francamente troppo per uno come il sottoscritto, abituato da anni a combattere per l’idea di regione possibile in cui crede, sostanziata in un impegno reso concreto in un programma politico-amministrativo che è ormai tempo di rimettere in marcia, piuttosto che sperare ne sia presa ed applicata la ragione profonda.

E così senza rancore alcuno riprendo il mio cammino, che oggi necessita di strumenti di cambiamento non più delegabili ad “empirei di indispensabili”, ma da costruirsi quotidianamente nella pratica di che sinistra a livello nazionale possa essere alternativa alle logiche della destra e non più fotocopia delle stesse, e quale progetto possa convincere i lucani che questa terra può ancora farcela.

MIko Somma

comunicato stampa

il presente comunicato viene pubblicato come tale, ma non inviato per problemi sull’account di posta elettronica…vogliano pertanto giudicarlo un comunicato stampa a tutti gli effetti gli organi di informazione

Più del governo delle cose contò il bilancino

Premettendo che nulla di personale mi oppone a Luca Braia, pur nell’evidenza di sostanziali, differenti retroterra culturali, politici ed antropologici, la sua nomina assessorile mi lascia perplesso non solo su competenze specifiche per ricoprire una carica che rappresenta poste finanziarie molto rilevanti per la regione (i fondi comunitari) e un fondamentale asse vocazionale del nostro sviluppo regionale, quanto sulle modalità che lo hanno portato a sostituirsi ad un “tecnico” vero, il pur criticabilissimo ottati, in un non meglio precisato rimpasto che, restando tale, non si comprende come rappresenti quel ritorno alla politica, auspicato da tanti, e non piuttosto una cencelliana spartizione delle postazioni che “farebbe” ritornare il sereno nella tormentata casa del Pd di Basilicata.

Che la nomina di Braia quindi si consumi non solo sulle promesse alla famiglia antezziana di ottenere “posti al sole” per i rampolli dopo il determinante appoggio alle primarie per la scelta del candidato alla presidenza della regione e sul debito accumulatosi alle primarie per la segreteria regionale Pd, dove il “povero” Braia è stato “bruciato” sula pira delle contingenze e dei numeri, quanto soprattutto sull’altare delle elezioni amministrative a Matera in un do ut des per assicurare sostegno a un Adduce in cui non si vorrebbe replicare quanto già accaduto a Potenza, dovrebbe essere chiaro a tutti.

Così chiaro apparirebbe il bilancino degli equilibri che salva una candidatura di peso – ma reggerà poi l’impegno degli antezza-renziani a Matera? – ponendosi però forte il tema di un eccesso di fungibilità della giunta regionale a “fatti” altri rispetto a quanto ragionevolmente ci si aspetterebbe, rendendola di fatto la merce di scambio per accordi di pace più duraturi dell’attuale tregua armata tra le astiose tribù familistiche del Pd lucano.

Tribù che, lungi dal condividere altro che l’ingresso di casa, sono tuttavia più pronte alla costruzione di sala mensa comune in cui “costringere” a capotavola il satrapo tardo-renziano Pittella, dividendo pane e companatico, che indurre il governatore a rivedere i suoi obiettivi ed i suoi metodi e così rilanciare la progettualità plurale di cui pure si sentirebbe la necessità.

Perché – triste ammetterlo per chi, come il sottoscritto, era entrato nel Pd per tentare di “usare” i suoi numeri per obiettivi più congrui alla natura reale di territorio e popolo lucano – il Pd di Basilicata non è un partito, ovvero luogo di dibattito e confronto anche aspro, ma un’accozzaglia di generi politici dove il cemento unificante è una continua mediazione sulle postazioni e mai sui temi, che la natura del Pd nazionale indirizza e governa secondo le logiche renziane di un partito-nazione come morte definitiva della politica e dei pensieri politici in nome di un consenso indifferenziato che trasla principalmente per il vero partito, quello degli eletti che fa da parterre ad un monarca, alla sua corte ed ai satrapi locali.

Non stupisce allora che la nomina di Braia, a cui comunque faccio gli auguri di ben operare, anziché scatenare putiferi di indignazione per i modi ed i tempi in cui è nata e per le sue competenze, invero scarse, in un settore dove la politica “deve” intrecciarsi con una “visione” del mondo agricolo per divenire reale governo del settore – e neppure voglio parlare dell’opportunità per altre cause – venga salutata con entusiasmi da social network ed obblighi di filiera dagli uni, i renziani convinti e i convertiti di comodo, e supinamente accettata dagli altri, perché probabilmente tutto verrà presto compensato in riedizione del racconto triste che al governo delle cose, in un momento di grave difficoltà economica e sociale per questa regione e per i suoi abitanti, preferisce il bilancino del riequilibrio delle postazioni.

Miko Somma

contributo/comunicato stampa

Tra il martello dell’italicum e l’incudine del nuovo senato.

Tralasciando gli effetti della cosiddetta riforma del titolo V della Costituzione, di cui molte volte ho avuto occasione di parlare, sia per stigmatizzarne effetti di forte centralizzazione di potestà legislative ad oggi devolute alle autonomie locali, sia per avvisare di “effetti locali” di tale deprivazione potestativa che non mancheranno di farsi sentire sulle risorse naturali, la gestione delle acque, il ciclo dei rifiuti e via discorrendo, a concentrarsi sulla nuova struttura istituzionale designata da una riforma che cambia la forma di governo del paese, consegnandolo ad un premierato forte senza basi logiche per la nostra cultura democratica, e soprattutto senza contrappesi che in altre culture consentono la sopravvivenza di forti decisionalità accentrate nel rispetto delle garanzia democratiche, il quadro appare fosco.

Il nuovo senato sarà composto da 95 componenti eletti dai consigli regionali, quindi da maggioranze consolidatesi altrove che a livello nazionale, più 5 nominati dal Capo dello Stato in carica per soli 7 anni, eliminandosi così la figura del senatore a vita. 95 componenti, eletti dalle assise regionali con un metodo proporzionale (e tra cui almeno un sindaco), che quindi se avranno competenza legislativa su riforme e leggi costituzionali, sulle leggi ordinarie potranno solo chiederne modifica alla Camera, che non sarà obbligata a tenerne conto se non per leggi che riguardano il rapporto tra Stato e Regioni, in ogni caso potendone respingere la richiesta con voto a maggioranza assoluta e ci chiediamo allora se tale strumento legislativo serva a qualcosa, non avendo né caratteristiche di Camera delle Regioni, né di una struttura di ripensamento legislativo tarato sugli impatti delle leggi che riguardano i territori.

Il disegno di sommare ad una Camera eletta senza preferenze grazie all’Italicum, un Senato con una legittimazione di secondo grado, quindi con un deciso regresso del livello di incidenza popolare sui processi decisionali, dunque si compie, ma la stessa norma che struttura un Senato ininfluente di fatto sulla legislazione ordinaria, definisce un “ente inutile” probabilmente sistematicamente ignorato, anche per via di quelle maggioranze assolute per respingerne le richieste di revisione sulle leggi di interesse Stato-regioni, che è la stessa composizione maggioritaria della Camera, 354 seggi alla maggioranza, a rendere opzionale.

Ma stranamente  il nuovo Senato ha piena potestà legislativa su riforme e leggi costituzionali, con ciò delineandosi in concreto l’ipotesi che se la maggioranza del Senato, quindi dei consigli regionali, avrà stesso colore politico di quella alla Camera, tutto – ma proprio tutto – potrebbe essere approvato senza la difficoltà delle maggioranze qualificate, mentre, prevalendo al Senato un colore politico opposto a quello espresso alla Camera, potremmo trovarci di fronte ad una inedita trincea ostruzionistica fra chi ha legittimazione di primo grado, la Camera, e chi, il Senato, l’avrebbe di secondo grado, in un quadro in cui un grande peso avranno proprio i 5 senatori di nomina presidenziale, il cui peso proporzionale al Senato aumenta sino al 5% del totale dei senatori, di fatto costituendosi un “partito del Presidente”, la cui figura di garante potrebbe a quel punto divenire meno neutrale.

Ma le conseguenze più pericolose, quelle che a mio avviso delineano il premierato forte di cui pavento l’apparire in una cultura nazionale affatto pronta, riguardano l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali.

I senatori parteciperanno all’elezione del Presidente della Repubblica per eleggere il quale sarà, come oggi, necessaria la maggioranza dei 2/3 sino alla terza votazione, dei 3/5 nelle successive quattro e della maggioranza assoluta dalla nona in poi, in un limite così evanescente che al partito/coalizione di maggioranza basterebbe solo non partecipare alle votazioni fino alla nona per scegliersi un Presidente della Repubblica completamento “fatto in casa”, con buona pace della garanzia per tutti che la figura del Presidente deve necessariamente rappresentare.

Sinora il collegio elettorale per l’elezione del Capo dello Stato era di 630 deputati più i 320 Senatori (quindi compresi i senatori a vita) più i 58 delegati regionali, per un totale di 1.008 grandi elettori, la cui maggioranza assoluta per l’elezione del Presidente della repubblica era di 505. Nel nuovo Parlamento riunito in seduta comune con 725 membri la maggioranza è di 363 voti e così considerandosi che con l’Italicum, la maggioranza disporrebbe già di 354 seggi alla Camera, ciò significa che con il voto di soli 9 senatori, questa stessa eleggerebbe il Presidente della Repubblica da sola ed ancor peggio quel che riguarda l’elezione dei giudici costituzionali, dove, ad una maggioranza di governo d’accordo con il Presidente, basterebbero solo 4 senatori per prendersi tutti i 5 giudici, che andrebbero ad affiancarsi ai 5 di nomina presidenziale, quindi con 10 giudici di maggioranza su 15.

Una manovra questa tra riforma del Senato e approvazione della legge elettorale Italicum, che rischia di schiacciare tra un’incudine ed un martello la democrazia, pure imperfetta per gli uomini che l’hanno interpretata e non certo per l’architrave della nostra Carta Costituzionale, che abbiamo ereditato da una guerra ed una dittatura, una manovra pericolosa e di cui appare chiara la vocazione al premierato forte, una opzione istituzionale che l’attuale Presidente del Consiglio identifica completamente con se stesso, chiarendo definitivamente il senso della democrazia che egli incarna.

La sinistra non può indugiare oltre, avendo finora troppo consentito a costui di avanzare in un’opera di distruzione democratica che ha come fine ultimo lo stravolgimento della rappresentanza da popolare a fortemente e lobbysta, la trasformazione del diritto al/del lavoro da fonte di dignità a funzionalizzazione ai cicli economici globali e al profitto di impresa senza regole, la sottomissione più cupa dell’ambiente e delle risorse naturali alle logiche corporative ed alle mire delle multinazionali, l’intromissione privata nel ciclo degli interessi pubblici legati alla previdenza, all’assistenza, alla sanità, alla scuola, la messa in mora dei diritti acquisiti nei confronti della lotta per la sopravvivenza in uno stile darwiniano dove si fatica a comprendere se vi sia ancora posto per i più deboli.

Altrove ciò magari lo si chiamerebbe un golpe bianco, consumato nella complicità abietta per motivi di sopravvivenza personale di chi più di tutti avrebbe il dovere di comprendere, la sinistra nell’accezione più vasta che ciò rappresenta, ed organizzare forme di resistenza attiva a questa deriva, resistenza attiva che certo non si comprende quale funzione avrebbe mai se la si fonda sempre su un “ultimo si” pronunciato al soglio di un trono su cui ormai siede un piccolo, piccolo dittatore. E farlo cader dal trono per rimettere la strada delle riforme sulla via corretta, ciò che serve al paese, è un compito di sinistra.  

Miko Somma