la follia tecno-feudale del liberismo…parte III…

ma cambi fissi, mobilità dei capitali e politiche economiche nazionali indipendenti costituiscono una triade incoerente perché sebbene ciascun elemento sia auspicabile, in pratica se non si vuole rinunciare allo strumento della politica monetaria, si deve necessariamente passare ad un sistema di cambi flessibili, ma se si vuole mantenere un sistema di cambi fissi e continuare a realizzare obiettivi keynesiani, bisogna introdurre un terzo strumento indipendente, ad esempio:

a) un sistema di crediti d’imposta legato alla realizzazione di programmi di investimento da parte delle imprese per aumentare il volume di investimenti spontaneo e stimolare la crescita;

b) una tassa sulla detenzione di attività finanziarie estere (tipo la tobin tax), che riduce la sostituibilità tra attività finanziarie interne ed estere, restituendo efficacia alla politica monetaria…

così verso la fine degli anni ’60 ai tradizionali obiettivi di stabilità keynesiani, se ne aggiunge un altro, mantenere sotto controllo il tasso di inflazione, ma perseguire questo obiettivo era molto complesso perché evidente la difficoltà di conciliare il raggiungimento contestuale degli altri obiettivi, in particolare proprio quello della piena occupazione che garantiva l’aumentare di quel rateo di appartenenza dei lavoratori alle classi medie che era sostanzialmente lo stimolo ai consumi che fino ad allora aveva consentito l’espansione economica…  

ed in una visione molto dominata dalla teoria, si poneva ora anzitutto un problema teorico, l’inflazione che comincia a mostrarsi in modi sempre più evidenti, e visto che l’analisi di keynes non conteneva una teoria specifica dell’inflazione, ma la considerava piuttosto un apparato analitico di determinazione del livello dei prezzi, in base al quale questi dipendevano dal livello dei salari monetari e dal valore della produzione di equilibrio, per qualche tempo le autorità di politica economica non sembrarono in grado di limitarne gli effetti…

ma sostanzialmente si cominciava a riconoscere che l’inflazione era o da domanda, causata da incrementi dell’offerta di moneta, della spesa pubblica, del consumo autonomo, degli investimenti, o delle esportazioni nette, e  generava un aumento del livello dei prezzi che si accompagna ad una variazione positiva del reddito, o da costi, ovvero ad aumenti dei prezzi delle materie prime importate ed in genere ciò legava la crescita dei prezzi ad una caduta del livello del reddito, condizione questa dell’inflazione da costi molto difficile a risolversi e che portò sin dalla seconda metà degli anni ’60 al fenomeno della “stagflazione” ovvero di una situazione in cui, a fronte di un tasso di inflazione che cresceva, il reddito risultava stagnante 

i neokeynesiani, di fronte al fenomeno dell’inflazione, adottarono un nuovo apparato di riferimento, non più statico, ma dinamico, grazie ad alban phillips, che in un articolo del 1958 su Economica, evidenziava in riferimento al regno unito nel periodo 1861 al 1957, l’esistenza di una relazione di lungo periodo tra il tasso di variazione dei salari monetari ed il tasso di disoccupazione, e ciò porto nel volgere di pochi anni alla ricerca di relazioni più accurate che svelassero il perché del fenomeno e fornissero nuovi strumenti analitici in grado di creare un menu di scelte per le autorità di politica economico che sostanzialmente si fondavano sulla differente sensibilità del benessere sociale, producendo diverse combinazioni di intervento, con autorità più avverse all’inflazione che avrebbero scelto una combinazione di equilibrio caratterizzata da minore inflazione e maggiore disoccupazione, e viceversa nel caso contrario

e tuttavia più che controllare l’inflazione, l’obiettivo più ambizioso delle autorità americane, e non solo, fu di puntare invece ad un tasso di disoccupazione minore di quello compatibile con l’inflazione nulla, pari al 5,5% (in particolare, si puntava al livello del 4%, nel programma iniziale della new economics), ma verso la fine degli anni ’60, le teorie neokeynesiana entrarono in crisi proprio per l’incapacità di spiegare il fenomeno della stagflazione che nel frattempo era assurta al ruolo di protagonista delle dinamica economica…

così, proprio mentre nixon si sbilanciava a dichiarare “siamo tutti keynesiani ora”, l’incapacità dei keynesiani di fornire una convincente spiegazione della stagflazione, e di fornire ricette di politica economica atte ad affrontarla, determinava la fine della supremazia intellettuale della new economics, collegata alla cosiddetta rivoluzione keynesiana, avviando una controreazione, di natura monetarista, legata al nome del leader di tale scuola di pensiero, milton friedman dell’università di chicago

premio nobel e fautore di importanti contributi alla teoria monetaria e alla teoria del consumo, friedman scaldò con le sue teorie tutti i fautori del libero mercato e fu l’eminenza grigia dietro al drammatico cambiamento nelle politiche economiche verificatosi a partire dal 1980 in concomitanza con l’arrivo alla casa bianca di ronald reagan e a downing street di margareth thatcher

friedman, in gioventù keynesiano (ma già negli anni sessanta milton friedman ed anna schwartz pubblicarono un lavoro, “monetary history of the united states 1867-1960″, dove sostenevano che “l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario”), è di fatto considerato il padre del monetarismo, ovvero di una teoria macroeconomica che è centrata sugli effetti dell’offerta di denaro governata dalle banche centrali, e che ha sostanzialmente come obiettivo il controllo dell’offerta di denaro, considerando l’inflazione solo come conseguenza di un’offerta di denaro superiore alla domanda, ciò accompagnato da uno zelo nel promuovere il potere regolatore dei mercati, che ha finito per distinguere con una nettezza quasi crudele ed antinomica tra il mercato e lo stato, presentando questo ed i governi in generale come nemici del mercato, teoria questa del liberismo economico che non sempre coincide in pieno con la teoria monetarista, tanto che non tutti gli economisti neoliberali sono monetaristi, e non tutti i monetaristi sono neoliberali

il monetarismo è un insieme di vedute sulle relazioni tra politica monetaria e reddito nazionale, che pone particolare attenzione agli effetti macroeconomici del governo dell’offerta di moneta da parte delle banche centrali, tanto che friedman ritiene che “l’inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario” e pertanto controllabile dalle banche centrali, che devono mantenere l’offerta di moneta al suo valore di equilibrio, determinato sulla base della crescita della produttività e dalla domanda, attribuendo in via esclusiva l’inflazione all’eccessiva immissione di denaro nel mercato proprio da parte delle banche centrali, e così la spirale deflazionistica alla causa contraria, ovvero un’insufficiente offerta di moneta (money supply) da parte della banca centrale durante le crisi di liquidità…

friedman proponeva una regola monetaria fissa, il k-percent rule di Friedman, secondo cui l’offerta di moneta doveva essere calcolata sulla base di fattori finanziari e macroeconomici conosciuti, avendo come obiettivo uno specifico livello di inflazione, senza alcuna libertà di azione per le banche centrali, e con gli imprenditori e attori del mercato finanziario che avrebbero potuto così conoscere in anticipo tutte le decisioni di politica monetaria per impostare la loro azione sul mercato…

il monetarismo è così una visione sulle relazioni tra politica monetaria e reddito nazionale che pone al centro delle politiche economiche gli effetti macroeconomici dell’offerta di moneta da parte delle banche centrali, considerando l’inflazione un mero fenomeno monetario che può essere tenuto sotto controllo  attraverso una offerta di moneta al suo valore di equilibrio, determinato sulla base della crescita della produttività e dalla domanda…così l’inflazione è dovuta all’eccesso di immissione di denaro nel mercato da parte delle banche centrali ed al contrario la spirale deflazionistica è un’insufficiente offerta di moneta (money supply) da parte della banca centrale durante le crisi di liquidità…

così, secondo friedman, in caso di un eccesso di offerta, nessuno avrebbe tenuto l’eccesso di moneta inutilizzato e per mantenere costante il proprio bilancio di liquidità, l’avrebbe comunque impiegato facendo così aumentare la domanda aggregata, mentre in caso di offerta calante, per mantenere costante il loro bilancio di liquidità, gli attori avrebbero ridotto i consumi 

l’influenza del monetarismo aumentò quando le teorie economiche neokeynesiane non riuscirono a spiegare i fenomeni della crescita della disoccupazione e della inflazione come risposta al collasso del sistema di accordi di bretton woods, nel 1972 e nella crisi petrolifera del 1973, mentre negli USA una notevole disillusione verso la “economia della domanda” keynesiana spingeva carter, democratico, alla nomina di un monetarista, paul volcker, al governo della FED, che fece della lotta all’inflazione il suo principale obiettivo, restringendo drasticamente l’offerta di moneta, cosi provocando una delle più gravi recessioni del dopoguerra, ma raggiungendo la desiderata stabilità dei prezzi

i monetaristi dicono che il motivo principale di un’eccessiva facilitazione del credito da parte della banca centrale è quello di finanziare il deficit del bilancio pubblico, così la riduzione della spesa pubblica è lo strumento principale per contenere una eccessiva crescita monetaria e quindi il fenomeno inflattivo…con il fallimento negli anni ’70 delle politiche di bilancio “dal lato della domanda” nel ridurre l’inflazione e produrre crescita, si spiana la strada ad un cambiamento nella politica economica con le banche centrali al centro della lotta all’inflazione e l’adozione di trattamenti shock di austerità, così come raccomandato dal fondo monetario internazionale (la gran bretagna verso la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, con l’ascesa politica di thatcher, ha in effetti abbattuto le spese pubbliche, mentre negli USA durante il primo mandato di reagan queste sono aumentate del 4,22% all’anno per via dell’aumento di spesa militare in funzione di pressione sul bilancio dell’URSS, e quindi molto di più del 2,55% all’anno del periodo di Carter)…

negli anni seguenti la disoccupazione in entrambi i paesi rimase ostinatamente alta mentre le banche centrali alzavano i tassi di interesse per restringere il credito, ma le politiche di entrambe le banche centrali in compenso abbassarono drasticamente il tasso di inflazione, portandolo negli stati uniti dal 14% nel 1950 a circa il 3% nel 1983, permettendo la ri-liberalizzazione del credito e la riduzione nei tassi di interesse, fattori che aprirono la strada al successivo boom dell’inflazione degli anni ottanta…

miko somma

(continua…)