Opposizione al pozzo dei Calanchi anche via Fax!

Un aggiornamento per chi volesse guadagnare tempo e inviare la propria contrarietà alla VIA: ora si può fare anche via Fax! Di seguito il documento da stampare, il numero di fax al quale inviare il documento e la raccomandazione di siglare ogni pagina e allegare copia del documento di identità. Analogo il discorso (come da commento dell’amico Astronik al post precedente) per quanto riguarda i titolari di posta elettronica certificata.

Fax 0971 669082

Fax con valore ufficiale ai sensi del DPR 445/2000, art. 43 comma 6.

data

Alla Regione Basilicata
Ufficio compatibilità Ambientale
via V. Verrastro
85100 – POTENZA

Oggetto: Opposizione alla procedura di VIA per pozzo di esplorazione “fiume Cavone 1 dir” in territorio di Pisticci, Permesso di ricerca Montalbano, Regione Basilicata, depositata il 30 luglio 2010 all’Ufficio Compatibilità ambientale del Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata, dalla Medoilgas Civita Ltd, con sede a Roma in via Cornelia 498.

Lo scrivente ( riportare gli estremi Nome Cognome nato a…. il ……e residente a…. in —————————)- si oppone alla VIA in oggetto per i seguenti motivi :

L’area dei Calanchi oggetto di trivellazione e ricerca petrolifera è individuata come area unica per le sue caratteristiche naturalistiche ed è destinata a diventare un parco naturalistico per il quale, da decenni, si battono cittadini e associazioni. Già esiste un progetto di riserva naturalistica promosso dalla stessa Regione Basilicata che interessa una parte dell’estesa area dei Calanchi e che si chiama Parco del Geosito dei Calanchi di Montalbano. La Regione ha già pronto un Ddl per questa area che è la stessa della concessione Montalbano dove si vuole ora ricercare e poi perforare col pozzo di esplorazione Cavone 1 dir. È stata richiesta l’area protetta per il Parco dei Calanchi del Geosito di Montalbano Parco del Geosito perché in questa zona, tra i calanchi sedimentati in milioni di anni, è stata trovata un’era geologica risalente al Pleistocene Medio, 1 milione di anni fa, di una tale purezza geologica e di stratificazione, che è in concorrenza con un sito in Nuova Zelanda per il titolo di Chiodo d’Oro. Un prestigiosissimo riconoscimento internazionale di geologia che consente a chi lo possiede di essere riportato in tutti i testi odiali come area di riferimento per studiare la perfezione della sedimentazione millenaria. Va da sé che se non avrà il Chiodo d’Oro, l’area dei calanchi dove vuole perforare la MedoilGas, sarà il secondo sito al mondo. È uno dei motivi per cui questa area dei calanchi, ma in generale, tutta l’area calanchiva, è costantemente visitata dagli scienziati di mezzo mondo. Questa area dei calanchi è la parte orografia di questa regione che più la caratterizza all’interno e all’esterno dei suoi confini. Tanto che anche enti pubblici, come la Comunità Basso Sinni, nell’approntare tavole turistiche e la cartellonistica stradale per indicazioni turistiche, definisce i Calanchi lucani come “il luogo dell’anima della Basilicata”.
Le Università di mezzo mondo, dopo la scoperta dello strato di Pleistocene Medio nell’area dei dintorni calanchivi di Montalbano Jonico, stanno studiando gli interi 600 kmq dell’intera area calanchiva lucana.
Inoltre, il parco e la tutela del territorio sono propedeutici allo sviluppo di un indotto turistico di eccellenza e al mantenimento di una agricoltura di qualità del territori, economicamente molto più redditizia di qualsiasi royalites a tempo determinatoda elargire ai territori, anche perché, per i pozzi già estrattivi in Val Basento, area attigua e confinante con quella dei calanchi, le royalites non superano i 100 mila euro annui in totale, per tutti i comuni già interessati dall’estrazione mineraria. mentre tutta l’area calanchiva, non solo è coltivata da millenni, ma è area di produzioni di pregiate e antiche e locali qualità di grano (Mayorca, Svevo, Cappello, Carosello) che nel vicino Parco del Pollino, utilizzando il marchio dell’area protetta, rappresentano un’opportunità economica e di traino turistico elevato. Anche gli ulivi sono secolari e pregiati, come l’oliva Maiatica di Ferrandina, prodotto di un Presidio Slow Food. L’area produce anche pregiate pere locali e soprattutto, ha un’arancia tardiva, la Staccia di Tursi Montalbano, che è entrata a far parte dell’Arca dei Sapori di Slow Food ed è candidata ad entrare anch’essa nel Presidio dell’importante e internazionale organismo di tutela di Carlo Petrini.
Inoltre, in tutta l’area dei calanchi, oltre alla originalità orografica e geologica e agricola, insistono diverse masserie fortificate, da Montalbano, a Pisticci, a Ferrandina, a Craco, ad Aliano (dove c’è la casa e la tomba di Carlo Levi), Santarcangelo, Missanello e Stigliano. Che tutti insieme compongono l’intero territorio dei Calchi lucani, conosciuti anche dagli autori delle mappe di Google Heart e dalla stessa Regione Basilicata, visto che ha un progetto di totale protezione dell’area che si chiama Parco dei Calanchi e degli Ulivi della Basilicata. Esiste anche un progetto di tutela e di percorso turistico delle masserie fortificate dell’area.
È risaputo che turismo ed agricoltura non si conciliano affatto con le ricerche e le estrazioni petrolifere perché inquinano le falde freatiche, i terreni e l’aria circostante e generano tumore. Le maggiori compagnie petrolifere americane e inglesi, hanno infatti sottoscritto con lo Stato della California, un warning sul rischio cancerogeno di tutta la filiera degli idrocarburi, dalla ricerca all’immissione nei serbatoi delle auto nelle stazioni di servizio.
L’area è anche nota a livello internazionale come la “TERRA DEI RAPACI”, visto il numero e la tipologia di razze e varietà di falchi e falconidi, molti di questi protetti dalle leggi dello Stato ed europee.
L’area è anche dedita al pascolo e all’allevamento sia di razze generali che delle mucche tipiche podoliche e del suino nero lucano.

Inoltre ancora: nella VIA presentata:

-Non è stato redatto alcuno studio sulle falde acquifere superficiali e sotterrane;

-Non sono definite nella procedura di Via le sostanze chimiche da utilizzare per la perforazione né gli esplosivi che utilizzeranno per procurare onde sismiche per l’indagine del sottosuolo, né che tipo di rifiuti verranno prodotti, la loro classificazione, le quantità che finiranno nel terreno e quelle generate complessivamente nelle operazioni di ricerca petrolifera;

-I prodotti chimici utilizzati per le trivellazioni e per sciogliere la crosta terrestre ,nonché i fluidi e i fanghi di perforazione lavorati con sostanze chimiche (in molti casi è stata gia dimostrata la loro natura tossico e nociva) costituiscono pericolo per le falde acquifere dei Calanchi, la cui area, oltre alle peculiarità già elencate, ospita il più grande bacino idrico sotterraneo della Regione Basilicata, superiore agli stessi invasi artificiali di cui la Basilicata dispone;

- Non è definita la quantità e qualità dei rifiuti tossici, speciali e petroliferi che la ricerca di idrocarburi produrrà e come sarà effettuato lo smaltimento di tali prodotti;
- Non è definita la qualità e la quantità degli inquinanti che rimarranno nel sottosuolo e soprattutto nell’aria che ricadrà per l’effetto camino nei campi adiacenti;

- Non è definita in caso di esito positivo l’attività estrattiva, le quantità di rifiuti liquidi e gassosi e dei fanghi petroliferi che rischiano di essere assorbiti dall’ambiente esterno;.

- Non esiste nessuna garanzia contro l’inquinamento della falda superficiale a seguito trivellazioni petrolifere e dei pozzi d’acqua da cui le abitazioni nei pressi dell’area di trivellazione emungono acqua di tipo sanitario, agricolo e per gli allevamenti;

- Non esiste un piano di emergenza esterno per le popolazioni locali e per tutelare il territorio e l’ambiente circostante. Un pozzo petrolifero è da considerare come un impianto ad alto rischio, per scoppi, microsismi, subsidenze, inquinamento delle acque, del suolo e dell’aria.;

- Non esiste una rete di monitoraggio regionale locale che controlli gli inquinanti petroliferi e pubblichi periodicamente dei dati che tranquillizzino le popolazioni sullo stato di aria, acqua a seguito delle estrazioni petrolifere;

- Non esiste alcuna garanzia economica da parte dell’esercente del pozzo petrolifero su possibili risarcimenti derivanti da danni a cose e persone o all’ambiente circostante;

- Le opere per realizzare la piattaforma di trivellazione, anche per i soli permessi di ricerca, riguardano muri e gettate di cemento, realizzazioni di recinzioni e l’installazione di una enorme torre petrolifera, in ogni comune chi deve realizzare un piccolo muretto deve chiedere una regolare concessione edilizia al comune interessato, beni ambientali, paesaggistici e pagare una serie di oneri. Per cui non possiamo avere due pesi e due misure, ossia il cittadino è oberato da mille permessi e una società petrolifera ha una VIA dalla Regione solo per presa visione del comune interessato;
- L’opera è da considerarsi molto impattante e la semplice affissione all’albo pretorio dell’avviso VIA senza informare correttamente la popolazione ad esempio attraverso una assemblea pubblica e/o audizione pubblica è contro ogni regola di democrazia e partecipazione sociale.

Certi di un Vostro valido riscontro e dell’attenzione che Vorrete prestare alle nostre osservazioni, in attesa di una bocciatura, si inviano cordiali saluti.

FIRMATO

Allega copia fotostatica del seguente documento d’identità

P.S. va siglata ogni pagina

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Trivellazioni nei calanchi? Opponiamoci!

Grazie ad un’amica di Facebook (che per ora non menziono) mi è giunta la seguente comunicazione:

Il 30 settembre, fra pochi giorni, scade la possibilità di contestare la VIA, Valutazione di impatto ambientale, presentata dalla società mineraria Medoilgas Civita Ltd, per un nuovo pozzo in un’area particolare dei calanchi. Particolare sia per i grani, gli oli e gli allevamenti prodotti e sia per la presenza, in questa area unica della Basilicata, che è quella che circonda tutta la valle del Cavone/Salandrella, di importanti aree geologiche (uno strato di Pleistocene medio di rara purezza geologica e riconosciuto a livello mondiale) e architettoniche (masserie fortificate). In più, è oramai sempre più conclamato, che tutta la filiera degli idrocarburi è cancerogena a tal punto che lo Stato della California ha preteso dalle maggiori compagnie petrolifere anglo-americane di certificare, a tutela dei cittadini californiani, l’esistenza di questo rischio dalla ricerca del petrolio fino al pieno di benzina nella nostra auto (allego il Warning americano). Se le compagnie petrolifere certificano che la loro filiera è cancerogena per i cittadini californiani, probabilmente lo è anche per noi lucani e per noi italiani.
Tutta questa premessa per chiedere, a chi è d’accordo, di stampare l’allegato del warning e l’allegato di contestazione alla Via per pozzo fiume Cavone 1 dir (quest’ultimo è da firmare) e di spedirli entro il 30 settembre (ripeto, il 30 settembre), alla Regione Basilicata, ufficio compatibilità ambientale, Dipartimento ambiente, via V. Verrastro, 85100, Potenza.Può essere spedito da chiunque, cittadino o associazione o ente pubblico, anche se abitano a Canicattì, Marsala e Domodossola.

Come Comitato no oil e come Comunità Lucana – Movimento no oil diffondiamo la notizia; pubblichiamo (sempre grazie all’amica di cui sopra) il modello da stampare e firmare:

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Alla Regione Basilicata

Ufficio compatibilità Ambientale

via V. Verrastro

85100 – POTENZA

Oggetto: Opposizione alla procedura di VIA per pozzo di esplorazione “fiume Cavone 1 dir” in territorio di Pisticci, Permesso di ricerca Montalbano, Regione Basilicata, depositata il 30 luglio 2010 all’Ufficio Compatibilità ambientale del Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata, dalla Medoilgas Civita Ltd, con sede a Roma in via Cornelia 498.

Lo scrivente si oppone alla VIA in oggetto per i seguenti motivi :

L’area dei Calanchi oggetto di trivellazione e ricerca petrolifera è individuata come area unica per le sue caratteristiche naturalistiche ed è destinata a diventare un parco naturalistico per il quale, da decenni, si battono cittadini e associazioni. Già esiste un progetto di riserva naturalistica promosso dalla stessa Regione Basilicata che interessa una parte dell’estesa area dei Calanchi e che si chiama Parco del Geosito dei Calanchi di Montalbano. La Regione ha già pronto un Ddl per questa area che è la stessa della concessione Montalbano dove si vuole ora ricercare e poi perforare col pozzo di esplorazione Cavone 1 dir. È stata richiesta l’area protetta per il Parco dei Calanchi del Geosito di Montalbano Parco del Geosito perché in questa zona, tra i calanchi sedimentati in milioni di anni, è stata trovata un’era geologica risalente al Pleistocene Medio, 1 milione di anni fa, di una tale purezza geologica e di stratificazione, che è in concorrenza con un sito in Nuova Zelanda per il titolo di Chiodo d’Oro. Un prestigiosissimo riconoscimento internazionale di geologia che consente a chi lo possiede di essere riportato in tutti i testi odiali come area di riferimento per studiare la perfezione della sedimentazione millenaria. Va da sé che se non avrà il Chiodo d’Oro, l’area dei calanchi dove vuole perforare la MedoilGas, sarà il secondo sito al mondo. È uno dei motivi per cui questa area dei calanchi, ma in generale, tutta l’area calanchiva, è costantemente visitata dagli scienziati di mezzo mondo. Questa area dei calanchi è la parte orografia di questa regione che più la caratterizza all’interno e all’esterno dei suoi confini. Tanto che anche enti pubblici, come la Comunità Basso Sinni, nell’approntare tavole turistiche e la cartellonistica stradale per indicazioni turistiche, definisce i Calanchi lucani come “il luogo dell’anima della Basilicata”.
Le Università di mezzo mondo, dopo la scoperta dello strato di Pleistocene Medio nell’area dei dintorni calanchivi di Montalbano Jonico, stanno studiando gli interi 600 kmq dell’intera area calanchiva lucana.
Inoltre, il parco e la tutela del territorio sono propedeutici allo sviluppo di un indotto turistico di eccellenza e al mantenimento di una agricoltura di qualità del territori, economicamente molto più redditizia di qualsiasi royalites a tempo determinatoda elargire ai territori, anche perché, per i pozzi già estrattivi in Val Basento, area attigua e confinante con quella dei calanchi, le royalites non superano i 100 mila euro annui in totale, per tutti i comuni già interessati dall’estrazione mineraria. mentre tutta l’area calanchiva, non solo è coltivata da millenni, ma è area di produzioni di pregiate e antiche e locali qualità di grano (Mayorca, Svevo, Cappello, Carosello) che nel vicino Parco del Pollino, utilizzando il marchio dell’area protetta, rappresentano un’opportunità economica e di traino turistico elevato. Anche gli ulivi sono secolari e pregiati, come l’oliva Maiatica di Ferrandina, prodotto di un Presidio Slow Food. L’area produce anche pregiate pere locali e soprattutto, ha un’arancia tardiva, la Staccia di Tursi Montalbano, che è entrata a far parte dell’Arca dei Sapori di Slow Food ed è candidata ad entrare anch’essa nel Presidio dell’importante e internazionale organismo di tutela di Carlo Petrini.
Inoltre, in tutta l’area dei calanchi, oltre alla originalità orografica e geologica e agricola, insistono diverse masserie fortificate, da Montalbano, a Pisticci, a Ferrandina, a Craco, ad Aliano (dove c’è la casa e la tomba di Carlo Levi), Santarcangelo, Missanello e Stigliano. Che tutti insieme compongono l’intero territorio dei Calchi lucani, conosciuti anche dagli autori delle mappe di Google Heart e dalla stessa Regione Basilicata, visto che ha un progetto di totale protezione dell’area che si chiama Parco dei Calanchi e degli Ulivi della Basilicata. Esiste anche un progetto di tutela e di percorso turistico delle masserie fortificate dell’area.
È risaputo che turismo ed agricoltura non si conciliano affatto con le ricerche e le estrazioni petrolifere perché inquinano le falde freatiche, i terreni e l’aria circostante e generano tumore. Le maggiori compagnie petrolifere americane e inglesi, hanno infatti sottoscritto con lo Stato della California, un warning sul rischio cancerogeno di tutta la filiera degli idrocarburi, dalla ricerca all’immissione nei serbatoi delle auto nelle stazioni di servizio.
L’area è anche nota a livello internazionale come la “TERRA DEI RAPACI”, visto il numero e la tipologia di razze e varietà di falchi e falconidi, molti di questi protetti dalle leggi dello Stato ed europee.
L’area è anche dedita al pascolo e all’allevamento sia di razze generali che delle mucche tipiche podoliche e del suino nero lucano.

Inoltre ancora: nella VIA presentata:

-Non è stato redatto alcuno studio sulle falde acquifere superficiali e sotterrane;

-Non sono definite nella procedura di Via le sostanze chimiche da utilizzare per la perforazione né gli esplosivi che utilizzeranno per procurare onde sismiche per l’indagine del sottosuolo, né che tipo di rifiuti verranno prodotti, la loro classificazione, le quantità che finiranno nel terreno e quelle generate complessivamente nelle operazioni di ricerca petrolifera;

-I prodotti chimici utilizzati per le trivellazioni e per sciogliere la crosta terrestre ,nonché i fluidi e i fanghi di perforazione lavorati con sostanze chimiche (in molti casi è stata gia dimostrata la loro natura tossico e nociva) costituiscono pericolo per le falde acquifere dei Calanchi, la cui area, oltre alle peculiarità già elencate, ospita il più grande bacino idrico sotterraneo della Regione Basilicata, superiore agli stessi invasi artificiali di cui la Basilicata dispone;

- Non è definita la quantità e qualità dei rifiuti tossici, speciali e petroliferi che la ricerca di idrocarburi produrrà e come sarà effettuato lo smaltimento di tali prodotti;
- Non è definita la qualità e la quantità degli inquinanti che rimarranno nel sottosuolo e soprattutto nell’aria che ricadrà per l’effetto camino nei campi adiacenti;

- Non è definita in caso di esito positivo l’attività estrattiva, le quantità di rifiuti liquidi e gassosi e dei fanghi petroliferi che rischiano di essere assorbiti dall’ambiente esterno;.

- Non esiste nessuna garanzia contro l’inquinamento della falda superficiale a seguito trivellazioni petrolifere e dei pozzi d’acqua da cui le abitazioni nei pressi dell’area di trivellazione emungono acqua di tipo sanitario, agricolo e per gli allevamenti;

- Non esiste un piano di emergenza esterno per le popolazioni locali e per tutelare il territorio e l’ambiente circostante. Un pozzo petrolifero è da considerare come un impianto ad alto rischio, per scoppi, microsismi, subsidenze, inquinamento delle acque, del suolo e dell’aria.;

- Non esiste una rete di monitoraggio regionale locale che controlli gli inquinanti petroliferi e pubblichi periodicamente dei dati che tranquillizzino le popolazioni sullo stato di aria, acqua a seguito delle estrazioni petrolifere;

- Non esiste alcuna garanzia economica da parte dell’esercente del pozzo petrolifero su possibili risarcimenti derivanti da danni a cose e persone o all’ambiente circostante;

- Le opere per realizzare la piattaforma di trivellazione, anche per i soli permessi di ricerca, riguardano muri e gettate di cemento, realizzazioni di recinzioni e l’installazione di una enorme torre petrolifera, in ogni comune chi deve realizzare un piccolo muretto deve chiedere una regolare concessione edilizia al comune interessato, beni ambientali, paesaggistici e pagare una serie di oneri. Per cui non possiamo avere due pesi e due misure, ossia il cittadino è oberato da mille permessi e una società petrolifera ha una VIA dalla Regione solo per presa visione del comune interessato;
- L’opera è da considerarsi molto impattante e la semplice affissione all’albo pretorio dell’avviso VIA senza informare correttamente la popolazione ad esempio attraverso una assemblea pubblica e/o audizione pubblica è contro ogni regola di democrazia e partecipazione sociale.

Certi di un Vostro valido riscontro e dell’attenzione che Vorrete prestare alle nostre osservazioni, in attesa di una bocciatura, si inviano cordiali saluti.

FIRMATO

L’auspicio è che siamo in tantissimi ad inviare ENTRO IL 30 SETTEMBRE il documento firmato!

Antonio Bevilacqua.

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comunicato stampa di comunità lucana – movimento no oil

Presidente, è forse giunto il tempo della verità

 

Presidente De Filippo,

memore dell’invito alle associazioni ambientaliste al senso di responsabilità lanciato durante l’incontro sollecitato dal sindaco di Ginestra sulla stato dell’istanza di ricerca di idrocarburi “Palazzo S. Gervasio” dall’assessore all’ambiente Agatino Mancusi, ho preferito nell’estate mantenere quel basso profilo che nei fatti l’assessore sembrava chiedere per aver il tempo di sviluppare quella conoscenza delle cose che, a suo stesso dire, il breve trascorso temporale dalla sua nomina non gli aveva ancora consentito.

 

 

Nonostante la presunzione di buona fede verso l’assessore, se simili competenze non sono presenti in chi assume simili importanti cariche, si palesa quella disdicevole fungibilità dei politici ad assumere qualsiasi carica la spartizione debba affidargli, con buona pace delle competenze stesse.

 

 

Come ebbi modo di scrivere in un comunicato stampa all’indomani della formazione della Sua giunta, la stessa di tecnico possiede poco o nulla, lasciando piuttosto intravedere caparbia volontà di mettere la stessa a disposizione di quella sua idea di Basilicata che spesso ho contestato, ma è non certo in merito alla condivisione dei progetti – o magari sui meccanismi feudo-clientelari che da noi assicurano il consenso – che La chiamo in causa, quanto sulla estrema rilevanza del tema degli idrocarburi in Val d’Agri, tema sul quale si vorrebbe ascoltare la Sua posizione e non solo il silenzio della Sua assenza, come accaduto al recente convegno del WWF sul monitoraggio ambientale. Assenza non solo Sua, ma dell’intera Giunta e dei responsabili del monitoraggio stesso che, pur invitati a esprimere il punto di vista istituzionale, evidenziano disinteresse per le attività dei cittadini in difesa della dignità forse ancor prima di ambiente e salute, come mostra la vicenda del pozzo autorizzato vicino l’ospedale prima dalla Sua precedente giunta, poi in subordine di inutilità dalla giunta municipale di Marsicovetere.

 

 

Che in Val d’Agri le attività di ENI e consocie nello sfruttamento del giacimento stiano modificando de facto  le condizioni tropiche della valle è cosa visibile a chiunque, non fosse altro che per la presenza ingombrante della fiaccola del centro olii e della numerosa sequenza di piattaforme di estrazione che di notte danno a quel paesaggio prospettiva più da squallida zona industriale che da parco naturale.

 

 

Ad ogni osservazione mossa in rilievo alle attività di estrazione e trattamento del greggio si risponde da anni che tutto è a posto ed a corredo di questo dogma vengono sciorinati sia dei dati inopportuni, vista la scarsa attendibilità di osservazioni spesso mancanti o quando presenti, che lasciano profondi dubbi sull’organicità delle stesse, sia la cambiale in bianco di buona fede tacitamente rinnovata verso compagnie della cui attività non è dato conoscere che i dati da loro stesse forniti.

In Val d’Agri le malattie neoplasiche e polmonari sono una realtà che la sola statistica del Registro dei Tumori i cui primi dati certi risalgono al 2006 pare ignorare, mentre alle empiriche osservazioni di chi è andato a cercare casa per casa motivi ed esiti delle morti in piccole comunità dove tutti sanno di tutti, il dato pare dover far registrare un 50% dei decessi attribuibili ormai a casi di cancro e leucemie.

 

 

I dati degli strambi monitoraggi condotti da ARPAB, Agriobios ed ENI non paiono indicare che i pochi picchi di emissioni inquinanti per ogni singolo parametro, trascurando però del tutto le concentrazioni multiple di sostanze emesse che possono interagire tra loro ed i cui effetti andrebbero misurati più a fondo di quanto in realtà non si faccia o si farà con l’istituzione dell’osservatorio ambientale, previsto già dal ’98 e solo ora in partenza, sempre non diventi il solito clientelare e compiacente carrozzone.

 

 

Il piano di sicurezza esterna in caso di gravi incidenti presso il centro olii ed i singoli pozzi, se esiste, è del tutto sconosciuto alla popolazione determinandosi di fatto la sua insussistenza formale, ai sensi della normativa Seveso, e sostanziale, se ai cittadini non sono indicati centri di raccolta, vie di fuga e norme di comportamento, il tutto corredato da esercitazioni partecipate dalla stessa popolazione.

 

 

La questione delle royalties rimane aperta siano ancora al 7% o al 10% con la creazione di un fondo carburanti che nessuno ha ancora mai visto, ad eccezione di governo nazionale e capibastone locali, eppure Lei in campagna elettorale aveva parlato di una ricontrattazione delle stesse royalties, pur non essendosi compreso se intendesse Lei esercitare pressioni una modifica della legge nazionale che le fissa o di una ricontrattazione locale con ENI, non convincendo affatto però perché mai questa debba concedere simili aumenti, siano questi in denaro o in quei maggiori investimenti sul territorio a cui Lei accennava nel Suo discorso programmatico, senza però darne contezza, magari convinto che una compagnia petrolifera sia un ente benefico disposto ad investire di più e senza alcuna contropartita.

 

 

Vorremmo, Presidente, che la sua azione istituzionale stesse sui fatti, cominciando ad ammettere ciò che certa politica, al meglio paternalista, da tempo conosce, l’estrazione e trattamento di greggio sta causando  gravi problemi alla valle, problemi che nel pericolo di una petrolizzazione dell’intera regione pongono domande a cui è tempo di rispondere, affrontandone, ove inevitabile, ogni conseguenza.

 

 

Presidente, è forse giunto il tempo della verità, senza reticenze, nella ricerca del bene comune.

 

 

Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana – Movimento No Oil

comunicato stampa di comunità lucana – movimento no oil

Serve un progetto per questa terra

 

L’estate politica non è tempo di progetti, magari di sintesi o di polemiche più o meno costruttive, volte a delineare scenari ipotetici o verosimili, sassi cioè negli stagni delle dinamiche politiche.

 

 

Se l’estate ha regalato in prima nazionale tragicommedia e farsa di uno schieramento in dissoluzione incapace di delineare scenari per un paese in declino di cultura civica prima ancora che politica, certo non poteva nella nostra regione che rappresentarci la satira di una politica nostrana incapace di tener fede agli impegni assunti, priva di idee, ma sempre abbronzata e in prima linea nel gran varietà estivo.

 

Se così all’inno di Mameli intonato dai cantanti istituzionali sui luoghi del nostro 1860 si fosse sostituito l’inno del “tutt’apposto”, nessuno avrebbe magari battuto ciglio, vista la capacità del sistema politico di cantare il nulla, pur essendo la regione proprio la stessa dello scorso 29 marzo.

 

Si obietterà che i pochi mesi trascorsi sono pochi per costruire il futuro ampiamente inflazionato di cui si sente troppo spesso parlare o per delineare soluzioni a vecchie problematiche, ma se il buongiorno si vede dal mattino non serve il meteorologo ad annunciare una giornata pessima, le cui nuvole non si sono disperse nello stucchevole rondeau di dichiarazioni sullo sconto-benzina alimentato dall’aumento del 3% delle royalties sulle estrazioni di idrocarburi, non certo si sono allontanate dai nostri cieli per la boutade (leggi buffonata) di quattro ragazzotte su una riviera altrui ad inneggiare al sistema Basilicata in risposta al ministro ex-creativo che ci accusa di sprecar risorse pubbliche, non certo disperse nella preoccupazione che la polarizzazione inevitabile del prossimo confronto elettorale tra il niente e il nulla di una politica nazionale intestina porti ad ulteriori non risposte ai problemi lucani.

 

E che la giornata si annunci davvero pessima non è Gaetano Brindisi, ma l’incapacità della politica di dar risposte ai tentativi del sistema produttivo di limitare i diritti in cambio di generiche rassicurazioni di continuità del lavoro che non trasmigra in Serbia solo se si china il capo, o di dare risposte ad alcune multinazionali dell’energia teste di ponte per il nucleare, o di dare risposte all’arroganza del sistema idrocarburi che intende trasformare tutta la regione in un gran campo petrolifero o ad alcune cricche interessate all’incenerimento dei rifiuti o ad acqua, vento, sole, boschi, in un precipitare dell’economia lucana e delle condizioni dei lucani che non potrà non favorire un ricatto divenuto ormai realtà.

 

 

Un ricatto che si basa sull’ovvietà che se alla sopravvivenza non c’è limite etico, sociale od economico da contrapporre che non stia proprio nella sua continuità e che una volta stabilito un confine, un limite, in mancanza di reazioni adeguate al suo superamento, si possa poi spostarlo a proprio piacimento, consapevoli che una reazione ancora una volta non avverrà, ed accade in Val d’Agri, dove è stabilito che ciò che ovunque causa danni a salute ed ambiente, da noi non faccia nulla, così che si possano realizzare pozzi anche di fianco ad un ospedale. O che accade in Val Basento, dove è stabilito che la chimica pesante non ha mai causato danni che non siano quella dannata bonifica che pur priorità dello Stato mai si è fatta, così che si possa continuare, ridotto il vincolo, finanziando pubblicamente altra chimica, discariche, stoccaggi sotterranei di metano o grandi servitù energetiche, o che accade sul Vulture, dove stabilito che a bere una certa acqua si rimanga giovani, non resta che tirane fuori più possibile, si dissecchino o meno le sorgenti, e si potrebbe continuare a lungo con tutti i confini che un  sistema produttivo onnivoro sposta ogni giorno sempre un po’ oltre.

 

Facile così pensare che un ceto dirigente che si esprime in classe politica, amministrativa, sindacale ed imprenditoriale o ha una visione distorta o assente di cose ed idee o è semplicemente connivente con una visione rapace della Basilicata da depredare di risorse, cervelli e braccia e da premiare con perline colorate e tozzi di pane, ritagliandosi al meglio il proprio ruolo nel sacco vandalico nel controllo ferreo di opinioni e consenso.

 

In questa terra due sono allora le possibilità, o vige la legge dell’esarcato o dei rais oppure, mancando del tutto idee e progetti per contrastare il declino, siamo davvero messi male e navighiamo a vista.

 

Serve allora un progetto per questa terra, una ragion d’essere che si ritrovi nella capacità di pensare a modelli altri di sviluppo in grado di coniugare senza ipocrisie o malintesi (leggi green economy) ciò che il territorio lucano può offrire senza che ne venga derubati, l’inconsueto di un paesaggio da scoprire in una incontaminatezza ancora ampia, una cultura della lentezza che non è ritardo, ma diverso modo di camminare, un senso della natura che non è vuoto da riempire, ma consapevolezza della sua rarità e della sua unicità erette a valore proprio di questo territorio.

 

Un progetto che sappia dare risposte di sistema all’agricoltura con un mercato ortofrutticolo lucano, la filiera protetta per il consumo interno, tutele economiche le per colture tradizionali e sanzioni per l’uso scorretto di pesticidi e concimi, di incoraggiamento alla creazione di strutture consortili o cooperative tra giovani disoccupati a cui affidare i terreni lasciati incolti e via discorrendo fino a soddisfazione della domanda interna e solo dopo alla conquista dei mercati esterni con quel brand di incontaminatezza da applicare non solo alle eccellenze, ma a tutta la produzione che ne accetti un disciplinare, un brand di territorio che non rimanga slogan per il sacerdozio ambientalista, ma causale di una vera differenza.

 

Un progetto che sappia riconvertire ove possibile il sistema industriale da claudicante messaggero di “novità” giuslavoriste a reale produttore di quella rivoluzione del fare che comincia dalla localizzazione degli impianti in rapporto alle potenzialità del territorio, accorciando distanze tra produzione e vendita, mirando all’integrità di equilibrati rapporti capitale-lavoro da ritrovare nelle forme dell’organizzazione piccolo-medio produttiva consorziata (agro-industria diffusa, filiere artigianali) o dalla apertura di flussi di finanza pubblica ad attività che non richiedano insopportabili ed irrealizzabili pesi infrastrutturali sul territorio (nano e bio-tecnologie, produzione di componentistica per energie rinnovabili e bio-edilizia).

 

Un progetto che miri al turismo in cerca di prospettive culturali-paesaggistiche differenti dalla piattezza omologata dell’offerta basata sul sistema villaggio vacanze che di fatto rende ogni luogo uguale agli altri e un progetto che miri alla democrazia diffusa, quindi ad un sistema di valori che ribalti lo scambio diritto-favore con cui s’è ammorbata la cultura sociale dei lucani sino a farne “mansueto” (citazione da un deputato lucano) popolo di individualisti a caccia di rapporti privilegiati con il politico di turno, quasi che l’interesse generale diventi optional e non di serie nella scocca del politico.

 

E’ tempo così che la si smetta di pensare al territorio come merce per un mercato mordi e fuggi, ad un contenitore per costosi divertimentifici o false prospettive industriali dai dubbi ritorni per gli investimenti pubblici, ad occasione low cost da imbellettare con improbabili sagre eno-gastronomiche per il turista da strappare alla concorrenza, ad una regione dove si ammaestra l’opinione pubblica con servizi di regime sugli organi di informazione, e si comici a programmare a dispetto di socialmente insostenibili leggi di mercato e malintese ideologie economiche che riducono gli uomini a consumatori ed attezzi di lavoro e non più a cittadini e lavoratori.

 

Produrre una differenza nella patologia da omologazione che affligge tutto l’occidente è la scommessa di una piccola regione del Sud Italia che non avendo numeri per concorrere con più corpose economie è proprio su quella piccolezza dei suoi numeri da riportare ad un ciclo economico locale non richiuso su se stesso che deve puntare con decisione, consapevole però che dove prospera omologazione ed indifferenza al destino ed al bene comune, prospera anche quell’industria del petrolio, quell’industria legale ed illegale dei rifiuti, quel mercimonio dell’acqua, quella subalternità storicizzata dei lucani, quel sistema del diritto reso favore, quel clientelismo che lungi dal delineare altro che periferia, crea quella latente o palese sfiducia nelle istituzioni e nelle sue attività, che inficia a monte quei monitoraggi che si usano a mo’ di bendaggi rassicuranti per l’opinione pubblica e che ormai non convincono più nessuno.

 

Figurarsi poi se ci convincono certe classi dirigenti sorde, mute e cieche persino di fronte all’evidenza che il berlusconismo sia ormai diventato cifra stilistica della politica italiana tutta e che alla necessità di una nuova “liberazione” non debba mai più corrispondere in questa regione il fardello di certi carichi insostenibili alla ragione prima ancora che alla democrazia.

  

Miko Somma, coordinatore regionale di Comunità Lucana -  Movimento No Oil 

 

Regione di smaltimento scorie?

Scartabellando la rete, oggi, mi è capitato (anche grazie alla dritta di Vito della OLA) di imbattermi nel seguente articolo, che copio e incollo dal sito Italiaterranostra

BASILICATA: ECOMAFIA A S. NICOLA DI MELFI.

Stamane alle ore 10:00 è stato intercettato, da ITALIA TERRA NOSTRA, un convoglio ferroviario, appena giunto al famigerato scalo lucano di San Nicola di Melfi, imbottito di scorie industriali provenienti da località attualmente sconosciuta.
I camion della cementeria Costantinopoli di Barile in provincia di Potenza, sono stati fermati dalla Polizia di Stato su indicazione del giornalista Gianni Lannes. Il pericoloso carico è risultato essere addirittura privo di certificazione d’obbligo legale.

Continueremo a seguire  gli sviluppi di questa faccenda e vi terremo informati.

ore 11:25 – Individuata la provenienza del pericoloso carico che risulta essere Palermo – Brancaccio

ore 11:30 – Si contano 16 convogli ferroviari per un totale di 1000 tonnelate di scorie pericolose.

Per chi fosse intenzionato a verificare di persona, basta cliccare qui per l’articolo originale.

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Non vogliamo essere catastrofisti, ma se le cose stanno così, per 1000 tonnellate di scorie pericolose (e se la provenienza è il quartiere Brancaccio di Palermo, vuol dire che qualche cosca importante di cosa nostra c’entrerà… o no?) scoperte (e senza la certificazione di legge!!!), si può sospettare che enormi quantità di tali scorie non venga scoperto? Si tratta di un sospetto lecito? E’ ovvio che l’augurio che ci facciamo (e facciamo a questa nostra amata regione) è quello di non essere diventata un sito di stoccaggio e smaltimento di scorie pericolose… ma con gli auguri e gli auspici si fa poca strada!

Continuiamo ad assistere a situazioni molto torbide mentre coloro che dovrebbero vigilare e sorvegliare continuano a propinarci l’ormai famoso “E’ tutto a posto”. Ma, crediamo, in molti cominciano a sospettare che “nulla è a posto”! E non ci vogliamo più fermare a meditare!!! Oggi pretendiamo che certe situazioni molto torbide e fumose, comincino a diventare più trasparenti!!!!

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FIAT SATA E FABBRICHE ITALIA VARIE.

 Dal sito istituzionale della Regione Basilicata (che nella nuova veste pare funzionare molto a singhiozzo) copio e incollo il seguente articolo:

Fiat, Navazio (Ial): “Marchionne mi ha convinto”.

30/08/2010

ACR“Con franchezza affermo che Sergio Marchionne mi ha convinto. E non mi spaventa il giudizio che scatenerà tale affermazione”. E’ quanto afferma in una nota sul caso Fiat il capogruppo di “Io amo la Lucania” in Consiglio regionale, Alfonso Ernesto Navazio, a parere del quale l’incipit che l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne ha pronunciato giorni fa a Rimini al meeting di Comunione e Liberazione (“Quello che ho sempre cercato di fare, a costo di passare per rude, è parlare in modo chiaro e diretto, senza la presunzione di avere la verità in tasca, ma con la convinzione che l’onestà intellettuale sia il modo migliore per dare il proprio contributo e compiere insieme passi avanti”), “sprona tutti noi ad assumere atteggiamenti che permettano, senza calcoli politici, di dire ciò che realmente si ha in testa”.“Separare i fatti dalle opinioni – aggiunge Navazio – è sempre più difficile nel mondo in cui viviamo. I vari soggetti politici, economici e sociali, tutti portatori di interessi generali, tuttavia, si fanno portatori di illusioni, si fanno paladini di una battaglia che si rinnova e si ridefinisce continuamente ma che ha un solo unico scopo”.“Fa impressione, invece, che Fiat raccolga apprezzamenti, complimenti e consensi tra i lavoratori statunitensi – afferma ancora l’esponente politico – ed i loro rappresentanti sindacali tanto da affidare a Marchionne quota parte della dote dei fondi pensione e qui, in Italia, il progetto Fabbrica Italia non ha trovato un benché minimo apprezzamento. O non è stato compreso il progetto o c’è malafede. Non ci sono molte aziende (italiane) che investono in Italia qualcosa come 20 miliardi di euro. Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidissimi che possono essere interpretati e affrontati soltanto grazie a schemi culturali e mentali che superino ed abbandonino i modelli purtroppo applicati negli anni settanta.“I nostri sindacati avrebbero investito il loro fondo pensioni?”, si domanda ancora Navazio, per il quale invece “si preferisce lo scontro fra capitale e lavoro. Si richiamano i distinguo tra forza – lavoro e lavoro. Il lavoro assume, persino, carattere antagonistico (come si interpretava un tempo)”.A parere di Navazio “non è uno spettacolo decente il peregrinare tra vari dibattiti dei tre protagonisti ribadendo ciò che la magistratura ha già accertato. Come dice qualcuno accade che su questioni più o meno importanti si possa assistere al confronto fra opinioni tutte poste sul medesimo piano, come se si trattasse di gusti personali. Ed è completamente scomparsa l’idea che sulle questioni di fatto non contano le opinioni ma le prove esibite da soggetti imparziali e competenti.
C’è una tale schizofrenia in giro che si perde il contatto con la realtà e si dà retta, solo, ai luoghi comuni. La babele delle opinioni che investe quotidianamente questo o altro accadimento, il voler a tutti costi dimostrare una solidarietà (più di facciata il più delle volte), il voler separare anziché unire comporta una visione lacerante e demagogica della società. Piace lo scontro. C’è sempre qualcuno che interpreta l’antagonismo come un mezzo. La declamata globalizzazione, la libera circolazione delle idee nel mondo internettiano hanno reso l’idea di un mondo che non è libero”.

“Nel nostro paese – conclude Navazio – l’industria automobilistica è alle soglie di una sfida epocale con il resto del mondo. O capiamo questo o risulterà difficile andare avanti. E’ tempo di intraprendere un atteggiamento sfidante che sferzi l’autoreferenzialità della provincia Italia e il mondo di ieri delle sue classi dirigenti. Occorre che la maggioranza degli uomini e delle donne, quelli silenziosi, quelli che ti fanno capire che sono stufi di questi conflitti, quelli che vogliono vivere legati ad una quotidianità che non banalizzi il loro essere, escano allo scoperto. E’ tempo che si ritiri la delega inconsapevolmente rilasciata”.

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Insomma, abbiamo idea di dove il movimento “IO AMO LA LUCANIA” vuole andare a parare. Ma, per completezza di informazione qui si può trovare l’intervento integrale dell’AD FIAT, Marchionne.

Riportiamo alcuni stralci del suo intervento:

A volte ho l’impressione che gli sforzi che la Fiat sta facendo per rafforzare la presenza industriale in Italia non vengano compresi oppure non siano apprezzati intenzionalmente. La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a investire 20 miliardi di euro in Italia, l’unica disposta a intervenire sulle debolezze di un sistema produttivo per trasformarlo in qualcosa che non abbia sempre bisogno di interventi d’emergenza. Qualcosa che sia solido e duraturo, da cui partire per immaginare il futuro. La verità è che questo sforzo viene visto da alcuni con la lente deformata del conflitto. Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra “capitale” e “lavoro”, tra “padroni” e “operai”. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero, non risolveremo mai niente. Erigere barricate all’interno del nostro sistema alimenta solo una guerra in famiglia. L’unica vera sfida è quella che ci vede di fronte al resto del mondo. Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici e per dare al Paese la possibilità di andare avanti”.

 

Che sembrerebbe un voler rimarcare che nel nostro paese esiste ancora un problema di “Lotta di Classe” di Marxiana memoria a lasciare un sistema produttivo e industriale italiano debole e assolutamente non competitivo rispetto ad altri paesi. Il che, ovviamente, rappresenta un’opinione… ed in quanto opinione, mi si consenta la battuta, è altamente opinabile. Ovviamente non ci è sfuggita un’altra dichiarazione che, precedentemente al richiamo alla guerra tra padroni e operai, viene fuori dal “cilindro” di Marchionne; è la seguente:

“La crisi ha reso più evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche più drammatica la debolezza della struttura industriale italiana. La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente – e senza colpa – le conseguenze. Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” è invertire questa rotta. Il piano, presentato quattro mesi fa, dimostra il nostro impegno per concentrare nel Paese grandi investimenti, per aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e far crescere le esportazioni. Per realizzare questo progetto è assolutamente indispensabile colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat a quel livello di efficienza necessario per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro più sicuro. Conosciamo bene le regole dei mercati. Il loro andamento è determinato dalla domanda e dall’offerta, e trovano il loro equilibrio all’incrocio di queste due funzioni. Nella ricerca di questo equilibrio, non adottano principi etici e non sono condizionati da fattori o legami emotivi. Se lasciassimo il mercato libero di agire, alla sua maniera, le prospettive per la Fiat in Italia non sarebbero buone”.

Il richiamo alle regole dei mercati la dice lunga sulle intenzioni di Marchionne: Il mercato sopra ogni cosa (la lotta di classe, precedentemente richiamata, va a farsi benedire: il mercato è al di sopra dei padroni e degli operai). E, in nome del Dio Mercato, passa un messaggio subliminale inquietante: LA COSA PEGGIORE DI UN SISTEMA INDUSTRIALE , QUANDO NON È IN GRADO DI COMPETERE, È CHE ALLA FINE SONO I LAVORATORI A PAGARNE DIRETTAMENTE E – SENZA COLPA – LE CONSEGUENZE.

L’affermazione contiene un messaggio profondo (molto profondo): in nome della competitività e del mercato, necessita una riforma del sistema produttivo. E se non si attua questa riforma, le cose sono destinate a danneggiare soprattutto i lavoratori, perché le fabbriche sono costrette a chiudere o ad essere spostate in paesi nei quali questa riforma è attuabile.

Insomma: un sistema produttivo che “privilegia” i lavoratori invece della competitività, è destinato a soccombere! Ecco che, a questo punto, saltano fuori affermazioni del Ministro Tremonti che, con disinvoltura massima, dice che “La legge 626 è un LUSSO che non possiamo permetterci” (basta cliccare qui per avere più informazioni in proposito). Il ministro smentisce se stesso, affermando di essersi riferito alla giurisdizione europea, non alla sicurezza. Intanto, però, il messaggio è passato: Sicurezza, diritti acquisiti dopo decenni di lotte serrate, sono un LUSSO.

Ecco che, a questo punto, a differenza del Consigliere Navazio, possiamo affermare che il discorso di Marchionne non ci convince affatto!!!

Forse perché siamo dei romantici idealisti e fondamentalisti? No, affatto: crediamo, semplicemente, che il Dio mercato non può essere il pretesto per far passare in secondo piano l’Uomo e il lavoratore. E se la dichiarazione di intenti di Marchionne quando dice “Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici e per dare al Paese la possibilità di andare avanti” intende riferirsi ad una vera e propria condivisione, ad un vero e proprio patto sociale col quale TUTTI (quindi anche i consiglieri d’amministrazione e gli azionisti) debbano condividere i sacrifici, allora si può anche discutere e mettersi ad un tavolo per trovare la strada migliore. Se i sacrifici toccano (come sempre è accaduto) solo agli operai, ai lavoratori svuotati della loro componente umana e trasformati in freddi numeri beh… allora non ci siamo proprio!!!

Ah, per concludere: a proposito dell’ultima frase del comunicato di Navazio, possiamo affermare che, in linea di massima, siamo d’accordo. Ma decenni di “voto affidato”, di “deleghe in bianco” (leggasi metodo clientelare) sono difficili da sradicare. Anche noi ci battiamo perché il cittadino, quello che se ne sta silenzioso, riesca, quanto prima, a liberarsi dal “guinzaglio” che i politici gli hanno messo, e possa, finalmente, scegliere sulla base di programmi e non di “favori” da ricevere.

Meditiamo gente, meditiamo!

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