la pistola fumante…qualche domanda sul pertusillo che dobbiamo porci e porre…

tratto da il corriere della sera

CITTÀ DEL VATICANO – «Mi chiedo se siamo in cammino verso una grande guerra mondiale per l’acqua». Francesco parla al seminario organizzato dalla pontificia Accademia delle Scienze nella Casina Pio IV, in Vaticano, di fronte a 95 studiosi di tutto il mondo riuniti da giovedì per parlare del diritto umano all’acqua. Un tema così drammatico che il Papa, con un’aggiunta a braccio, lo associa alla denuncia, più volte ripetuta, di una «terza guerra mondiale combattuta a pezzi» nel nostro tempo. Pezzi che si potrebbero saldare intorno alla risorsa più preziosa del pianeta. «Le cifre che le Nazioni Unite rivelano sono sconvolgenti e non ci possono lasciare indifferenti: mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua; milioni di persone consumano acqua inquinata», ricorda Francesco: «Si tratta di dati molto gravi; si deve frenare e invertire questa situazione. Non è tardi, ma è urgente prendere coscienza del bisogno di acqua e del suo valore essenziale per il bene dell’umanità».

…Francesco riprende le riflessioni dell’Enciclica Laudato si’: «Ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile e sicura; è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali nel mondo attuale». Perciò «è necessario attribuire all’acqua la centralità che merita nell’ambito delle politiche pubbliche»….Il rispetto dell’acqua, insomma, «è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani», avverte Francesco: «Se rispetteremo questo diritto come fondamentale, staremo ponendo le basi per proteggere gli altri diritti. Ma se violeremo questo diritto essenziale, come potremo vegliare sugli altri e lottare per loro?».

bene, francesco non si smentisce mai e riafferma giorno dopo giorno concetti che per il sottoscritto, agnostico e le cui idee hanno una casa con un altro indirizzo, sono sempre più indicativi di quanto questo uomo che pratica come una virtù l’ingenuità (uso questo termine nel più puro dei suoi significati, ovvero ingenuità s. f. [dal lat. ingenuĭtas -atis]. 1. a. l’essere ingenuo, nel senso comune e moderno della parola, quindi sincerità, innocenza, candore d’animo, semplicità…o 2.più raro ed in senso storico, con riferimento all’antica Roma, condizione libera, stato giuridico di chi è nato ingenuo, cioè libero; si preferisce, in questo sign., la forma lat. ingenuitas ‹-ù-›….e scusate per la pignoleria del voler dare all’ingenuo francesco il senso che ingenuo ha davvero)…

ed allora partiamo, in riferimento all’articolo precedente “la fionda che ha ucciso il pertusillo”, articolo che tenta di sollevare qualche questione in merito alle rassicurazioni “beotizzanti” e “tutt’appostiste” sullo stato di salute dell’invaso dopo il proliferare di macchie scure identificate come alghe, con queste parole di francesco come importante incipit ad un ragionamento che nasce proprio dall’importanza suprema che il diritto all’acqua rappresenta, e nel caso specifico l’importanza che il bacino artificiale del pertusillo ha per il diritto all’acqua di centinaia di migliaia di persone (più probabilmente almeno un milione e mezzo compresa la puglia con le province di taranto, brindisi, lecce, parte della provincia di bari e la porzione di basilicata che se ne serve), sia sotto forma di acqua sana per usi potabili o sanitari, sia sotto forma di acqua priva di contaminanti per l’uso agricolo ed anche industriale…

il problema è capire, dopo che una riunione in pompa magna tra regione basilicata ed arpab (agenzia che della regione fa parte) ha “tranquillizzato” sulla presenza all’interno dell’invaso di idrocarburi, attribuendo le macchie scure a fenomeni di eutrofizzazione innescati dalle variazioni di temperature e causati da fosforo ed azoto rinvenuti nelle acque, se l’allarme cessa perché non ci sono idrocarburi e ci teniamo l’eutrofizzazione o se il problema, quale che sia la causa che lo origina, sia l’eutrofizzazione in quanto tale e quindi segue alla rilevazione del problema la ricerca di cosa lo produca e la soluzione di questa causa

premetto che, come in un articolo del 2011, quando il fenomeno, seppure in tempi e modalità diverse, si presentò, il sottoscritto crede che vi siano diverse concause nell’origine del problema eutrofizzazione, certo gli scarichi non depurati per bene, certo i reflui agri-zootecnici, ma anche – e qui si marca una differenza di metodo razionale, qualcosa che attiene ad un ciclo non perfetto (ma esistono poi cicli perfetti nell’industria?) del trattamento del greggio che presso il centro olii di viggiano si effettua…ovvero, volendo riassumere e richiamandomi all’articolo precedente, se indagando le cause del fenomeno (e diamo per scontato ed accertato che sia una eutrofizzazione, quindi letteralmente  eutrofizzazione, fenomeno di arricchimento trofico di laghi, di stagni e, in genere, di corpi idrici a debole ricambio; è dovuto al dilavamento dei fertilizzanti usati nella coltivazione delle terre circostanti o all’inquinamento organico prodotto dalle attività umane o a prodotti di rifiuto industriali. Provoca le cosiddette fioriture del fitoplancton che, abbassando il tasso di ossigeno, rendono l’ambiente inadatto per altre specie), si possa escludere acriticamente una causa e concentrare l’indagine su un’altra, senza aver verificato se il foro evidente sul corpo della vittima, il pertusillo, sia stato causato da una fionda (gli scarichi ed i reflui da dilavamento), o da una pistola fumante, il processo industriale di desolforazione che consente al greggio estratto dalla val d’agri di essere inviato tramite oleodotto presso le raffinerie di taranto, o magari dal concorso di cause (il povero lago, per continuare con l’immagine non sarebbe mai stato colpito dalla pistola se la fionda colpendolo ripetutamente non lo avesse indebolito ed esposto senza difese al colpo mortale dell’arma a sparo o viceversa, cambiando ovviamente l’ordine dei fattori logici)…

no, dalla riunione è emerso che ci si indirizza sulla fionda, ovvero sugli scarichi civili ed agrizootecnici, e si esclude il petrolio, perché nelle acque sono stati trovati fosforo ed azoto e non direttamente idrocarburi, e non sulla pistola, la cui azione pure occorre sia scissa (anche lei), nel momento dello sparo, in termini fisici tra l’ogiva, il proiettile e la sua forza cinetica, e la combustione delle polveri che danno origine allo sparo, ovvero agli scarti dello scoppio, ovvero al fumo che lo sparo produce e che certo innocuo vapor d’acqua non è affatto…

ciò  dire che se si volesse indagare meglio e fino in fondo, oltre a puntare il dito sugli inquinanti civili, che pur ci sono e quelle sostanze producono, occorrerebbe non cercare direttamente idrocarburi, ma sostanza che si connaturano come scarti di lavorazione del processo industriale che poco a monte dell’invaso si svolge, ossia il processo di desolforazione…

ed allora, premettendo che qualche elementare nozione di chimica è purtroppo necessaria alla comprensione, andiamo a capire come funziona questa benedetta desolforazione, che è l’attività principale del centro olii di viggiano e viene effettuata con il cosiddetto metodo claus, partendo però da un concetto base, ovvero che il petrolio appena estratto e prima di poter essere inviato al centro olii per la lavorazione, deve essere privato di acqua, sali e sabbia, presenti nella sospensione estratta, e stabilizzato, ovvero privato della frazione gassosa, lavori questi che si effettuano più volte a bocca di pozzo”, in una condizione dove non esiste alcun controllo pubblico (cosa questa che la regione farebbe bene a tenere a mente, come già tanti anni fa avvertivo da questo blog) e dove quindi nulla si sa sia dei solventi usati, sia quindi dei prodotti di scarto di questi, oltre allo stesso gas che non viene in alcun modo intrappolato e finisce dritto dritto nell’aria della val d’agri…

appena giunto al centro olii, il greggio, vista l’elevata viscosità del fluido estratto che non consente agli elementi sospesi di sedimentare, si procedere al dissalaggio (desalting), allo scopo di impedire che si abbiano corrosioni delle apparecchiature chimiche e si svolge preriscaldando il greggio a 150 gradi, addizionandolo di acqua demineralizzata ed additivi (la cui natura non è disponibile alla conoscenza di un profano) ed infine miscelato per l’invio al desalter (un grosso serbatoio) che, grazie a due piastre caricate elettricamente fino a 30.000 volt per fare da elettrodi, genera un campo elettrico che separa l’acqua dal greggio (le molecole di acqua sono polari, mentre quelle che formano il greggio (essenzialmente carbonio C ed idrogeno H) sono apolari, e successivamente le due componenti si separano per gravità, con l’acqua di lavaggio che, più pesante, viene allontanata, portando con sé le impurità saline ed acquose del greggio, oltre naturalmente a tutti gli additivi…

e sono anche queste, oltre a quelle re-iniettate a bocca di pozzo, le acque che vengono poi re-iniettate a costa molina, proprio sopra il pertusillo e dal quale con ottima probabilità poi percolano nell’invaso, esattamente da alcune anse vicine la masseria crisci come il sottoscritto informò alcuni “professori” senza memoria, acque anche oggetto del contestato reato con cui eni è accusata, nel processo in corso, ovvero aver mutato i codici CER del rifiuto)…

prima domanda, ma se i solventi usati per il lavaggio contengono fosforo (e ad occhio e croce dovrebbero contenerlo, ma non tocca a me dirlo) e questi, insieme alle acque vengono re-iniettati nei pozzi, percolando poi nel pertusillo per fisica elementare dell’acqua che tende a fluire verso il basso (ricordo che la diga fa da tappo ad ogni flusso d’acqua superficiale e di falda dell’alta val dagri), nell’invaso certo non ci finiranno fresche e dolci acque, ma una serie di contaminanti tra i quali potrebbero esserci composti a base fosforica che è solo difficilmente che vengono usati per usi agricoli in valle, vista la composizione limo-argillosa che semmai consiglierebbe l’uso di nitrati?

e non voglio neppure accennare ai fanghi di perforazione che, ricordo, servono per 1) lubrificare e raffreddare la trivella 2) convogliare in superficie i detriti 3) esercitare contropressioni sulle pareti nude del pozzo per evitare fuoriuscite di fluidi, rotture ed eruzioni del pozzo 4) sostenere le pareti del foro grazie alla pressione idrostatica, e che sono a) a base acquosa e di argille speciali (bentonite,un minerale argilloso composto per lo più da un fillosilicato di alluminio e magnesio, più calcio o sodio), b) a base acquosa e polimeri speciali (con tanto di segreto industriale sulla composizione), c) ad emulsione di acqua ed olii minerali, tutte sostanze facilmente “bevute” dal sottosuolo appena incontrano una falda acquifera che poi, prima o poi, le porterà verso il pertusillo, nell’aggravante dell’uso aggiunto di barite (solfato di bario) o ematite (ossido del ferro), quando occorre aumentare la densità dei fanghi stessi…

e veniamo allora alla idro-desolforazione, ossia all’eliminazione tramite diversi processi di quei composti a base di zolfo dal greggio estratto (ed il petrolio ed il gas della val d’agri ne hanno un contenuto fino al 5% del volume), processi il cui prodotto di scarto principale è l’acido solfidrico (meglio nota come anidride solforosa), H2S, un gas altamente tossico che tutti abbiamo imparato a conoscere con il suo inconfondibile odore di uova marce (odore che è percepito solo a piccole concentrazioni, mentre quando questa aumenta, divenendo pericolosa ed a volte mortale, non viene più percepita dal senso dell’olfatto, tanto che in presenza dell’odore, occorre allarmarsi quando questo cessa di colpo in continuità dell’emissione)…

il processo chimico con i quale il greggio o il gas o la loro miscela viene privato dello zolfo è detto idro-desolforazione poiché avviene in presenza di idrogeno che idrogena i legami tra carbonio C e zolfo S, spezzandoli e favorendo il successivo legame tra lo stesso zolfo e l’idrogeno nell’acido solfidrico, H2S, con l’uso di catalizzatori al cobalto, Co, e nichel, Ni, e solo successivamente l’H2S viene inviata al processore claus, dove viene in parte convertita in zolfo elementare e per la restante parte diventa cosiddetto tail gas, ovvero gas di coda (quello che vedete alimentare le torce che campeggiano sul centro olii e che così spesso “fiammeggiano”…

occorre dire che nel caso del gas naturalmente presente non solo nella sua forma conosciuta, ma anche associato al greggio stesso e non del tutto separabile, per la desolforazione e la cattura di H2S si usano come solventi delle soluzioni acquose di etiloammine, ovvero miscele di acetaldeide (nome IUPAC: etanale; nota anche come aldeide acetica), CH3CHO, liquido incolore, volatile ed infiammabile, classificato tossico e cancerogeno, ed ammoniaca, NH3, un composto dell’azoto, N, (che qui ritorna interessante a ricordarci la sua presenza nelle acque del pertusillo), sostanza questa che si presenta come un gas incolore, tossico, dall’odore caratteristico molto pungente, molto solubile in acqua, a cui conferisce netta basicità

seconda domanda, ma la possibilità che qualche “interruzione nella catena del trattamento dell’ammoniaca” ne favorisca una sua dispersione ambientale che, vista la estrema solubilità, non potrebbe portare altrove che nel pertusillo, è stata considerata, visto che 80.000 barili/giorno rappresentano la più importante fonte di azoto immissibile nel lago, certo in concorso con l’agri-zootecnia e il cattivo uso della depurazione, ma in quantità nettamente superiore visto che 80.000 barili rappresentano 12 milioni e settecentomila litri di greggio e che anche in una percentuale minima di una parte per centomila “sfuggita” dall’impianto, l’ammoniaca potrebbe rappresentare una immissione di circa 120 litri giornalieri di liquido puro a base di azoto per 365 giorni all’anno dal 1998?…

due semplici domande che potrebbero aprire un’altra prospettiva, in concausa, sull’eutrofizzazione del lago ed alla quale potremmo aggiungerne un’altra domanda, la terza, ovvero, ma lo zolfo prodotto (lo zolfo elementare è lo stato finale del processo di recupero dello zolfo presente nel greggio e se in passato, lo zolfo elementare recuperato possedeva un notevole valore commerciale ed era venduto sul mercato, oggi a causa del continuo aumento della quantità di zolfo recuperato dall’industria di estrazione degli idrocarburi, l’offerta ha superato di molto la domanda e i prezzi sono crollati a livelli tali da rendere troppo costoso il trasporto di questo prodotto) che fine fa, considerando che ogni giorno se ne dovrebbe recuperare una quantità di qualche decina di tonnellate e che nel progetto del centro olii non esiste una struttura di stoccaggio dello stesso e che se il processo Claus è all’origine dell’85% dello zolfo prodotto nel mondo con un recupero medio nei processi di desolforazione del 98%, (per la gran parte utilizzato per la fabbricazione di acido solforico ad uso industriale, H2SO4, mentre circa il 20% è impiegato a sua volta per produrre fertilizzanti), sarebbe utile per la regione basilicata anche conoscere quanta se ne produce, come viene conservata, chi sono gli acquirenti della sostanza, come viene trasportata ed in che forma?…

le cose sono troppo complesse per concludere con una frettolosa eutrofizzazione causata dalle attività umane, tutte le attività, allevamenti (tutti tracciati e dotati di idonei impianti di raccolta dei reflui animali a norma di legge), agricoltura (che in val d’agri non usa prodotti a base fosforica e sulla quale occorrerebbe porsi domande sulle strutture distributive che impongono prezzi sempre più bassi a cui gli agricoltori rispondono con la necessità di aumenti produttivi ad alta carica di inquinamento ambientale), scarichi fognari (e se i depuratori funzionano male o non funzionano affatto la regione pur dovrebbe saperlo e magari ammetterlo), tutte le attività di 20.000 abitanti, tranne una, la produzione e desolforazione di greggio che, per le dimensioni relative che ciò assume nella struttura produttiva e così immissiva dell’alta val d’agri, dovrebbero a rigor di logica portare qualsiasi abbiente neuronale ad identificare proprio lì la pistola fumante…

ma evidentemente o non abbiamo sufficienti abbienti o le ragioni sono altrove, ovvero nella necessità di non ostacolare il conducente per tutta una serie di motivi che ritengo persino superfluo elencare per l’ennesima volta, facendolo ormai dal 2006-2007 da questo blog e sulla stampa (a proposito mi sarei anche rotto di una certa censura che ormai mi appare evidente)…

ecco, in questa purtroppo lunga e certo noiosa disamina, ho voluto sollevare per chi di dovere, funzionari e politici, magistratura, media e cittadini una serie di domande che spero possano stimolare a tenere gli occhi aperti e la mente sveglia, nella certezza ormai assoluta che di arpab, regione, presidente e consiglieri regionali, certa stampa, eni&co., ministeri e compagnia di giro, ormai in questa terra non si fidi più alcuno…

occorre cambiare registro  questi neppure se ne accorgono!!!

miko somma

Pubblicato in Blog

alla ricerca della fionda che uccide il pertusillo…

il laconico commento della regione alla inusuale colorazione marrone delle acque del pertusillo è stato: Nel corso dell’incontro è emerso che dalle ultime analisi effettuate dall’Arpab non è stata riscontrata presenza di idrocarburi, ma soltanto di alghe. Resta da chiarire la vicenda di uno sversamento di greggio da un serbatoio: la Regione sta  predisponendo una diffida all’Eni….un po’ poco, verrebbe da commentare a nostra volta…

si, davvero poco per una vicenda che non lascia dormire tranquilli nonostante le rassicurazioni “tutt’appostiste” dell’agenzia per la protezione dell’ambiente e per un ente regione a cui evidentemente le cose non sono ancora chiare, e non certo quelle del problema petrolio (ben conosciute anche al presidente che è bravo a far finta di nulla, rivoltando la povera frittata e presentandola sempre come una succulenta torta – stile renziano?), quanto del clima di rabbia che si sta creando in una regione che a costoro non crede più..

perché se da quando racconta la regione, ovvero che nelle acque della diga del pertusillo, secondo le ultime analisi effettuate, non è stata riscontrata la presenza di idrocarburi, nonostante un episodio di sversamento di greggio da una cisterna avvenuto nei giorni scorsi (per il quale l’asi, il consorzio industriale, aveva invitato eni a intervenire prima ancora di avvertire la regione stessa) e che proprio per questo gli uffici regionali, su richiesta del presidente, stanno preparando una diffida nei confronti della compagnia, tutto dovrebbe essere a posto, ovvero tutt’apposto, rimane il problema del perché di quella colorazione e della strana concomitanza del suo apparire con lo sversamento riscontrato anche sotto la falda dell’impianto del centro olii…

la regione e arpab, lungi dall’aver dato delucidazioni esaurienti sulle due vicende che anche ad un ingenuo paiono se non legate, almeno  connesse – anzi tirando fuori la storiella del distacco dal fondo dell’invaso delle alghe a causa del freddo intenso del periodo, freddo che però è di circa un mese precedente l’apparizione delle alghe e che sott’acqua non è certo potuto penetrare con intensità tale da compromettere quei tessuti algali, nell’evidenza che il lago se ghiaccia, ghiaccia in superficie e non in profondità (nei mari vicini l’antartide, seguendo questo ragionamento che presenta lati di assurdo, tutto dovrebbe essere un unico blocco di ghiaccio ed impedire qualsiasi forma di vita, cosa che non è così), però avvieranno (quando?) con il coordinamento e la supervisione dell’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ispra), un piano straordinario di controllo dell’invaso, ovvero saranno poste in essere attività, fra cui il campionamento della qualità dell’acqua ed il riconoscimento della specie delle alghe (quindi come si fa a dire, non conoscendo la specie, quale sia l’effetto del presunto freddo sul ciclo vitale delle piante?), ma anche l’anticipazione dei tempi per le analisi sulla potabilizzazione (ma non dovevano essere già attive da decenni?), così come per il censimento di tutti gli scarichi, a partire da quelli delle aziende agricole (cosa che dai tempi delle morie di pesci si doveva fare, dimenticando però costoro che i principali accusati di eventuali inquinamenti sono i depuratori che non funzionano, funzionano male o semplicemente non possono intercettare tutto ciò che dovrebbe essere intercettato in altro modo, ovvero le “deiezioni nascoste” di quella zona industriale posta proprio sopra il lago e di cui il centro olii è il principale fornitore…

già, la situazione è che la regione basilicata chiede all’ispra “di avviare comunque uno studio sul funzionamento dell’impianto petrolifero del cova”, così come chiede lumi “sulla situazione dei pozzi dismessi presenti nel territorio, per capire, con chiarezza scientifica se esista realmente un collegamento tra l’attività complessiva e la presenza di materiali inquinanti o delle macchie di colore scuro che stanno creando allarme tra la popolazione”….e verrebbe da dire, ma ancora siamo a questo punto di dabbenaggine o di finta stupidità del non voler ammettere che è del tutto ovvio che il petrolio e le sue attività di estrazione e trattamento inquinino, quando in ogni parte del mondo lo fanno in modo del tutto “pacifico” alla scienza ed alla politica?

ma si sa che l’assassino (figurato, non vorrei qualcuno si offendesse) torna sempre sul luogo del delitto o dell’ultima stupidaggine a cui si è affezionati e così si parla ancora dell’’ipotesi – avvalorata dalle “analisi già effettuate” negli anni dall’arpab (quando e con quali parametri?) – che la presenza di sostanze come azoto o fosforo (da dimostrarsi ancora a quanto pare) sia determinata da fattori legati all’attività antropica dell’agricoltura (che semmai, visti la natura dei terreni dell’alta val d’agri immetterebbe più nitriti che altro), della zootecnia (gli scarichi per legge sono tutti sotto a tenuta stagna in pozze di accumulo), della depurazione (e questa proprio è una bella contraddizione, visto quanto detto sopra), e non quindi e ad attività estrattive (che però se non fanno uso in sede di estrazione di quelle sostanza, in sede di desolforizzazione le producono eccome – e guarda caso, il centro olii proprio questo fa, sottrae lo zolfo al greggio)…

gli stessi tecnici arpab, spiegano che “il fenomeno si è verificato in altre situazioni già nel 2010: in quel caso, dopo le analisi, non erano state riscontrate evidenze di contaminazione di tipo chimico correlabili ad attività industriali, ma era stato registrato, invece, uno sviluppo abnorme di materiale algale, determinato da fattori legati all’attività antropica, ma anche al repentino cambio di temperature e quindi alle condizioni climatiche, certo fattori esistenti questi con il piccolo particolare che nel 2010 era stato il caldo, adesso sarebbe il freddo a far proliferare e distaccare le alghe…vi pare normale anche solo tentare un ragionamento simile?…

certo io non sono un chimico o un biologo e le mie parole sono frutto di logica e deduzione, ma qualcuno di voi è in grado di spiegare come in presenza di un produttore chiaro di fosforo (il centro olii), dove se perde un serbatoio di greggio, è possibile, anche in linea di principio, che possa perdere pure  qualche serbatoio o conduttura di zolfo proveniente dalla lavorazione, si escluda sempre dalle indagini la pistola fumante, ovvero chi lo zolfo lo produce in gran quantità e magari se lo perde per strada, per andare alla ricerca della fionda?

qualcuno crede ancora all’arpab o a pittella?…perché, giunti  a questo punto, il punto (cacofonizziamo, dai, che altri non si vergognano neppure di spacciare stupidaggini) non è se sono alghe o idrocarburi…il punto è che la gente non crede più a costoro!!!

miko somma

 

Pubblicato in Blog

i soldi non comprano la storia o la dignità…

(ANSA) – ROMA, 15 FEB – Una sfilata di moda sull’Acropoli di Atene? Gucci avrebbe voluto farla, disposta in cambio a sborsare 2 milioni di euro nell’arco di cinque anni, finanziando così lavori di restauro o altri progetti del genere stabiliti dalle autorità greche. Ma la Grecia, il paese salvato dal default e strozzato dai debiti con la Ue, ha detto di ‘no’ a Gucci: in maniera netta e senza appello, schiena dritta e senza compromessi. “Il carattere culturale unico dei monumenti dell’Acropoli è incompatibile con questo genere di eventi”, si è pronunciato ufficialmente il Consiglio centrale archeologico greco (Kas), che supervisiona tutti i siti antichi della Grecia, come riferisce online il quotidiano Ekathimerini. Gucci dopo queste prese di posizione ufficiali, non replica sul tema della sfilata tra le colonne dell’Acropoli, ma precisa e spiega ”di aver avuto un incontro con le autorità elleniche per esplorare la possibilità di un progetto di collaborazione culturale a lungo termine”

———————————————-

plaudo a questa saggia decisione!!!

ben vengano gli atti di mecenatismo che però, in quanto tali, non possono implicare altro tornaconto che non sia il prestigio derivante dalla donazione di denaro od opere per la salvaguardia del patrimonio archeologico-artistico, ma in questo caso si trattava di un mero “affitto” da parte di una maison di un luogo simbolo della cultura occidentale, il partenone, per realizzare un evento commerciale, quale appunto una sfilata è…

ed il messaggio che arriva forte e chiaro dal paese greco è che la dignità di un popolo e di una cultura, pur se pieni di debiti, non può mai essere in vendita…bravi!!! 

Pubblicato in Blog

comunità lucana ci sarà…

L'immagine può contenere: 5 persone
 
 Piazza Otello Boccherini, 25, Roma
 
sabato11/02  ore 14:00 – 21:00
 
  •  
     
     
La battaglia per la difesa della Costituzione ha messo in moto energie insospettabili: un bisogno di riappropriarsi dei momenti di partecipazione che le forme tradizionali della politica non riescono più a intercettare e rappresentare.
 
Tante persone, da sole o attraverso associazioni e comitati territoriali, hanno espresso la volontà di difendere le radici della nostra democrazia, e ora vogliono proseguire il cammino, per dare alla nostra Carta Costituzionale la piena attuazione, nei principi di equità e solidarietà che ne sono fondamento.
 
Quasi un anno fa, il 6 marzo 2016, un gruppo di persone con storie e appartenenze diverse si è incontrato al Centro Aurora, dove ci vedremo insieme ancora il prossimo 11 febbraio, con tutti coloro che vorranno condividere questo momento, per iniziare a ragionare sugli strumenti e i percorsi necessari a dare a questa esigenza di partecipazione una voce e una casa comune.
 
Tante altre realtà associative e di territorio hanno seguito percorsi analoghi, ed è arrivato il momento di cominciare ad immaginare insieme un percorso condiviso, che metta a fattor comune le esperienze, le competenze, i sogni, le esigenze, le radici e ci proietti verso una dimensione collettiva, dove tutti sono rispettati e partecipi con gli stessi diritti, dove le differenze siano elementi di ricchezza e non di contrasto.
 
Non abbiamo bisogno di leader o di soluzioni preconfezionate: è davvero arrivato il momento di disegnare un progetto federativo, di inclusione e valorizzazione di tutti, basato su principi di solidarietà e di giustizia sociale lontani dalle tragiche logiche del neoliberismo, che affonda le sue radici nei territori e abbraccia con lo sguardo il mondo. E, come cantava Pierangelo Bertoli “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.
 
Iniziamo a camminare insieme. Costruiamo il luogo dove tutti ci potremo sentire a casa. Facciamo della Costituzione la pietra angolare di questa casa. E riappropriamoci della speranza.
Pubblicato in Blog

curiosity…

ansa scienza – Dopo cinque anni di marcia su Marte il rover Curiosity ha appena raggiunto la sua meta e si prepara all’esperimento cruciale in cerca di tracce di vita, ma la delusione è in agguato perché da due mesi il suo trapano fa i capricci e non funziona regolarmente. ”Il trapano risponde a intermittenza, non è completamente morto ma c’è apprensione”, ha detto Ashwin Vasavada, del Jet Propulsion Laboratory della Nasa. Come riporta Science, i problemi vanno avanti dagli inizi di dicembre 2016. Da allora c’è qualcosa che fa da freno (forse piccoli frammenti di roccia) e blocca il meccanismo per estendere la punta del trapano.

 

Alle pendici del monte Sharp
Gli ingeneri sono al lavoro per capire il problema e cercare di risolverlo. Tuttavia eiste una soluzione di riserca: si potrebbe utilizzare il braccio robotico di Curiositi equipaggiato con una sorta di ‘cucchiaio’ in grado i scavare nel suolo più morbido o semplicemente raccogliere grani di sabbia da analizzare. La ecisione dovrà essere presa in tempi brevi percgè Cusiosity è arrivato alle pendici del monte Sharp, che con i suoi 5.000 metri di altezza domiba il cratere Gale, dove Curiosity era atterrato nell’agosto 2012.  I depositi di ferro e argilla di cui è ricca questa zona sono i luoghi ideali dove sparare le ‘cartucce’ migliori di Curiosity per la ricerca della vita. Nascoste nella pancia del rover, nello strumento Sam (Sample Analysis at Mars), ci sono infatti 9 provette piene di solventi, che servono ad analizzare i campioni di suolo marziano:un esperimento cruciale per cercare le tracce di vita passata o presente.

Il luogo ideale per cercare tracce di vita
In passato, Sam aveva già fiutato molecole organiche e aveva trovato acidi grassi degradati che in teoria potrebbero essere la traccia di antiche pareti di cellule, ma potrebbero anche derivare dalla contaminazione degli strumenti a Terra, oppure dall’antica attività vulcanica di Marte, o ancora dai meteoriti.
Adesso i ricercatori vogliono sciogliere i dubbi e il luogo migliore per cercare molecole organiche è stato raggiunto. Se ci sono firme della vita su Marte, ”sono li”’, ha detto convinto Paul Mahaffy, del Goddard Space Flight Center della Nasa. E un modo per ottenere informazioni più definitive, ha concluso, è usare quelle provette

Pubblicato in Blog

idee per un paese diverso…pompei una risorsa dal passato da far vivere nel futuro

Pompei una risorsa dal passato da far vivere nel futuro

Pompei ed i suoi scavi archeologici sono uno dei più noti siti archeologici del mondo. Ovviamente ciascuno di noi sa di cosa parliamo, ma due notizie rapide su Pompei, cominciando con il dire che il comune ha oltre 25.000 abitanti e per ciò che riguarda il sito archeologico, ovvero la città romana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.c., questo fu riportato alla luce a partire dalla fine del ‘700, restituendoci non solo la città con i suoi edifici, ma anche pitture, mosaici, suppellettili e molti calchi in gesso degli abitanti sepolti dalle ceneri, che hanno permesso di ricostruire lo stile di vita dell’epoca.

I primi scavi nell’area pompeiana datano già 1748, su iniziativa del re Carlo III di Borbone, dopo gli importanti ritrovamenti di Ercolano: in realtà i primi sondaggi andavano in cerca dell’antica Stabiae, ma dopo il ritrovamento monete ed oggetti d’epoca romana e di parti di costruzioni, il tutto fu ricoperto ed i sondaggi ripresero nel 1754, portando solo nel 1763, e grazie alla scoperta di un’epigrafe che si intuì che si trattasse della antica città di Pompei.

Ma fu per impulso di Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, e per l’opera dell’ingegnere Francesco La Vega che parte della città (la zona dei teatri, il tempio di Iside, il Foro Triangolare, diverse case e necropoli) fu definitivamente riportata alla luce, per poi essere ampliata la zona di scavo durante il successivo dominio francese, con l’individuazione della cinta muraria e di altre zone che presto, grazie alle molte fecero crescere l’interesse in tutta Europa, diventando gli scavi tappa obbligata del Grand Tour, ovvero del “turismo” colto dell’epoca.

Dopo periodi di abbandono, fu solo in seguito all’unità d’Italia e sotto la guida di Giuseppe Fiorelli, che vi fu una ripresa scientifica delle indagini, con la prima divisione della città in regiones ed insulae, secondo la topografia romana, e con l’introduzione della la tecnica dei calchi, arrivando in seguito alla prima mappa dell’intera area pompeiana.

Durante il XX secolo, furono completati gli scavi della zona di Porta Ercolano, della zona meridionale e della Villa dei Misteri, cominciando le prospezioni lungo Via dell’Abbondanza. Possiamo quindi affermare che la quasi interezza del sito è stata portata alla luce tra la fine del 700 e la prima metà del 900, “limitandosi” o quasi le attività seguenti ai lavori di restauro, rallentandosi di molto le nuove indagini, sia per problemi di finanziamenti, sia per i danni causati dal terremoto del 1980.

Dopo gli anni novanta, con la dichiarazione UNESCO del sito archeologico di Pompei, con Ercolano ed Oplonti, patrimonio dell’umanità, i nuovi scavi si concentrarono nella zona della IX regio, pur se la maggioranza dei fondi a disposizione continuarono e continuano tuttora ad essere assorbiti dalla conservazione e dal restauro dei ritrovamenti attuali, che però rimangono ancora senza un preciso ed organico piano di restauro dell’intero sito, nonostante il cospicuo finanziamento dell’Unione europea del 2010 per la salvaguardia degli scavi (nel paradosso che durante lo svolgimento stesso dei lavori del “Grande Progetto Pompei” ci sono stati altri crolli, parti di muratura, travature dei tetti e porzioni di intonaci.

Inutile quindi negarsi che il problema di un’organica opera di conservazione e restauro necessita di qualcosa in più del pure ottimo sovrintendente Osanna, venosino, proveniente dalla sovrintendenza lucana. A Pompei serve un piano di ampio respiro che se ne prenda definitivamente cura e ricollochi nell’immaginario collettivo un sito archeologico unico e straordinario che oggi ha necessità di salvarsi dal degrado con una operazione di primaria importanza per il paese, per la sua cultura e per la sua economia (ricordo che il sito di Pompei nel 2016 ha superato i tre milioni di visitatori, risultando terzo sito museale statale più visitato in Italia dopo Pantheon e circuito archeologico del Colosseo- Foro Romano-Palatino, e con prospettive di crescita potenzialmente ancora da esplorare).

Ma Pompei ed i suoi scavi hanno una carenza strutturale, essere cioè un sito archeologico fragile e che, esposto alle intemperie, tende naturalmente a sbriciolarsi per l’effetto combinato di più fattori climatici ed antropici che insistono sul sito, avendo sempre così bisogno di quelle continue opere di consolidamento che costituiscono parte cospicua delle risorse in uscita della sovrintendenza.

Ed il paradosso è che apparentemente sembra non potersi fare nulla per arrestare un degrado che è solo grazie a continue opere di manutenzione, ripristino e riparazione che rimane in piedi.

Inutile sottolineare che quanto rimasto sotto uno strato di metri di ceneri sedimentate e perfettamente conservato per quasi due millenni, rischia oggi di sparire o di essere sminuito nel valore conservativo con un danno enorme sia per il patrimonio culturale italiano e mondiale, che per tutte le rilevanze in termini economici che derivano da quell’ingente flusso di turisti che ne affollano le vie, principalmente durante il periodo primaverile-estivo, come intuibile per via di migliori condizioni meteoclimatiche.

Chiaramente le problematiche conservative debbono tener di conto non solo di complesse tematiche deontologiche (esistono scuole di pensiero diverse che, sul tema della conservazione del patrimonio archeologico suggeriscono soluzioni spesso molto diverse tra loro),  ma anche della vastità dell’area che si estende per 66 ettari, ovvero 660.000 metri quadrati, una superficie che impone gravosi termini di gestione quotidiana di pulizia, di sorveglianza, di attività di guida agli scavi, di monitoraggio continuo, di conservazione e restauro, condizioni queste che devono anche tenere conto di difficoltà metereologiche che se da un lato limitano gli afflussi di visitatori, con un nocumento di incassi che si riverbera sulle stesse attività in termini di gestione di cassa, dall’altro però pongono più profonde problematiche di gestione (degrado progressivo) che implicano sempre maggiori oneri anche nella semplice attività di preservare il sito.

Gli ingenti trasferimenti in denaro ultimamente giunti al sito non sono sembrati in grado di fermare il degrado dello stesso poiché l’aspetto gestionale, pur molto migliorato e migliorabile, non sembra in grado di fermare proprio il progressivo degrado delle strutture, che non solo debbono tener conto del trascorrere del tempo nei suoi naturali processi ossidativi e di invecchiamento statico delle strutture (piogge che sempre più spesso assumono carattere di intensi rovesci alluvionali, dilavando le malte ed erodendo i materiali, azione di vento e freddo che, in condizioni estreme, ma pur sempre possibili per la zona, scende anche sotto lo zero termico e dispone le strutture all’effetto dell’acqua-vento, ovvero il ristagno meccanico dell’acqua trattenuta dal vento che tende a rompere le strutture coesive, ed al suo congelarsi che, nella meccanica dell’espandimento dell’acqua allo stato solido, sollecita la rottura delle stesse malte, compromettendo, nell’azione combinata di più fattori climatici, la tenuta dei mattoni in interi tratti murari, intenso soleggiamento che conduce all’ossidazione dei materiali più fragili e più esposti), ma anche di molti processi antropici che insistono su una zona molto densamente abitata (inquinamento solfo-carbonico con processi di calcificazione ed erosione di marmi ed intonaci, vibrazioni indotte del terreno, gradiente di inquinamento acustico, effetti ai quali aggiungerei anche la particolare forma di inquinamento costituita dalla camorra e suoi addentellati).

L’unica soluzione per impedire strutturalmente il logorio naturale e quello indotto parrebbe allora una copertura dell’intero plesso con materiali protettivi idonei sia ad essere attraversati dalla luce che a limitarne il gradiente termico durante l’estate od aumentarlo durante l’inverno, operazione questa che se pone problemi tecnici risolvibili in progettazione e problemi deontologici da affrontare nelle sedi opportune di dibattito, prospetta una grande operazione di carattere culturale e strategico, la cui importanza ed i cui risultati vanno affrontati, una volta risolte le questioni tecniche, procedurali e culturali, secondo questi concetti:

1.    Maggiore conservazione statica del sito che trarrebbe così beneficio dalla sottrazione agli elementi climatici più estremi e compromettenti (ricordo che è pratica molto comune in tema di conservazione proteggere i siti archeologici dalle intemperie)

2.    Allungamento del periodo di visita sia all’effettività dell’intera stagione invernale che alle giornate più inclementi climaticamente, nonché alle ore notturne, ore queste che, mediante opportuni accorgimenti illuminotecnici, acustici e video potrebbero aprire fasi di percezione del tutto inedita finora per i turisti, segnalando il passaggio del sito dalla mera conservazione museale alla sua conservazione dinamica (ricordo che gli orari di apertura attuali sono 1 novembre/31 marzo 09.00 – 17.00, 1 aprile/31 ottobre 09.00 – 19.30)

3.    Segnale di un rinnovato e forte interesse dello stato e delle amministrazioni locali verso la conservazione dinamica dei siti e verso la vocazione del paese a far divenire l’unicum storico, culturale, archeologico, artistico, il volano di un nuovo sviluppo

4.    Un coinvolgimento internazionale nella progettazione, vista l’enorme rilevanza del sito

5.    Miglioramento della qualità dell’offerta turistica in grado di attirare più visitatori 

Insomma le enormi ricadute culturali (il paese investe finalmente in maniera decisa ed innovativa sul proprio patrimonio storico), di programmazione (investimento diretto sul territorio e non più sulle reti) ed economiche (aumento del numero di visitatori con impatto locale e nazionale), dovrebbero essere chiare, ma rimane un punto, ovvero “quanto costerebbe una simile operazione che a prima occhiata appare quasi faraonica?”.

Bene, andiamo allora prima al punto pratico con una serie di spiegazioni ed alcune immagini tratte da un interessante progetto spagnolo, la copertura del parco archeologico del Molinete a Cartagena, regione della Mursia, un progetto  firma di Atxu Amann Alcocer, Andrés Cánovas Alcaraz e Nicolás Maruri González de Mendoza, e  che, ovviamente, non prendiamo a modello di riferimento, essendo molto differente per dimensioni del sito (1847 mq), per allocazione urbanistica (contesto urbano), per importanza del sito (un piccolo insediamento romano con terme, palestra e domus) e condizioni di contesto più generali, ovviamente non volendo suggerire progetti o progettisti specifici, ma come paradigma progettuale.

Recita il bel sito internet con cui si mostra il progetto che “La copertura costituisce, senza alcun dubbio, un nuovo tassello urbano in una Cartagena la cui sfida architettonica più grande è il dover far convivere architetture appartenenti a epoche e stili molto distanti tra loro, facendole vibrare e migliorare in virtù della loro prossimità…

L’intervento riunisce il complesso dei resti in un unico spazio che permette una percezione ininterrotta dell’insieme, e che verso l’esterno si frammenta per adeguarsi alla scala percettiva del contesto urbano formato dalla città e dal parco del Molinete…L’obiettivo principale del progetto è il rispetto dei resti esistenti, ottenuto attraverso l’utilizzo di una struttura a grandi luci che richiede il minor numero possibile di appoggi per sostenere la copertura. Data l’impossibilità di realizzare appoggi verticali nell’estremo nord del sito (limitrofo alla strada romana), la maggioranza di essi è distribuita lungo il restante perimetro del lotto, mentre solo tre (integrati con le mura romane) sono realizzati al suo interno.”

 

Ed ancora “…La frammentazione dei pilastri in gruppi di sostegni di minor diametro permette di alleggerire la loro percezione…La copertura, anch’essa indirizzata a trasmettere questa sensazione di leggerezza, è stata concepita come un elemento che lasciasse passare la luce, ed è costituita da due elementi: uno adibito a risolvere il problema della chiusura (policarbonato), e uno adibito a sfumare l’incidenza della luce e a conferire un aspetto esteriore unitario al progetto (lamiera perforata)…

 

L’illuminazione notturna collabora nel rinforzare l’aspetto di leggerezza del volume.” (foto e testi tratti da http://www.zeroundicipiu.it/2012/05/29/copertura-del-parco-archeologico-del-molinete/ )

Chiaro che simili progetti (ve ne sono molti altri in giro per il mondo, ma per esigenza di brevità della nostra esposizione rimaniamo concentrati su questo) potrebbero riguardare Pompei solo per singoli lotti od insulae, mentre un progetto di copertura totale o parzialmente totale richiederebbe altre strutture che dovrebbero tener di conto di molte variabili (coprire l’area interamente o lasciare che sia un insieme di lotti coperti con ampie zone scoperte in prossimità delle zone aperte, come il foro) ed in rapporto alla scelta prevedere anche altre ipotesi di materiali (una piccola struttura necessita di pilastri ed ancoraggi meno pesanti, esistono poi una serie molta ampia di materiali che possono per esempio prevedere la contemporaneità della produzione di energia elettrica attraverso strutture produttive integrate fotovoltaiche e micro-eoliche per l’auto-sostentamento del sito stesso)…

Insomma a me non sta suggerire soluzioni tecnico-architettoniche che prevedibilmente una grande gara internazionale, quale quella che sarebbe necessaria per una simile opera, coinvolgendo il meglio dell’architettura mondiale (sperabilmente non solo le cosiddette archi-star), fornirebbe, a me sta solo il “mettere la pulce all’orecchio” su un progetto, come gli altri che seguiranno a questo, in una serie di articoli che dedicherò a progetti innovativi che in premessa ho definito come “grandi opere”, che in realtà tali poi non sono, che potrebbero qualificare un futuro diverso e più aderente alle vocazioni del nostro paese, appunto al titolo di “idee per un paese diverso”…

Ed allora adesso posso rispondere alla domanda “quanto costerebbe”…gli architetti del progetto in esame hanno definito in meno di 977.000 euro il costo dell’intervento che, ricordo, riguarda una superficie di 1847 m.q, quindi circa 528 euro per metro quadro, non poco dunque, ma neppure tanto…

Così volendo ingenuamente (ma non troppo) prendere questa misura ad unità di base per un calcolo stimabile da applicarsi al nostro progetto che riguarda una superficie di 660.000 mq, di cui diciamo circa 500.000 da ricoprire, il costo sarebbe valutabile in una cifra di 264 milioni di euro, cifra che per esigenze di arrotondamento, maggiori costi locali, progettazioni e via discorrendo, il nostro paese potrebbe indicare in un’asta internazionale a base di 300 milioni di euro per l’interezza del progetto

Non una piccola cifra, certo, ma parliamo di meno dello 0, 02% del PIL nazionale, una cifra che sembra enorme, ma che va confrontata con il costo dell’aereo presidenziale acquistato di recente dal primo ministro di rignano fiorentino, circa 170 milioni di euro, o di un solo F135 di quelli che dovremmo ingurgitare per un sistema di difesa orientato alla difesa che neppure prevedrebbe simili macchine, circa 100 milioni di euro ciascuno

Ed è da tenere in conto che se da tale progetto originasse un prudenziale maggiore afflusso del 30% di visitatori, quindi un milione in più rispetto agli attuali, ciò corrisponderebbe ad un maggiore incasso per gli scavi valutabile in circa 16 milioni annui, con un indice di remunerazione annua dell’investimento maggiore del 5% annuo, e ritorni in termini occupazionali e reddituali per la disastrata economia locale ancor più grandi…mica male come investimento, no?

Vi sembra ancora troppo come costo per un progetto che, oltre il conto economico pure necessario, qualifica un paese migliore che comincia a praticare la sua fuoriuscita dal pantano e riprende il suo posto tra i grandi paesi del mondo, attingendo al suo passato per traguardare verso il suo futuro?

E qualcuno ha idea delle sinergie collaborative a livello internazionale che si potrebbero innescare? O dello stimolo culturale che ne potrebbe nascere e che al nostro paese potrebbe fare riferimento?

Le vere grandi opere non sono le “grandi opere all’italiana”, se nascono nell’intelletto, nel cuore e nella capacità di guardare lontano.

Con affetto ai lettori

Miko Somma

Pubblicato in Blog

idee per un paese diverso…

Non prendetelo per un delirio di onnipotenza, nè per velleità candidatorie alla presidenza del consiglio ( :-D ), ma nell’ottica del fare bene ciò che serve davvero al paese (per la regione c’è il programna che trovate sul blog) inizio da oggi una serie di post che chiamerò “idee per un paese diverso”, ovvero quelle “grandi opere” (che poi sono piccole opere, ma grandi progettualità) che ne potrebbero qualificare un futuro diverso e più aderente alle sue vocazioni..si comincia da pompei e dal suo immane patrimonio archeologico…a più tardi

Pubblicato in Blog

i lupi non si toccano, galletti!!!!…

ansa – ROMA – Le Regioni cominciano a fare marcia indietro sulla riapertura della caccia al lupo, mentre le associazioni ambientaliste sono già sul piede di guerra sui social network.

Per giovedì 2 febbraio, quando la Conferenza Stato-Regioni dovrebbe dare il via libera finale al Piano Lupo (che prevede gli abbattimenti), sono in programma manifestazioni e perfino uno sciopero della fame. Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, continua però a difendere la possibilità di abbattimento controllato.

Risultato immagine per lupo

PIANO LUPO – Oggetto del contendere è il Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, preparato dal Ministero dell’Ambiente con il suo istituto di ricerca, l’Ispra, e la consulenza di una settantina di esperti. Il piano prevede 22 misure per affrontare i problemi di convivenza fra i lupi e gli allevatori, diventati scottanti negli ultimi anni a causa del proliferare di questi predatori. Sono previsti monitoraggio della popolazione, campagne di informazione sui sistemi di prevenzione naturali (cani pastori, rifugi, recinti elettrificati), gestione dei pascoli, lotta agli incroci con i cani, rimborsi più rapidi.

Risultato immagine per lupo

La 22/a misura (“Ordinanza ministeriale per la caccia in braccata”) prevede, qualora quelle precedenti non abbiano dato risultati, un abbattimento controllato fino al 5% della popolazione complessiva di lupi in Italia, previo un piano regionale approvato da Ispra e Ministero. Nel nostro paese ci sono fra i 100 e i 150 esemplari sulle Alpi e fra i 1.070 e i 2.472 in Appennino, il 18% dei lupi della Ue.

I POLITICI – Il 24 gennaio la Conferenza Stato-Regioni ha dato il primo ok al Piano in sede tecnica. Ma Lazio e Puglia si sono subito dissociate sulla riapertura della caccia ai lupi.

Mentre montavano le proteste degli ambientalisti, gli amministratori locali hanno cominciato a fare marcia indietro.

Risultato immagine per lupo

La presidente del Friuli Debora Serracchiani e l’assessore veneto Giuseppe Pan hanno cominciato a esprimere dubbi e contrarietà. I Verdi della Campania annunciano oggi che la loro Regione voterà no. Il presidente dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso si dice “perplesso” sull’abbattimento, il suo collega piemontese Sergio Chiamparino chiede un approfondimento, come pure l’assessore ligure all’Agricoltura, Stefano Mai. Alla Camera, i Cinquestelle chiedono che il governo ritiri la “norma ammazza lupo”.

GLI AMBIENTALISTI – Per le ong ambientaliste la caccia al lupo non risolve i problemi e incentiva il bracconaggio. Tutte quante si appellano al governo perché tolga dal piano gli abbattimenti. Enpa ha raccolto 500.000 firme sulla sua pagina Facebook, 138 attivisti Ecoradicali annunciano uno sciopero della fame. Il 2 febbraio sono in programma manifestazioni davanti alla sede della Conferenza Stato-Regioni. Anche il disegnatore Silver ha diffuso una vignetta di Lupo Alberto contro la caccia.

GALLETTI – “La conservazione del lupo è un tema troppo serio perché possa essere piegato al clamore mediatico o al populismo di qualcuno – ha commentato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti -. Le Regioni mi dicano cosa intendano fare, ma non permetterò che su una materia delicata come la tutela del lupo, al posto della scienza detti l’agenda chi evidentemente o non ha letto il testo o è in malafede”.

————————————————————-

e le regioni, caro galletti, ministro dell’ambiente da sempre favorevole, come del resto il suo partito di residuati politici che purtroppo ancora “inquina” ogni logica di governo del paese, spero diranno NO a questo piano senza alcun senso perché…

1) il lupo, per quanto abbia superato la fase critica di pericolo di estinzione degli anni 70 (quando si ridusse a circa 300 esemplari totali nel pese), non può essere considerato fuori pericolo, vista l’esiguità del numero e visti tutti gli abbattimenti tramite esche avvelenate che ne falcidiano la specie e che potrebbero portare ad numeri che cambiano molto più velocemente dei censimenti, si da crearsi gravi problematiche riproduttive che potrebbero portare alla scomparsa di interi branchi (ricordo che per i lupi sono le sole femmine ed i soli maschi alfa, ovvero i capi-branchi a riprodursi, e l morte di uno di questi non comporta in automatico la sua sostituzione da parte di altri membri del branco e potrebbe portare a stagioni a-riproduttive che altererebbero sensibilmente la composizione anagrafica dei branchi)

2) le dinamiche di predazione dei lupi sono notorie e non necessitano di protezioni “particolari”, ovvero affidate ad abbattimenti controllati, degli animali da allevamento (il branco abbatte per indole solo i capi che riesce a mangiare subito, mentre i rari casi di uccisione multipla di animali da allevamento sono da attribuirsi a cani selvatici od inselvatichiti, il cui controllo attraverso sterilizzazione delle femmine non è stato mai neppure avviato), mentre è sempre più forte il sospetto di una filiera di interesse sui rimborsi dei capi predati (che spesso vengono certificati come abbattuti da lupi, mentre in realtà gli abbattimenti sono da attribuirsi a branchi di cani selvatici)

3) molti parchi nazionali ed aree protette hanno da tempo sperimentato il cosiddetto ”gregge del parco”, composto di animali di ottima qualità e selezionati per le specifiche condizioni locali, una pratica che andrebbe resa obbligatoria, perché consente agli allevatori di avere in cambio degli esemplari predati da lupi uguale numero di capi prelevati dal gregge, quindi non si comprende la logica di questi abbattimenti quando sarebbe più facile provvedere a migliore prevenzione degli armenti attraverso dissuasori elettronici e recinzioni mobili e nel caso di predazione alle compensazioni a valersi sui capi di proprietà dei parchi, aree protette e – perché no? – anche delle regioni, che dovrebbero naturalmente attrezzarsi in tal senso

4) il numero percentuale di lupi italiani rispetto alla media europea (il 18%) dovrebbe indurre a formule di magnificazione di questa situazione che presenta anche interessanti ritorni turistici e non solo ambientali (pensare a “santuari regionali del lupo” sulla scorta di quanto accade in mare con alcuni cetacei in alcune zone) per zone troppo spesso ignorate dai flussi turistici

e potrei continuare a lungo, caro galletti, perché la sua posizione è ideologica e rivela un cedimento imbarazzante per un ministro dell’ambiente (che quindi dovrebbe tutelare l’ambiente e non permettere che lo si “inquini” di considerazioni altre) a quella lobby pervicace ed antica di alcuni “cacciatori” (fortunatamente non tutti) e dell’industria delle armi da caccia che da tanto chiede si riapra la caccia a questi “trofei”, perché tali sarebbero

e nell’attesa di conoscere le posizioni di tutte le regioni mi chiedo “ma la regione basilicata, che ha forse il numero maggiore di lupi in italia, che dice?”…

caro Pittella, attendo tue risposte perché i tuoi silenzi si stanno facendo troppi e troppo lunghi

il lupo non si tocca!!!

 

  

Pubblicato in Blog