globalizzazione, istruzioni ragionate per la fuoriuscita

globalizzazione, istruzioni ragionate per la fuoriuscita

E visto che ormai, come illustrato in un precedente articolo, http://www.comitatonooilpotenza.com/?p=13317 , è possibile individuare come effetto causale per la catalizzazione di vasti movimenti di opinione che si sono e si stanno coalizzando contro le forme di status quo politico-economico (votando trump negli usa e per la brexit nel regno unito, solo per citarne alcuni), nelle storture sperequanti dell’attuale sistema economico mondiale, meglio conosciuto come globalizzazione, parliamo allora di globalizzazione e di come poterne venir fuori.

Con il termine globalizzazione si indica un fenomeno economico per cui tutto il mondo dovrebbe essere un unico mercato entro il quale commerciare beni materiali/immateriali e servizi secondo il meccanismo della domanda e dell’offerta (libero mercato) assunto a canone auto-riparativo degli squilibri indotti (e qui un collegamento con la teoria social-darwiniana diviene lampante).

Pur in teoria da sempre esistente (non esiste di fatto una sola società umana che non abbia, nel corso della propria storia, avuto rapporti commerciali con altre società), il termine globalizzazione è adoperato, a partire dagli anni ’90 dello scorso secolo, per indicare una ampia e diversificata gamma di fenomeni connessi con una crescita dell’integrazione economica, ma anche sociale e culturale, tra le diverse aree del mondo, attraverso forme di unificazione dei mercati a livello mondiale consentite e supportate dalla diffusione di innovazioni nel campo dell’informatica di base e dell’informatica applicata alla comunicazione (internet in particolar modo), che hanno spinto verso modelli culturali, di consumo e di produzione sempre più uniformi e convergenti verso un modello unico.

Modello unico che se per il mondo della produzione, ed in particolar modo delle multinazionali (che pur hanno mutato le proprie originarie vocazioni in tal senso), rappresenta una a-segmentazione del mercato che aiuta nei processi produttivi a minimizzare i costi, massimizzando i profitti (a gusti unici corrisponderanno prodotti unici per tutti i mercati), tuttavia presenta molti aspetti pericolosi, sia socio-culturali (standardizzazione dei comportamenti antropologico-culturali), che produttivi (danni delle specificità produttive locali), che non possono essere più sottovalutati come finora il pensiero mainstream sembra abbia più o meno colpevolmente fatto in nome di un presunto benessere che si stava estendendo anche a popolazioni che finora ne erano state escluse.

Se da un lato, quindi, si assiste ad una sempre maggiore e progressiva omogeneità nei bisogni (consumo standardizzati) che le imprese sono in grado di sfruttare con rilevanti economie di scala nella produzione, distribuzione e marketing dei prodotti, praticando spesso politiche dei prezzi per penetrare in tutti i mercati e vendere pertanto lo stesso bene in tutto il mondo con strategie uniformi (e come già accennato ciò ha mutato lo stesso comportamento delle multinazionali che fino a pochi anni fa tendevano ad assecondare ogni varietà di condizioni presenti nei paesi in cui operavano), dall’altro tutto ciò sembra aver condotto ad una scomparsa delle tradizionali differenze tra i gusti dei consumatori a livello nazionale o regionale (vedremo però come ciò sia contrastato da ingenti forme di rinascita delle tipicità e delle tradizioni più o meno consapevolmente resistenziali rispetto al fenomeno globalizzazione).

Il termine globalizzazione è usato così come sinonimo di liberalizzazione, per indicare forme di progressiva riduzione, a livello mondiale tra i paesi aderenti alle organizzazioni mondiali del commercio, degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali, ma ovviamente questo, è solo un aspetto di un fenomeno molto più complesso, e che comprende una tendenza al predominio sull’economia mondiale di grandi imprese multinazionali, operanti secondo prospettive ormai quasi del tutto autonome dai singoli stati, ed una sempre più crescente influenza di queste sulle scelte di politica economica sia dei governi, sia delle istituzioni finanziarie internazionali, nate dagli accordi di Bretton Wood (FMI, Banca Mondiale, WTO) o istituitesi in seguito sia in maniera formale (BCE, G7, G20, etc.), sia in maniera informale, spesso in forma lobbystica o come gruppi di studio e pressione (trilateral, gruppo bildeberg, world economic forum, etc.).

In un quadro per due decenni ed oltre caratterizzato dal progressivo aumento d’integrazione economica e finanziaria tra i paesi, ma anche dalla persistenza (quando non purtroppo dall’aggravamento) degli squilibri fra questi e delle differenti classi reddituali al proprio interno, in sostanza tale fenomeno sembra l’epilogo di processi di integrazione internazionale già sviluppatisi nel 19° sec., interrotti dalle guerre mondiali e dalla grande depressione, e poi ripresi nella seconda metà del ‘900, ma con la massiva accelerazione impressagli dal progresso tecnologico sempre più veloce che ha ridimensionato le barriere naturali agli scambi e alle comunicazioni, contribuendo alla forte crescita registrata dal commercio internazionale e dagli investimenti diretti all’estero (attività questa tipica, come vedremo delle multinazionali), nella tendenza alla riduzione degli ostacoli di ordine tariffario, fiscale o normativo, alla circolazione di merci e capitali che ha coinvolto anche paesi, ex socialisti o in via di sviluppo, che in passato avevano adottato politiche più restrittive, quando non di chiusura.

E come già accennato, ciò è avvenuto con la diffusione capillare delle tecnologie informatiche che hanno favorito sia i processi di delocalizzazione delle imprese e lo sviluppo di reti di produzione e di scambio sempre meno condizionate dalle distanze geografiche, alimentando fenomeni di concentrazione su scala mondiale, sia un’espansione esponenziale della finanza internazionale, tanto che il valore delle transazioni giornaliere sui mercati valutari è divenuto superiore allo stock di riserve valutarie esistenti.

Ora, se in apparenza il fenomeno globalizzazione sembra aver contribuito ad una fuoriuscita dalla povertà di ampie fasce di popolazione mondiale, ciò non ha corrisposto ad una crescita organica e ben distribuita a livello mondiale (tale quindi da essere inquadrabile come fenomeno generale di arricchimento globale), avendo soprattutto riguardato alcune fasce sociali in grandi paesi emergenti (Cina ed India, ma anche Brasile e Russia, ed in misura quantitativamente minore molti altri paesi), e avendo in qualche modo presentato il conto di tale ricchezza a molti paesi poveri, la cui forbice reddituale verso i paesi ricchi, ma anche verso i grandi paesi in via di sviluppo, sembra essersi ulteriormente allargata, ed a molte classi sociali all’interno dei paesi interessati a questo sviluppo, con conseguenze che nel primo caso hanno dato origine a fenomeni migratori sempre più imponenti ed incontrollabili (spesso aggravati da condizioni ambientali peggiorate dai cambiamenti climatici che il sistema globalizzazione sembra abbia accelerato nell’impennata di consumo di risorse favorito anche dalle deregolazione e sostanzialmente dal ricatto economico verso le economie dei paesi produttori) e probabilmente alla nascita di fenomeni terroristici sempre più identitari nella loro maschera religiosa, nel secondo a condizioni di nuovi conflitti di classe svincolati da ogni forma organizzativa e volta per volta e sempre più spesso, coagulantisi in specifiche condizioni politiche antagoniste al sistema dei poteri politici dominanti (abbiamo accennato a Trump e Brexit, ma l’elenco rischia di essere anche più lungo in mancanza di interventi di correzione delle dinamiche di impoverimento di alcune classi reddituali già molto provate dalla crisi internazionale).

Ma veniamo ad alcuni aspetti specifici esercitati della globalizzazione in campo economico, specificando che si tratta di un fenomeno complesso che opera su più livelli contemporaneamente:

1.    l’abolizione delle barriere commerciali, ovvero l’aumento dei volumi del commercio internazionale e la crescente integrazione economica tra paesi;

L’indice più comunemente usato per valutare il grado d’integrazione dell’economia mondiale è il rapporto fra esportazioni e PIL nei diversi paesi ed anche se nel commercio internazionale i paesi sviluppati hanno mantenuto un ruolo ed un peso preponderante, dalla fine degli anni ’90 dello scorso secolo si è manifestata una tendenza alla crescita del ruolo dei paesi in via di sviluppo, particolarmente di quelli definiti come le “tigri asiatiche” (i quattro dragoni, Corea del sud, Singapore, Taiwan, Hong Kong, e le piccole tigri, Malaysia, Thailandia, Indonesia, Filippine) e come BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), paesi che hanno registrato tassi di incremento davvero notevoli del PIL nazionale.

Ma già a partire dagli anni ‘80 si era assistito all’espansione di aree di integrazione regionale, come l’UE in Europa o il NAFTA in Nord-America, che, se da un lato accentuavano i processi di liberalizzazione degli scambi tra i paesi membri, dall’altro, pur potendo favorire il mantenimento di barriere commerciali nei confronti degli altri stati, sembravano cedere il passo alla penetrazione commerciale da paesi fuori da quegli ambiti, con processi di integrazione commerciale che hanno in ogni caso continuato a estendersi, sia per l’adesione “ideologica”, condizionata dalle lobbies di questi paesi, alle politiche di liberalizzazione degli scambi con l’estero, sia per la riduzione dei costi di telecomunicazioni e trasporti indotta dall’incremento tecnologico che, in contemporanea con i bassi livelli salariali dei paesi produttori, rendevano sempre più competitive le loro merci, sia per gli investimenti non controllati dai rispettivi governi da parte di imprese dei paesi industrializzati nei paesi in via di sviluppo (delocalizzazioni), atti a mantenere una penetrazione commerciale che giovava ai propri bilanci, a quelli dei paesi ospiti, ma danneggiava le economie produttive dei paesi di origine.

In sostanza, nel mentre aumentava il tasso di occupazione nei paesi produttori, si è assistito a fenomeni di penetrazione massiccia di merci e servizi dall’estero verso l’interno delle economie nazionali che hanno mutato molti assetti produttivi di paesi a forte vocazione manifatturiera (è il caso dell’Italia), incidendo notevolmente sull’occupazione rivolta al soddisfacimento della domanda interna, sostituita nell’offerta da merci immesse sul mercato a prezzi inferiori a quelli praticabili all’interno per una somma di fattori costo del lavoro-costo produttivi-costi ambientali nettamente a favore delle merci estere (per rimanere in tema di esempi comprensibili, è il caso delle merci cinesi), tutto ciò generando a livello mondiale uno spostamento delle quote di reddito da occupazione dai paesi ricchi in favore di alcuni paesi in via di sviluppo, reddito a cui viene sottratto però in termini assoluti una quota sostanziosa di maggiori profitti per le aziende multinazionali produttrici (e non casualmente assistiamo a fenomeni di arricchimento e concentrazione massiccia di risorse finanziarie nelle mani di un ristretto gruppo di supermiliardari), spostamento che nel conto finale non genera così un trasferimento geografico della ricchezza da occupazione e produzione equivalente alla sottrazione operatasi, ma solo maggiori profitti corrispondenti al minor costo del lavoro nei paesi emergenti rispetto ai paesi più ricchi.

Ed ovviamente il maggior reddito disponibile per i lavoratori, pur limato nel suo trasferimento, nei paesi emergenti genera domanda che sono gli stessi paesi emergenti a soddisfare nei segmenti bassi, limitandosi solo ai settori commerciali di punta la richiesta da mercati produttivi a più alta qualità e costo (proseguendo con l’esempio, se all’Italia viene sottratto reddito da occupazione e ricchezza per l’arrivo di merci cinesi, i lavoratori cinesi avranno maggiore disponibilità finanziaria per i consumi che vengono però soddisfatti dal mercato interno, tranne piccole quote che, per settori a più alto reddito, si concentrano su prodotti brandizzati (un certo made in Italy) e non sulla produzione generale.

Ossia, sfatando un primo mito, quello dell’aumento del reddito disponibile in rapporto all’aumentare della ricchezza globale, l’aumento del commercio mondiale e dei volumi finanziari conseguenti non genera maggior reddito disponibile per i lavoratori, ma corrisponde ad un aumento sostanziale dei profitti dei produttori, profitti che si fondano più che sull’aumento in sé della produzione (quindi del profitto da produzione) sulla sottrazione di risorse finanziarie alle classi lavoratrici per unità di prodotto conseguente alle delocalizzazioni verso paesi a minor costo del lavoro e meno intensa protezione ambientale dei processi produttivi”.    

 

2.    la crescente mobilità internazionale dei capitali e il processo di finanziarizzazione dell’economia;

La libertà di movimento dei capitali raggiunta alla fine del 20° secolo è paragonabile a quella degli anni precedenti la prima guerra mondiale, quando si era realizzato un alto grado di integrazione dei mercati finanziari (nel 1913 i rapporti tra i flussi totali di capitali e il commercio o la produzione mondiale erano superiori a quelli degli anni ’70, pur nell’evidenza del contesto storico differente e di alcuni fattori tecnologici di sviluppo che condizionano tale rapporto) e se tra la seconda guerra mondiale e gli anni ‘60 i più ampi flussi di investimenti esteri diretti (quelli operati dalle multinazionali), per lo più indirizzati verso l’industria manifatturiera e il settore petrolifero, provenivano dagli Stati Uniti, divenuti in quel periodo il maggiore esportatore netto di capitali, e nel corso degli anni ‘70 il Giappone assume un ruolo di rilievo, fino diventare nel decennio successivo la principale fonte mondiali sia di capitali speculativi a breve termine sia di investimenti diretti, oggi tale ruolo è maggiormente distribuito e coinvolge non solo i paesi tradizionalmente avanzati, ma sempre più paesi emergenti come la Cina, l’India e la Russia con le loro multinazionali.

Ovvero la massa di capitali da investimento in movimento è aumentata, apparendo così un sostanziale indice di maggiore ricchezza da fattori produttivi che il fenomeno globalizzazione sembra aver prodotto, ma senza un’analisi del debito e quindi della componente finanziaria ad esso legata (ciò riguarda anche il settore dell’investimento finanziario diretto, ovvero quello legato alle transazioni finanziarie per acquisizioni di azioni e titoli), ciò non si riesce a comprendere nella sua essenza pratica e reale.

A partire dagli anni ‘80 gli Stati Uniti sono stati caratterizzati da forti deficit della bilancia commerciale e da cospicue importazioni nette di capitali (con l’accumulo quindi di un grande debito estero). A partire dagli anni 1980, inoltre, grazie anche allo sviluppo delle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni (e alle politiche di liberalizzazione dei mercati finanziari e di permesso alle banche commerciali di compiere operazioni tipiche delle banche d’affari, il superamento del Glass-Steagal Act voluto da Clinton nel 1998), si è verificato un enorme aumento dei flussi speculativi a breve termine, che ha coinvolto gli stessi paesi in via di sviluppo, influendo pesantemente sull’andamento delle loro economie.

La crescita del debito e del rapporto debito/PIL nei paesi in via di sviluppo, spesso alimentata da processi cumulativi perversi (nuovo indebitamento per fare fronte ai debiti pregressi), ha inciso pesantemente sulla loro situazione economica, sociale e politica e molti di essi sono stati costretti a comprimere quanto più possibile la domanda interna (con gravi conseguenze sulle condizioni di vita della popolazione) nel tentativo di realizzare, malgrado l’andamento poco favorevole delle ragioni di scambio, onerosi attivi della bilancia commerciale e finanziare così il servizio del debito estero, altri, quelli già citati ai punti precedenti, sono stati in grado, grazie a debiti pubblici originariamente bassi o controllabili per svariate ragioni (Cina e Russia erano e sono per molti versi stati non democratici, il Brasile attinge spudoratamente alle sue riserve di risorse naturali, l’India ha un suo proprio potenziale inespresso ed una società che tollera culturalmente le sperequazioni più evidenti di condizioni di vita) di innescare, grazie a politiche dei prezzi aggressive e fondate sul basso costo del salario orario, un processo di penetrazione commerciale nei paesi ricchi che ha generato un ingente sviluppo locale, ma con una contrazione (o meglio mancata apertura) democratica e sindacale significativa

Come detto, occorre spendere due parole sul debito pubblico, o meglio sui debiti pubblici per comprendere che l’aumento di ricchezza globale corrisponde in maniera significativa ad un aumento dei debiti pubblici. La Cina regge la sua economia su 28.000 miliardi di dollari di soldi presi a prestito da governo e privati. E gli Usa sono indebitati complessivamente tra debito pubblico e privato per 2,7 volte il proprio Pil annuale, senza contare altri imponenti debiti pubblici come quello giapponese ed italiano (ma anche Francia, Regno Unito ed altri grandi paesi hanno masse enormi di debito pubblico), ed il pozzo senza fine del debito dei paesi emergenti.  

Ovviamente non conta tanto la dimensione assoluta dell’indebitamento, ma la sua sostenibilità, cioè la capacità di rimborso di quei prestiti grazie alla robustezza ed al tono di crescita dell’economia, così, come esempio, se la Grecia è oggi sostanzialmente un paese insolvente che non crolla solo se si tagliano o allungano i termini di rimborso del proprio debito (ecco spiegata l’agonia civile e sociale del paese), è indiscutibile la capacità sia delle prime due economie mondiali, che delle altre (Italia compresa, nonostante l’enormità di un debito al 133% del proprio PIL), di far fronte ai propri debiti.

Ma se la crisi finanziaria globale del 2007 è proprio nata sulle ceneri dei mutui subprime americani (un gigantesco volume di prestiti a chi non era in grado di restituirli) e la crisi del debito pubblico, che pur pare oggi superata, è sempre pronta a riaffacciarsi se il ciclo economico globale dovesse di nuovo incepparsi, il debito mondiale anziché fermarsi, come da logica, si è espanso ancora in questi in questi anni e non certo per sostenere efficaci politiche espansive neo-keynesiane. I dati dell’ultimo rapporto McKinsey dicono che dal 2007 il debito globale mondiale è cresciuto di altri 57mila miliardi di dollari, facendo salire il rapporto tra debito e Pil (a livello globale) di 17 punti percentuali in soli 7 anni.

A fine 2014, il mondo ha un debito complessivo di 199mila miliardi di dollari, quasi tre volte il valore del Pil globale, e la Cina che ha basato la sua enorme crescita economica sulla leva finanziaria, ha quadruplicato il suo debito negli ultimi sette anni, portandosi al 283% del rapporto debito-PIL (è il maggiore del mondo), con la metà dei prestiti contratti finiti a finanziare il proprio boom immobiliare (che appare quasi incontrollato nella sua sostanziale inutilità e nocività finanziaria e di consumo di territorio), con un sistema bancario ombra (broker e intermediari che non sottostanno alla vigilanza della Banca centrale) cresciuto nelle sue attività dal 2007 del 36% all’anno in volume.

Il debito delle famiglie è salito a 40mila miliardi con un ritmo annuo dal 2007 del 5,3% ed anche le imprese hanno visto i prestiti salire del 5,9% annuo, con un volume di crediti a 56mila miliardi, ovvero poco meno dell’intero Pil mondiale. E i governi con il salvataggio delle banche e le politiche fiscali (non direttamente legate a fasi produttive) espansive hanno portato il proprio debito pubblico a 58mila miliardi (+9,3% annuo dal 2007).

Potremmo dire che l’espansione è legata ideologicamente all’aumento del debito? A spingere le economie mondiali ad aumentare la leva finanziaria sono state proprie le politiche monetarie ultra-espansive e i tassi tendenti a zero con cui le Banche centrali hanno si evitato il crack finanziario del sistema bancario mondiale, con una cura di iniezioni di liquidità che hanno sorretto il sistema finanziario mondiale tra il 2008 e il 2009, ma che hanno spinto famiglie, imprese e governi a indebitarsi sempre più ed oltre ogni limite di ragionevolezza, nell’evidenza che se il reddito disponibile, dopo la sottrazione degli interessi per mantenimento del debito, è insufficiente ad assicurare la tenuta dei consumi ed il mantenimento dell’offerta, si rende necessaria una crescita continua che, finanziata dal debito, produce altro debito, in un circolo vizioso senza fine

E ciò perché il costo dei soldi a prestito è talmente basso che induce a investire a debito. Un circolo virtuoso per alcuni versi e che ha permesso alle economie mondiali di non collassare con conseguenze irreparabili, ma che ha in sé i germi della follia finanziaria. Tutto quel debito accumulato nei portafogli di famiglie, imprese e stati, più di quello che ha fatto da miccia al deflagrare della crisi, è oggi ancora lì, in una montagna di denaro che andrà prima o poi restituito.

È proprio qui il punto chiave. Scampato il crack, molte economie si sono riprese, ma a un passo molto più contenuto degli anni novanta-primi duemila, quindi un mondo che cresce piano rispetto al passato ma che ha però più debiti di prima, dato che il fardello è aumentato di ben 57mila miliardi, ovvero l’intero Pil mondiale.

Il solo debito delle imprese cinesi è destinato a salire nel 2019 a 28mila miliardi di dollari, il 40% di tutti i debiti corporate a livello planetario (che dovrebbero attestarsi a 70mila miliardi dai 50mila miliardi del 2014) e con l’economia cinese che, abituata a crescere a ritmi del 10-12% per decenni, è entrata dal 2010 in una fase di contrazione relativa con Pil annuo che sale del 7% e con tutte le stime che dicono che la corsa si stabilizzerà, salvo accadimenti imprevedibili, su questi ritmi per i prossimi anni.

Forse è fisiologico, ma se la crescita assume sembianze più contenute, l’aumento esplosivo del debito allargherà la forbice tra debito e Pil. Per ora a compensare il tutto c’è l’effetto ricchezza delle Borse cinesi che mette in ombra l’eccesso di indebitamento, ma il paradosso è che la borsa cinese cresce a debito più di quanto non crescano tutte le altre borse mondiali ed il recente crack dei listini cinesi che ha bruciato in un solo mese 3.900 miliardi di dollari (ossia ben dieci volte il debito greco), crack tamponato dalle autorità monetarie, è stato uno starnuto inquietante perché quella montagna di debito che continua a salire sarà il nuovo spauracchio di epidemia finanziaria da monitorare da vicino nei prossimi anni. ed ho preferito non accennare neppure al cosiddetto debito da titoli tossici.

Sostanzialmente, possiamo affermare che “la quasi interezza del processo di arricchimento innescato dalla globalizzazione ei suoi primi anni, non solo era costituito da debito che finanziava la crescita, ma che oggi senza quel debito ogni ipotesi di crescita appare nulla o limitata (ed infatti in molti paesi l’uscita dalla crisi non ha comportato grandi balzi in avanti del PIL, ma crescite nell’ordine dell’1-2% annui, ad eccezione degli USA che hanno però solo posposto il problema del debito), e che ogni processo di crescita indotto dalla globalizzazione ha prodotto utili sostanziali (in alcuni casi enormi) per il solo sistema finanziario e per le poche famiglie che lo controllano” 

3.    i processi di liberalizzazione del mercato del lavoro;

Come già accennato, gli evidenti aumenti della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza tra paesi, evidenti dagli andamenti dei PIL nazionali, ed all’interno dei paesi vengono spiegati anche attraverso i mutamenti indotti dai processi di globalizzazione nel mercato del lavoro e che tutti gli indicatori illustrano come un sostanziale allargamento dei differenziali retributivi nei paesi industrializzati (wage gap).

Il progresso tecnico intervenuto nei processi produttivi (automazioni e razionalizzazioni produttive) avrebbe infatti ridotto marcatamente la domanda di lavoro a bassa qualifica (cosiddetto unskilled), molto spesso sostituita dalla tipologia contrattuale da tipologie precarie introdotte a sistema da riforme, a favore di quello a più alto contenuto di conoscenza (skilled). Data l’evidente difficoltà dell’offerta ad adeguarsi subito a questa maggiore domanda di lavoro maggiormente qualificato, si è creato nel corso del tempo un eccesso di domanda di lavoro a più alto contenuto di conoscenza che si è concretizzato, per l’ovvietà del prevalere della richiesta sull’offerta, in un incremento salariale netto per le categorie di questi lavoratori, mentre al meglio c’è stata stabilità di percezione per gli altri, con l’aumento contestuale della forbice reddituale tra le categorie lavorative.

Il wage gap indotto dal progresso tecnico e dai processi di delocalizzazione è forse uno dei principali responsabili degli incrementi di disuguaglianza tra i paesi ricchi ed i paesi poveri, ma lo è stato drammaticamente anche all’interno degli stessi paesi maggiormente industrializzati, seppur con impatti diversi a seconda dei paesi e dei rispettivi, differenti istituti di protezione reddituale e previdenziale dei lavoratori. Non è infatti un caso che proprio gli USA registrino un forte incremento di disuguaglianza indotto dal wage gap (e qui diviene facile leggere il successo di Trump alle elezioni americane tra i percettori di minori redditi da lavoro, date anche le scarse protezioni sociali dei lavoratori a bassa qualifica), mentre nei paesi europei maggiormente sindacalizzati, questi effetti sono stati in parte mitigati da una rigidità salariale frutto di una cultura della protezione dei lavoratori maggiormente sentita per tradizione e cultura dalle forze politiche ed affidata a sindacati forti, eppure in stato di attacco da parte di “riforme” che, come l’italiano jobs act  ed il sistema previdenziale tedesco dei mini-jobs, oggi invece minano ulteriormente.

Di fatto le politiche di liberalizzazione del lavoro, abbondantemente accompagnate da induzioni culturali in tal senso (abbandono delle contrattazioni nazionali di settore verso un sistema di contrattazione aziendale dove è evidente la posizione dominante delle parti datoriali, flessibilità e precariato da tipologia contrattuale, progressivo distacco etero/auto-indotto dei lavoratori verso i sindacati, sentiti come incapaci di comprendere le problematiche occupazionali, etc), se da un lato hanno molto aumentato il potere reddituale di alcune fasce lavorative, hanno precarizzato gli altri lavoratori nei paesi più ricchi, mentre si sono sostanzialmente limitate ad effetti di superamento della soglia di povertà nei pochi paesi che sono stati in grado di mettere in campo politiche produttive e commerciali aggressive e penetranti.

Il mainstream culturale ed ideologico dell’alto costo del lavoro come fattore di bassa produttività (cosa mai dimostrata ed in fieri del tutto falsa) e conseguente bassa crescita ha indotto le classi politiche ad introdurre progressivamente un sistema di comodo per le grandi imprese, con una flessibilità del lavoro giunta a livelli mai visti, in accordo al principio accuratamente costruito “del sacrificio del lavoratore per salvaguardare l’azienda” che fa intravedere forme di auto-crumiraggio, allungamento dell’orario di lavoro e riduzione del monte-salari che hanno di fatto annullato quasi ogni conquista sindacale raggiunta finora a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, nell’evidenza del ricatto occupazionale.

Come già detto ai punti precedenti, il risparmio per il sistema produttivo, ormai largamente nelle mani di multinazionali, ottenuti con le liberalizzazioni del mercato del lavoro, si è tramutato quasi sempre in maggiori profitti per aziende e manager (i cui livelli di differenziale rispetto agli stipendi medi sono giunti a soglie di non comprensibilità), e solo di rado in investimenti sulla qualità delle produzioni, che si standardizzano sempre più, fattore questo che finisce per premiare le produzioni in paesi il cui costo del lavoro è più basso e nei quali infatti i tassi di incremento occupazionale risultano maggiori, favorite dai processi di delocalizzazione produttiva.

In sostanza la globalizzazione ha prodotto, nell’elevarsi verso empirei semi-proprietari di una élite di manager super pagati il cui interesse è la continuazione dello stato attuale delle cose, “una massa-lavoro costituita da un numero relativamente ristretto di lavoratori specializzati e ben pagati, una maggioranza di lavoratori precari e precarizzati dalla continua minaccia della disoccupazione, costretti ad accettare forme estreme di flessibilità lavorativa e reddituale in cambio dell’effimero mantenimento del proprio posto di lavoro, ed un piccolo esercito di neo-schiavi, particolarmente visibili in Cina, con i suoi quasi trecento milioni di lavoratori sottopagati e senza tutele, ma anche nella facoltosa Germania, con una sostanziosa massa-lavoro che sopravvive con i mini-jobs, costretti ad accettare di tutto pur di continuare a sopravvivere in un sistema definibile ormai come tecno-feudale”, una condizione questa che diviene una minaccia esplosiva in alcuni settori sociali che ormai sentono di non avere più nulla da perdere”

4.    le politiche di deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione

Dobbiamo chiarire subito che trattasi di tre fenomeni distinti, ovvero la deregolamentazione (ingl. deregulation) affonda le sue radici nella teoria dei mercati contendibili, che analizza i comportamenti monopolistici ed afferma che la rimozione delle barriere protettive istituzionali permette l’entrata sul mercato di nuovi operatori, che costringono gli attuali monopolisti ad abbassare i prezzi e a migliorare la qualità dei servizi, secondo il concetto di concorrenza potenziale, che asserisce che, in assenza di protezioni istituzionali, il monopolista si comporta come se fosse in concorrenza non abusando della sua posizione dominante (qualora alzasse il prezzo dei propri prodotti per realizzare rendite di monopolio, entrerebbero sul mercato aziende marginali attratte dalla rendita stessa e che ne uscirebbero non appena il monopolista abbassasse nuovamente i prezzi, pertanto un’impresa, quando anche sia l’unica presente in uno specifico mercato, in assenza di barriere istituzionali, risulterebbe controllata dalla concorrenza potenziale), le liberalizzazioni, ossia la rimozione dei vincoli che rappresentano restrizioni alla concorrenza e l’adozione di atti che garantiscano le condizioni favorevoli affinché le dinamiche concorrenziali si sviluppino, in attuazione ai principi del liberismo economico (abolizione delle restrizioni al commercio estero e cioè di dazi, divieti, contingenti, monopoli statali di vendita o acquisto di merci e valute, cambi, restrizioni all’accesso di mestieri e professioni, licenze, autorizzazioni o condizioni restrittive all’uso di prodotti o servizi, semplificazione delle procedure amministrative), le privatizzazioni, ossia le cessioni a un soggetto privato di beni patrimoniali da parte dello Stato o degli enti pubblici territoriali con specifico interesse alle imprese che forniscono servizi pubblici nazionali e locali, in particolare, alle cosiddette public utilities (PU) come energia, gas, acquedotti, trasporti e telecomunicazioni, in accordo a teorie economiche liberiste che, pur riconoscendo il ruolo ‘strategico’ di tali servizi, vedono con favore la loro fornitura senza un intervento diretto della pubblica amministrazione, attendendosi guadagni di efficienza economica da un contesto di competitività dei mercati e delle imprese, con intervento pubblico limitato alla tutela della concorrenza ed controllo dei vincoli tariffari e di qualità 

I processi di liberalizzazione e sviluppo della concorrenza, unitamente alle privatizzazioni delle c.d. aziende di stato, sono stati per molto tempo considerati come gli unici veicoli per accelerare i necessari processi di ristrutturazione industriale di comparti ad alto interesse pubblico, sotto forma di riduzione degli esuberi, riqualificazione del personale, acquisizione di tecniche a maggiore intensità capitalistica e controllo di gestione, politiche di marketing etc., nella spesso falsa aspettativa che per introdurre tali innovazioni fosse primaria la capacità della nuova proprietà di assumere manager forniti di necessarie competenze, di cui difettano i manager pubblici.

In sostanza, però, mentre i processi di deregolamentazione hanno prodotto vere e proprie jungle dove prevale una sorta di diritto del più forte, ovvero di chi detiene maggior forza materiale (finanziaria, relazionale e contrattuale) ed i processi di liberalizzazione spesso hanno condotto a nuove rendite di posizione affatto dissimili dalle precedenti (e spesso del tutto coincidenti) semplicemente perché non bastano aperture legislative per creare nuovi attori produttivi, ma servono investimenti e facilitazioni finanziarie, i processi di privatizzazione si sono spesso ridotti a pura svendita di patrimonio e funzioni pubbliche verso soggetti privati in grado di collettare ingenti risorse finanziarie attraverso operazioni di borsa o di credito bancario, che non possedevano alcun know how gestionale specifico per le attività in liberalizzazione, e che troppo spesso si sono limitati al taglio netto dell’occupazione come unica modalità di ristrutturazione aziendale, quando non a veri e propri spezzatini di unità produttive organiche da rivendere a loro volta per massimizzare i bassi investimenti di acquisizione delle proprietà pubbliche.

5.     l’affermazione del fenomeno delle imprese multinazionali nello scenario dell’economia mondiale

Le maggiori imprese multinazionali hanno spesso budget maggiori delle economie di interi paesi e svolgono ormai un ruolo primario nei processi di globalizzazione, con una sempre più forte influenza sulle relazioni internazionali degli stati coinvolti nelle loro attività (ovviamente sono “multinazionali” anche le piccole e medie imprese, PMI, dotate di un impianto di produzione o di distribuzione all’estero, ma chiaramente non stiamo parlando di queste attività, anche se partecipanti a pieno titolo ai processi e sotto-processi della globalizzazione), tanto da potersi affermare che il loro ruolo ormai primario nella produzione mondiale di beni e servizi e nel numero di addetti ( in alcuni paesi ¾ dei beni e servizi sono ormai offerti da imprese multinazionali o controllate e circa il 30% del lavoro attiene direttamente od indirettamente a queste).

Il loro ruolo, determinante anche in precedenza, è tuttavia cresciuto a dismisura soprattutto a partire dagli anni ’90, di pari passo con i processi di liberalizzazione regionale e globale del commercio. Come già accennato, sia a causa della concorrenza internazionale, che della razionalizzazione della produzione, queste imprese tendono a ridurre i costi di produzione e ricercare fattori di produzione a basso costo, tra cui tutte quelle forme di induzione a modelli di consumo globali che risultino sempre più omologanti in termini di risposta alla domanda di produzione di beni e così tendenzialmente in grado di portare a sempre più massicce economie di scala.

Del tutto connesso al concetto di impresa multinazionale è quello di Investimento Diretto Estero (IDE), ossia l’investimento in un’impresa estera di cui l’investitore possiede almeno il 10% delle azioni ordinarie, con l’obiettivo di stabilire un “interesse duraturo” nel paese, una relazione a lungo termine e una significativa influenza nella gestione dell’impresa (definizioni fornite dal FMI, nel 1993, e da OCSE, nel 1996).

Ed è interessante evidenziare che:

  • ·         I flussi di investimento delle multinazionali sono inferiori ai flussi commerciali globali, ma secondo dati UNCTAD (2000) datati circa un terzo del commercio mondiale avviene all’interno delle strutture delle multinazionali, tra filiali in paesi diversi o tra filiali e casa madre, con ciò determinandosi un peso percentuale enorme su flussi produttivi e commerciali del tutto autoreferenti ed in grado di generare influenza e lobbysmo soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Si tratta quindi di flussi che generano vere e proprie economie parallele.
  • ·         Gli IDE provengono prevalentemente dai paesi avanzati od emergenti (USA, Unione europea, BRIC, tigri asiatiche) con percentuali che arrivano al 90%, quindi sono un fenomeno del tutto referente a paesi già ricchi od in via di arricchimento.
  • ·         Negli anni ’90, la quasi totalità dei flussi in uscita degli IDE era da Paesi avanzati verso paesi avanzati, mentre nel 2010 la percentuale degli IDE è sostanzialmente divisa a metà da paesi avanzati verso paesi avanzati e da questi verso paesi in via di sviluppo, investimenti che, nel PIL inferiore dei paesi poveri, divengono percentualmente massicci, con un potenziale di condizionamento enorme delle economie di questi ultimi che arrivano a dipenderne del tutto in alcuni casi, fino a prefigurare forme di neo-colonialismo.
  • ·         Mentre nei paesi sviluppati l’investimento segue la strada della fusione o dell’acquisto in borsa di aziende esistenti, nei paesi in via di sviluppo le multinazionali creano impianti e imprese ex novo in loco (detti anche investimenti greenfield), poiché non esistono sul mercato locale aziende adatte. Si creano così processi capitalistici che impongono strutture avulse al territorio e nelle quali la partecipazione locale è destinata quasi sempre a ristrette cerchie di soggetti politici locali
  • ·        
    • ·         La maggior parte degli IDE sono concentrati in settori ad alta intensità di lavoro qualificato e di tecnologia: chimica, macchinari, mezzi di trasporto. Si tratta di settori con forti investimenti in ricerca e sviluppo, alta professionalità dei lavoratori e complessità tecnica dei beni prodotti, il che genera economie di scala a livello di impresa del tutto referenti e dipendenti da queste attività (un settore a parte è rappresentato dal cosiddetto land grabbing, ovvero l’accaparramento di terreni agricoli per la produzione di derrate alimentari da immettere a profitti maggiorati sui mercati dei paesi ricchi, per la produzione di bio-carburanti, per la produzione di prodotti di bio-ingegneria che impoveriscono enormemente le produzioni locali per l’auto-sostentamento nel paradosso che paesi in grado di provvedere alla propria auto-sufficienza alimentare sono oggi costretti all’importazione di derrate). Si creano così fenomeni di mono-produzioni totalizzanti innestate intorno all’attività delle multinazionali nell’evidenza di “esarcati produttivi”
  • ·         Le imprese multinazionali hanno generalmente performance migliori delle imprese nazionali, sia nel paese d’origine che in quello di destinazione, essendo mediamente più grandi, più produttive, più impegnate in ricerca e sviluppo, impiegano personale più qualificato e potendo così garantire la propria sopravvivenza ed il mantenimento di occupazione, influiscono sulle scelte politiche dirette di molti paesi e non necessariamente solo di quelli poveri, ma per settori anche nei paesi più ricchi, condizionandone le legislazioni.
  • ·         Negli ultimi anni è aumentata la frammentazione geografica della produzione in reti internazionali (specializzazione verticale) con le diverse fasi di produzione di un bene che vengono svolte in paesi differenti (delocalizzazione) e con la produzione di semilavorati che vengono poi immessi come tali nelle reti internazionali commerciali (IDE verticali). Obiettivo principale della frammentazione è la limitazione dei costi di produzione (cost-saving), attuando allocazioni specifiche del processo produttivo, piuttosto che produzioni integrate nel paese d’origine, favoriti dal diverso costo dei fattori produttivi (capitale, materie prime e lavoro) nei diversi paesi e dalla diversa intensità dei fattori nelle varie fasi produttive. La frammentazione del processo produttivo e la commercializzazione di prodotti semilavorati, snatura ogni forma di processo produttivo integrato, accentuando il know how aziendale delle multinazionali a detrimento della possibilità di sviluppo ed accesso alle tecnologie di aziende locali più piccole che così sono spesso ridotte al ruolo di assemblatori a cottimo.

La concorrenza fra le grandi imprese ed i margini di profitto sempre più ridotti hanno spinto le attività industriali e manifatturiere (ma non solo), a dislocare una crescente quota di attività in paesi dove la forza lavoro ha costi inferiori, dove vi siano vantaggi valutari e dove la pressione fiscale sia bassa ed in tal senso i paesi in via di sviluppo sono diventati terra di conquista per le multinazionali in quanto è possibile sfruttare (quasi sempre controllandole) legislazioni interne carenti o permissive per quanto concerne ad esempio l’inquinamento e le minori tutele produttive. 

Ed occorre ricordare che le multinazionali in genere sfruttano come l’autofinanziamento principi di controllo del credito ed operano in settori con finanziamento nazionale o internazionale, cioè erogati da enti ed istituti statali o internazionali quali, ad esempio, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

6.    il progressivo trasferimento di sovranità finanziaria e democratica dagli stati-nazione ad entità internazionali e sovranazionali con grado imperfetto di democrazia.

La globalizzazione sembra accompagnarsi al progressivo abbandono delle scelte dei governi nazionali verso board non democraticamente eletti o scelti, in una fenomenologia che appare condurre sempre più verso un governo privato dell’economia mondiale, ma non è un fenomeno nuovo.

L’elenco delle istituzioni finanziarie e politiche internazionali a cui progressivamente gli stati hanno trasferito sovranità finanziaria e democratica è ormai lungo ed alle istituzioni nate dagli accordi di Bretton Woods del 1944, Fondo Monetario Internazionale e Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (meglio conosciuta come Banca mondiale), a cui si aggiunse in seguito il WTO (organizzazione mondiale del commercio) e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, tutte nate da un intento di regolare la massa finanziaria internazionale ed i rapporti di cambio tra le monete (non dimentichiamo che fu in questa sede che prese corpo l’ormai superato Gold Exchange Standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro, a differenza del sistema che lo precedette, il Gold Standard), sono seguiti nel corso degli anni molti altri istituti ed enti caratterizzati da scopi e funzioni diversi che realizzano, nel loro complesso, la cooperazione finanziaria internazionale. 

Sostanzialmente esiste un settore della cooperazione bancaria che comprende le banche regionali di sviluppo (Banca interamericana, Banca africana, Banca asiatica di sviluppo e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) che costituiscono, insieme con la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (detta anche Banca mondiale), i principali meccanismi multilaterali di aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi più poveri (Cooperazione allo sviluppo), attraverso la concessione di prestiti destinati a finanziare progetti di sviluppo a condizioni più o meno agevolate.

In particolare, il gruppo della Banca mondiale comprende la Società finanziaria internazionale (SFI), istituita nel 1955 allo scopo di favorire e sostenere gli investimenti del capitale privato nei Paesi in via di sviluppo senza garanzie da parte degli Stati interessati, e l’Associazione internazionale di sviluppo (IDA), creata nel 1960 per concedere prestiti (crediti) ai Paesi arretrati a condizioni più favorevoli di quelli della Banca.  

Il FMI eroga invece finanziamenti destinati a sopperire ad esigenze relative alle bilance dei pagamenti, aiutando i Membri che si trovano in difficoltà momentanea, attraverso prestiti diretti a stabilizzare la loro economia e a riequilibrare i conti con l’estero. Sia la Banca mondiale che il FMI sono istituti specializzati delle Nazioni Unite. L’IFAD, infine, è sorto nel 1976 con il fine di fornire risorse finanziarie, sotto forma di prestiti e doni, agli Stati membri con più alto deficit alimentare per accrescere la produzione agricola; nel 1977 è divenuto anch’esso un istituto specializzato dell’ONU.

Ed a questi istituti si sono aggiunti la Banca Centrale Europea che regola il settore finanziario dello spazio UE e la stessa UE che pur, rientrando nella sfera delle organizzazioni a carattere politico, mantiene ancora ampi margini di discrezionalità non democratica nelle proprie scelte economiche, tanto da essere spesso considerata una interfaccia politica dei principali assetti finanziari mondiali e continentali, senza contare la numerosa schiera delle organizzazioni politiche e dei trattati internazionali che delegano un cospicuo numero di materie regolamentari ad organismi di area. Va inoltre tenuto presente che, in un quadro caratterizzato da una crescente integrazione internazionale e dalla stabilizzazione dei tassi di cambio tra le monete di diversi paesi, l’adozione, a fronte di squilibri e tensioni interne, di provvedimenti di carattere sociale o anticiclico viene resa più difficile dalla riduzione dell’autonomia dei singoli governi nella gestione della politica economica.

Evidente appare la struttura causale di questo trasferimento di competenze e sovranità. Trattandosi di organi non elettivi se non attraverso le scelte dei singoli governi, le strategie messe in campo da queste istituzioni non hanno carattere democratico diretto, così da prefigurarsi una politica locale del tutto prona agli interessi di pochi grandi magnati e gruppi che influenzano direttamente, attraverso la scelta di direttivi compiacenti o collaterali ai propri interessi.

Ciò che si prefigura è così una sorta di sistema organizzato per signorie il cui carattere antidemocratico è palese nella continuazione di un sistema economico i cui frutti sono quasi del tutto nelle mani di poche famiglie di “nuova nobiltà economica a carattere principesco”.

 7. le politiche di taglio delle tasse ed i paradisi fiscali

mi sembra inutile dedicare molto spazio ad un fenomeno ormai ampiamente conosciuto e che se parte da lontano, dai tempi dell’era Reagan e delle teorie di Milton Friedmann, fenomeno che oggi ha condotto ad una sostanziale caduta dell’indice percentuale di tassazione reale che grava sulle grandi attività economico-finanziarie, in ciò spinta anche dall’esistenza tollerata di molti paradisi fiscali, la cui attrattività viene “mitigata” da una tendenza alla tassazione fiscale agevolata in molti paesi anche europei verso le grandi multinazionali, nell’assunto dogmatico che ciò conduca alla creazione o mantenimento di molti posti di lavoro. In realtà queste politiche di graziosa concessione inducono a vere e proprie regalie al sistema delle multinazionali, della grande finanza e dei grandi patrimoni privati che al meglio appare come una mina verso un vero e proprio sistema concorrenziale. La sottrazione di ingenti risorse alla fiscalità genera una sempre maggiore difficoltà da parte dei governi al mantenimento di efficienti sistemi di welfare in grado di mitigare le sempre maggiori forbici reddituali tra le classi lavoratrici.

Alla base della fase attuale di globalizzazione (spesso chiamata globalizzazione neo-liberista) ci sono così ragioni tecnologico/scientifiche (la rivoluzione informatica che ha ridotto enormemente il costo delle comunicazioni e dei trasporti), ragioni politiche (il crollo  dei paesi socialisti avvenuto a partire dal 1989 che ha ridotto il mondo da “bipolare” a “unipolare” con l’affermazione di modelli unici di gestione e pensiero), ragioni economico-culturali (la crescente fiducia nel mercato come istituzione in grado di risolvere il problema della produzione e distribuzione dei beni, e che abbiamo visto essere un assunto dogmatico creato dagli enormi interessi economici che stanno dietro a questa visione).

E volendo citare Bauman, le multiformi trasformazioni racchiuse nella frase “compressione del tempo e dello spazio”, evidenziano come i processi di globalizzazione non presentino l’unicità di effetti positivi loro attribuita dai sostenitori di questi mutamenti. La globalizzazione certo divide quanto unisce ed in parallelo al processo di una scala planetaria per l’economia, la finanza, il commercio e l’informazione, si è messo in moto un altro processo, che impone dei vincoli spaziali, definito “localizzazione” che interconnessa alla prima “differenzia in maniera drastica le condizioni in cui vivono intere popolazioni e vari segmenti all’interno delle singole popolazioni, palesando ciò che appare come una conquista della globalizzazione per alcuni, una riduzione alla dimensione locale per altri, dove per alcuni la globalizzazione segnala nuove libertà, per molti altri discende come un destino non voluto e crudele”.

Fin qui l’analisi che non intendo dilungare oltre perché presumo ormai fin troppo chiara ai lettori, ai quali credo solo di aver fornito una chiave di lettura “globale” di questo fenomeno che ovviamente non è il male assoluto (non facciamo l’errore di totemizzare ciò che non capiamo fino i fondo, errore di troppi, perché perderemmo la ragione critica dell’interazione tra cause ed effetti), avendo comunque prodotto anche taluni, innegabili effetti positivi (la fuoriuscita dalle forme più estreme di precariato esistenziale per tanti abitanti del terzo mondo lo è senz’altro, seppur nelle forme condizionanti che abbiamo descritto), ma le cui conseguenze pratiche oggi presentano un conto il cui saldo potrebbe essere davvero crudele per buona parte dell’umanità.

Occorre venire fuori a cominciare sin da ora da questo circolo vizioso, la cui continuazione procrastina il momento in cui presenterà quel conto sotto forma di

A),una crisi irreversibile del sistema finanziario (crollo del sistema a causa della catena di mancata solvibilità dei debiti) dai tempi e dalle conseguenze imprevedibili,

B), molto prevedibilmente di una crisi ambientale, legata ai cambiamenti climatici indotti da un uso folle delle risorse e dei cicli produttivi, che genererà in modo sempre più massiccio ondate migratorie incontrollabili che in qualche modo somiglieranno alle ondate migratorie preistoriche di esseri umani in cerca di migliori condizioni di sopravvivenza,

C), sotto forma di sempre più numerose e crudeli guerre locali che “ingessano” le dinamiche di soluzione delle relative problematiche con aspettative di ripresa dei PIL interessati dalle inevitabili ricostruzioni,

D), aspetto questo forse anche peggiore, da un “impazzimento etico-etnico-sociale” che trasformerà l’idea stessa di civiltà in un vago ricordo,

E) un insieme di tutte o parte delle possibilità (che voglio ricordare, sono già in cammino contemporaneamente) che origineranno un ciclo di tensioni ed incertezze il cui spessore è difficilmente misurabile, ma che prevedibilmente potrebbero assumere il carattere di una catastrofe planetaria.

Puro catastrofismo? Non direi, visto che ormai la sperequazione della ricchezza originata dai fenomeni di globalizzazione è arrivata a preoccupare persino “tavoli” di stampo liberista come quelli di Davos e del suo forum economico, che oggi analizzano non le cause (che a tutti sono ben chiare), ma le conseguenze presumibili di un processo storicizzatosi in un ciclo socio-economico che si postula irreversibile e  di cui si vorrebbero emendare solo alcuni effetti, senza chiedersi se non sia la stessa natura di quel processo ad essere inemendabile.

Ma allora, se ci sono, quali sono le proposte in campo per organizzare una o più formule di fuoriuscita dal fenomeno che saranno necessariamente composte da pressioni ed azioni, ovvero da comportamenti collettivi influenzabili attraverso una cultura ragionata del consumo e tali da influire a monte sulle scelte produttive e di mercato (boicottaggi ragionati e selettivi, richieste di “differenza” merceologica e di controllo della qualità etica delle produzioni, azioni legali collettive, etc.), in buona misura già esistenti e comprensibili dai consumatori, ma che occorrerebbe razionalizzare e far procedere con una strategia mirata, e da prese di posizione culturali e politico-elettorali passive ed attive (campagne di conoscenza ed orientamento, voto contrario ai partiti che rappresentano la globalizzazione, autorganizzazione dal basso di movimenti politici antagonisti), ovvero un complesso di reattività popolari tali da costringere i grandi potentati politici nazionali ed internazionali a procedere a revisioni più o meno coerenti del fenomeno stesso ed aggiustamenti graduali dei suoi effetti.

Ed ovviamente ogni pressione ed azione organizzata dal basso non potrà non considerare che giunti in questa fase delicata che si svolge sul ciglio di un burrone finanziario dalla profondità incalcolabile, la necessità più evidente è quella certo di comportamenti radicali e fuori da ogni equivoco, ma razionali, tali cioè da portare a cambiamenti positivi evitando il collasso dei cicli economici di intere aree del globo che inevitabilmente riguarderebbero in primo luogo le aree maggiormente sensibili ai cambiamenti produttivi, ovvero i paesi del terzo mondo (come esempio, se tutti smettessimo di comprare ananas all’improvviso, le multinazionali che ne controllano la produzione avrebbero certo un notevole danno, ma ristrutturerebbero in tempi rapidi la loro azione, mentre il peggior peso sarebbe per gli addetti e le popolazioni dei paesi del terzo mondo ad oggi interessati da monocolture del frutto, che seguendo l’esempio, andrebbero invece aiutati in larga scala ad organizzare cooperative per continuare la produzione e vendita, sulla base del modello oggi esistente del commercio equo e solidale, a gruppi di acquisto sensibili alle dinamiche, ad oggi costituiti dai sempre più numerosi gruppi di acquisto che andrebbero però messi in rete sinergica con i primi, sostenendone gli sforzi di riorganizzazione). Il modello di cambiamento dunque già esiste, necessita però di implementazione e di connessione ad un contemporaneo movimento politico autorganizzato. 

Nell’eccezione socio-economica e culturale, gli universi che contestano l’odierno modello di globalizzazione, nelle ormai numerose ragioni di critica, non manifestano però ancora modelli politici e sociali coesi e lineari che ne organizzino la necessità di fuoriuscita in forma di modelli alternativi “globali” anch’essi (dal momento che il problema è globale, anche le soluzioni dovrebbero essere tali) e ciò è in parte dovuto sia alla frammentazione del quadro critico (ci sono idee differenti che concorrono anche in modo molto contradditorio, ed a volte molto distante, alla definizione di critica al modello della globalizzazione), sia alla mancanza di organicità ideale delle eventuali rappresentanze (non esistono punti di riferimento politico precisi e coerenti alla critica di questo modello economico, tali da essere inquadrati come precisi interfaccia), sia alla sfiducia nei confronti del mondo politico in generale (sentito come distante, poco chiaro o desideroso solo di sovra-determinare), sia all’oggettiva incapacità della politica e dei movimenti di elaborare momenti di costruzione comune delle ragioni ideali in forme pratiche (sia esso un “momento” antropologico di incapacità al dialogo o una differenza semantica, ovvero di linguaggio comune, tra movimenti e rappresentanza).

Nonostante infatti il modello della globalizzazione sia contestato sempre più spesso e coinvolga sempre più persone, seppur spesso con poca consapevolezza, è solo molto blandamente che alcuni movimenti (no-global e new-global) accennano a possibili soluzioni politiche di fuoriuscita o di mitigazione dei suoi effetti (nel sostegno al superamento ed alla critica persino delle autorità religiose, quali papa Francesco e prima di lui papa Benedetto XVI), attraverso soggetti politici identificabili. Siamo cioè ancora alla fase culturale della critica alla globalizzazione od ai primordi difficili di una sua ancora poco visibile identificazione politico-ideale (e che non vorremmo fosse letta, come alcuni fanno in sostanziale buona fede, in Trump o in politicanti populisti e destrorsi che oggi cavalcano il disagio, ovvero gli effetti, dopo aver cavalcato le cause, ovvero quel pensiero che ha imposto la globalizzazione come sistema unico dopo il crollo delle economie di stato). 

E ciò mentre è ancora oggettivamente forte il sostegno di molti gruppi politici e di opinione liberisti, ultraliberisti, in casi estremi definibili anche come anarco-capitalisti, ma anche di una parte sostanziale delle sinistre di governo europee ed americane, all’interezza o alla quasi interezza del processo di globalizzazione.

Ed in ogni caso il dibattito, sia quello radicalmente critico, sia quello a vario titolo e sfaccettatura a sostegno della globalizzazione e dei suoi “sostanziali effetti benefici”, pare incentrarsi soprattutto sul ruolo che questa gioca nel rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri nella creazione di crescita economica, così creandosi un limite oggettivo al dibattito stesso, poiché questo non tiene conto (o lo fa solo minimamente) delle condizioni sociali ormai esplosive createsi nel cosiddetto primo mondo. 

Se infatti secondo molti fautori della globalizzazione (o semplici succedanei culturali, quali appunto le sinistre europee post-blairiane, come quella francese di Hollande e quella italiana di Renzi, ma in generale dell’intero arco politico del Partito Socialista Europeo) questa rappresenterebbe la soluzione alla povertà del terzo mondo, tesi che non intendo ulteriormente approfondire, avendola demolita finora nell’esposizione, e secondo molta sinistra intellettuale o post-intellettuale, tale processo sia ormai irreversibile e si sia destinati a conviverci, per gli attivisti no-global essa ha causato invece un impoverimento maggiore dei paesi poveri, attribuendo sempre più potere alle multinazionali, favorendone lo spostamento della produzione dai paesi più industrializzati a quelli in via di sviluppo, diventate zone franche in cui tutti i diritti umani non sono garantiti e dove i salari sono più bassi, senza dare reali benefici alla popolazione del posto, anzi distruggendone buona parte dell’economia locale, mentre, nel contempo, i new-global asseriscono che uno stato nazionale, limitato entro i propri confini, non riesce più a dettare regole ad imprese transnazionali, capaci di aggirare con la loro influenza ogni barriera politica e condizionare le decisioni dei governi, e che solo l’abolizione dei cosiddetti paradisi fiscali consentirebbe un riequilibrio di una situazione compromessa dallo spostamento di risorse fiscali utili a perequare gli squilibri stessi, nell’evidenza che oggi le multinazionali pagano le tasse dove minore o quasi nulla è la tassazione (sottolineo che gli attivisti new global non sono contro la globalizzazione ma per un diverso modello di questa, più solidale, che tenga più conto delle diversità culturali e non cerchi di omologare tutto il pianeta sul modello occidentale, criticandone l’attuazione selvaggia senza limiti allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali, tesi in parte condivisibile).

Ma in entrambe le tesi critiche alla globalizzazione, le considerazioni sul cosiddetto primo mondo passano quasi in seconda linea, come se nei paesi ricchi ogni effetto perverso della globalizzazione sia o possa essere riassorbito in tempi medio-lunghi attraverso attente politiche di welfare che invece (è non è casuale) ormai segnano sempre più il passo, nella tendenza ad una riduzione sempre più marcata delle formule di protezione sociale, accada ciò per motivazioni ideologiche o anche solo per la mancanza di fondi di bilancio utili ad organizzare forme universali di sostegno reddituale e sociale alle fasce di popolazione finora non solo escluse da ogni beneficio, ma nei fatti impoverite.

Ed attenzione, perché forme politiche di rivolta effettive (seppur, a mio modo di vedere, inefficienti perché isolazioniste) alla globalizzazione riguardano invece proprio i paesi del primo mondo, come il voto statunitense ha di recente ben dimostrato.

Credo quindi che è proprio dal cosiddetto primo mondo che si debbano cominciare ad organizzare forme di fuoriuscita graduale dalla globalizzazione e ciò in considerazione del fatto che economie più ricche siano molto più condizionanti quantitativamente e qualitativamente gli assetti di esistenza, e quindi di rottura, di questo ciclo economico globale.

Attenzione ancora!!! Non sto affatto dicendo che la fuoriuscita dalla globalizzazione si guidi quasi antropologicamente o in virtù di supposte supremazie culturali, da un paese o da un gruppo di paesi occidentali, e che vi sia quindi una formula unica di fuoriuscita, ma sto solo affermando che sottrarre fette di economia ai processi di globalizzazione sia, in termini assoluti e relativi, più “pesante” e gravido di percentuali ed effetti immediati nei paesi ricchi che l’analogo processo nei paesi in via di sviluppo. E vado a spiegare.

Anche se dalla mia analisi precedente sembra che emerga netta più una mia idea no-global (a cui comunque sono stato per molti anni vicino), quindi legata ad una non meglio precisata formula di transizione e fuoriuscita, ed una sostanziale mia lontananza dalle idee new-global, di cui non condivido affatto l’accettazione del sistema, in medio statvirtus, direbbero i latini, forse nelle ragioni di entrambi ci sono mancanze programmatiche, ma anche molte idee condivisibili ed è forse da qui che occorre partire per arrivare alla formula politica di fuoriuscita

Ovvero se la mia principale critica alle idee no global è la mancanza di reali strutture politico-economiche alternative a questo modello, mentre è chiara ed accettabile la loro critica sistemica, quella che faccio ai new global è la parzialità della loro proposta che si limita ad emendare, o chiedere che venga graziosamente emendato, nell’assurdità di pensare a formule solidali di capitalismo, un singolo, seppur fondamentale aspetto, quello della tassazione, quindi del riequilibrio fiscale che limiterebbe gli accumuli finanziari e riequilibrerebbe le risorse.

Ovvero ci si affida a concetti di etica economica che con il turbo-capitalismo non hanno nulla a che spartire, dal momento che questa formula di capitalismo finanziario e globale non è etico e non potrà mai divenirlo, perché la sua stessa natura causale è fondato sulla mancanza di altra etica che non sia un antropologico profitto per il profitto fondato sull’homo hominis lupus di certo modernità che parte dalla fine degli anni ‘70, ma certamente condivido la necessità di arrivare presto ad un patto politico internazionale che limiti o annulli e sanzioni le possibilità di esistenza (o nuova creazione per attrarre  capitali di investimento) di paradisi fiscali, il grimaldello attraverso cui scardinare molti degli automatismi di accumulazione di enormi masse finanziarie. Cosa che però nell’attuale struttura dei rapporti tra poteri governanti pare quasi una favola con cui mettere a dormire i bambini, come dimostrano la guerra delle tassazioni di favore che ormai impazza nel mondo e nella stessa UE.

No, ho una mia umile, ma articolata proposta che parte però da un assunto che vorrei fosse chiaro, cioè che usciremo “globalmente” dalla globalizzazione solo e soltanto quando una vera conferenza internazionale, in qualche forma costituente, riconosca la follia tecnica ed umana del sistema e quando tutti i paesi del mondo cominceranno tutti insieme a decostruirla.

“E quindi mai?”, direte voi lettori, “E quando mai emissari diretti di quei poteri economici, quali ormai i governanti, specie quelli di ormai solo supposta sinistra, sono diventati metteranno fine a questo sistema iniquo ed anti-umano?” – beh, non avete tutti i torti, visti i personaggi e le idee i giro, ma qualche idea pratica “per portarsi avanti con il lavoro” esiste, ed ho cominciato, nel mio piccolo ben ragionato perché rimanga tale, a diffonderla proprio dalle pagine di questo blog e nella mia piccola ed apparentemente così marginale regione, la Lucania, un terzo mondo trapiantato nel primo, dove forti sono gli interessi delle multinazionali alla trasformazione della regione in ciò che oggi molti paesi poveri sono diventati (petrolio, agri-energie, acqua, etc.), ma dove è possibile sperimentare nel suo piccolo soluzioni pratiche molto più difficili altrove per differenti masse critiche di demografia, territorio, risorse, indici di sviluppo economico, scollamento sociale, etc.

E ritorniamo all’idea che la decostruzione della globalizzazione possa o debba partire proprio dai paesi ricchi, o meglio dalle entità regionali di questi, ovvero le istituzioni dotate di un certo grado di autonomia legislativa, quindi in grado di statuire, pur nei limiti oggettivi o della concorrenza con le leggi statali (o direttive di organi di governo sovranazionali) o della predominanza di queste, elementi istituzionalizzati di prassi anti-globalizzanti messe a sistema.

Mi avete sentito parlare spesso in questi anni di g-local”, sia nell’accezione corrente e comune che si dà a questo neologismo (am he starebbe ad indicare un globale fatto della sommatoria di tanti locali), sia in quella di una specie-specifica ricetta locale di sviluppo della regione affidata ad un programma ambizioso che, nella sua ovvia complessità, parla di g-coalizzazione, ovvero globalizzazione dei locali, contro la globalizzazione, fenomeno questo forse impossibile a cancellarsi davvero in ogni sua accezione e di cui però utilizzare uno dei suoi innegabili successi, la circolazione veloce delle idee, proprio per far conoscere quel programma e la sua necessaria discussione in ambiti più ampi di quelli che normalmente la politica consentirebbero.  

E voglio usare proprio quella libera circolazione delle idee per costruire in comune ed affermare un concetto basilare di questo “g-local”, ossia che ogni territorio, previo un cambiamento politico e di indirizzo, dovrebbe e deve costruire programmaticamente un suo progetto di economia circolare, ovvero una forma di multi-ciclo economico che nasce e chiude il rapporto produzione-consumo-reddito per intero o quasi per intero nel territorio stesso, qui generando gli effetti di moltiplicazione degli utilizzi del beneficio economico del denaro con cui ottiene un bene od un servizio, ma non un’economia chiusa in se stessa come si potrebbe a prima vista supporre (una forma di impossibile ed inutile autarchia che conduce alla depressione dei sistemi economici, una banale ricetta di destra che conduce ad isolazionismi antistorici ed inconcludenti rispetto al ciclo domanda/bisogno-offerta/consumo, perché alla propria realtà economica e culturale nel tempo che viviamo non si può più sottrarre il contatto con altre economie ed altre cultura), ma una economia che offre la sua ricerca di completezza di sostentamento primario alla ricerca di completezza altrui e riceve contemporaneamente completezza da quella altrui, in uno scambio tra le ragioni economico-produttive dei territori e delle loro potenzialità peculiari fondato sulla legge della domanda e dell’offerta depurata da ragioni altre che non siano la domanda e l’offerta, ovvero il rapporto tra bisogni reali e costo della produzione nella determinazione di un prezzo equo.

E, quasi logicamente, dovrebbe farlo a cominciare dal più elementare e fondamentale dei suoi processi produttivi e di consumo, l’agricoltura, ovvero la produzione di derrate alimentari.

Come alcuni sapranno nel progetto politico-programmatico che da anni porto avanti con COMUNITA’ LUCANA, l’agricoltura riveste un ruolo di primo piano sia per la rilevanza percentuale ed occupazionale che l’agricoltura ancora riveste nella nostra regione e potenzialmente è in grado di esprimere in un processo mirato di sviluppo, sia nella sua funzione primaria di essere un processo produttivo di cibo (non mi interessano forme agricole no-food fino a quando non sia raggiunta la piena autosufficienza alimentare di un territorio) e quando arriviamo ad immaginare che un territorio prima di esportare le sue risorse agricole, quindi il suo cibo, debba primariamente assicurarsi il pieno e completo auto-soddisfacimento del bisogno alimentare, parliamo di sovranità alimentare, ovvero della specifica capacità di un territorio (quindi dei suoi agenti, gli agricoltori locali) di provvedere nel territorio (quindi in quello specifico contesto climatico-ambientale, relazionale e produttivo) alle esigenze alimentari primarie di quel territorio (ossia ai bisogni primari della sua popolazione).

E per quanto banale, ricorriamo a qualche esempio pratico per spiegare alcuni concetti basilari. Date le produzioni consentite in un territorio dal clima e dal contesto produttivo (l’Italia, e nello specifico la mia Lucania), quanti possono affermare, negli acquisti generalisti di cibo, di mangiare patate provenienti dal proprio contesto regionale?

Certo qualche fortunato ha l’orto che cura da sé o il nonno che gli regala ortaggi, qualcuno vive in prossimità di zone agricole ed acquista direttamente dal contadino, ma in un contesto urbano è certo più semplice per gli acquisti di derrate alimentari rivolgersi al supermercato dove, per esigenze e scelte distributive e nell’occorrenza di tenere ragionevolmente basso il conto della propria spesa, non si troverà altra patata che una patata generica, magari prodotta in un’altra regione, magari in un altro paese o continente, e non si potrà non acquistarle perché se ne ha bisogno per mangiare, quindi soddisfare un insopprimibile bisogno primario e vitale.

E quella patata si acquisterà senza chiedersi se si stia trasferendo denaro ad un coltivatore, attraverso tutta la complessità di passaggi e cicli di una catena distributiva di cui l’agricoltore è magari l’ultimo anello, o se magari non si stia trasferendo il proprio denaro ad una multinazionale che controlla ognuno di quei passaggi direttamente od indirettamente.

Quindi si acquista nel paradosso di non sapere se per alimentare se stessi, si abbia a che fare più o meno direttamente con il produttore (ciclo breve domanda-offerta) o magari non si alimenti uno degli attori di quella globalizzazione che, per esigenze di costi da tenere bassi e profitti da tenere alti, magari ha fatto

  • ·         produrre la patata che il consumatore mangia a contadini egiziani pagati una miseria (e magari prima producevano solo per mangiare loro quella patata e non avevano necessità di comprarla da qualcuno magari più povero),
  • ·         trasportare ad una nave liberiana fino ad un porto tunisino dove viene lavata in condizioni di reperimento della risorsa idrica non ottimali a livello sanitario ed ambientale
  • ·         portare quindi in un porto turco per farla confezionare in una rete prodotta in Cina
  • ·         caricare su un tir polacco fino ad uno stabilimento greco dove viene confezionata,
  • ·         spedire in centro di smistamento in sicilia,
  • ·         affidare ad un trasportatore calabrese che quindi la conduce in un supermercato della tua città, supermercato che porta un nome italiano, ma la cui proprietà, per acquisizioni finanziarie, è della stessa compagnia che ha ordinato al contadino egiziano di produrre quella patata e via discorrendo.

Compresa la complessa catena che imprigiona il cibo, il suo prezzo finale e la necessità di mangiarlo non più alla legge di mercato che fa incontrare domanda ed offerta, ma alla voracità di una multinazionale che fa effettuare i vari passaggi lì dove esistono specifiche convenienze di prezzo, salario, minori tutele sanitarie ed ambientali, etc., e magari non controlla solo il ciclo di quella patata, ma controlla tutte le differenti qualità di patate presenti in quel supermercato, con ciò imponendo di fatto un cartello monopolistico?

Ma come spezzare allora quella catena, allontanando la multinazionale dal cibo e la delocalizzazione produttiva che, abbiamo letto in precedenza, implicita in quella stessa catena, imprigiona il bisogno di cibo in un sistema a cui non interessa altro che ricavarci non un ragionevole profitto, ma un profitto enorme e che si fonda sullo sfruttamento di tanti attori ed economie produttive, nonché sulla riduzione di ogni specificità locale di patata, per proseguire con l’esempio, a pura e semplice patata uguale in ogni dove e priva di quelle differenze che fanno un contesto produttivo diverso da ogni altro?

Bene, un primo passaggio per liberare il bisogno di cibo e ricondurlo in prossimità del luogo in cui si acquista, e quindi per spezzare quella catena è necessario dar modo ai contadini lucani di produrre patate buone ed acquistate a prezzi degni del lavoro per produrle, poi a qualche trasportatore locale di trasferirle, ad un prezzo congruo alla piccola distanza da percorrere, ad un mercato generale a controllo pubblico e di qui ad un supermercato, “costretto” da un meccanismo incentivante/disincentivante fiscalmente a carattere legislativo regionale, a vendere determinate quote di prodotti locali, nel chiudersi del ciclo produzione-consumo in soli tre-quattro passaggi.  

Chi guadagna e chi perde? Facilmente osservabile è che ci perde la multinazionale che non gestisce più i passaggi di produzione e distribuzione, e chi ci guadagna è l’agricoltore, la piccola/media distribuzione locale, il supermercato che fidelizza i clienti al prodotto tipico e locale ed il consumatore finale che non paga più il costo della moltiplicazione assurda dei passaggi precedenti. ma non vi annoio e vi rimando alla prima parte del programma di COMUNITA’ LUCANA, ed a tutto il resto, invitandovi a leggerlo nelle sue stringenti relazioni tra punti verso un traguardo finale.

Ovviamente l’esempio è banale, ma illustra la prima modalità di battaglia contro la globalizzazione, ossia in una prima fase attuare una “g-localizzazione” di produzione e consumo alimentare, attuata territorio per territorio, secondo i contesti specifici e le masse critiche di abitanti, poi in seguito e per fasi graduali organizzare in rete le stesse “g-localizzazioni per assicurare che la gran quantità di patate che occorrono a Roma o a Milano sia assicurata da una rete delle potenziali eccedenze agricole delle singole regioni italiane (ovvero di quanto sia coltivabile oltre il fabbisogno di quel territorio) per provvedere così a mercati di milioni di abitanti che non avrebbero il territorio in misura adeguata per una grande produzione. Sconfitto il ricatto alimentare verso le grandi masse di popolazione urbana, chi ci guadagna e chi ci perde? Ci perde la grande multinazionale, ci guadagnano i cittadini, siano essi consumatori che produttori.

E dal momento che il costo di una patata in Italia è probabilmente dieci volte superiore al costo della stessa in Egitto, comprando patate italiane, commercializzate g-localmente, per dieci milioni di euro al giorno abbiamo sottratto dieci milioni di euro all’economia globalizzata che porta i suoi ricavi in qualche paradiso fiscale o i qualche operazione di borsa, dieci milioni che finiranno invece nei vari cicli economici locali, da cui ripartiranno con gli ovvi benefici ben distribuiti dei cicli economici brevi, ma uno soltanto all’economia egiziana che probabilmente, riconvertendosi sul mercato interno o vendendo in Italia la specificità della propria patata, sarà capace non solo di recuperare la cifra, ma di “liberare” la sua produzione da una multinazionale che obbliga i contadini a lavorare ad un reddito irrisorio per produrre quella stessa patata e riacquistare una sua sovranità alimentare. Chiudo con l’esempio della patata.

Questo indica che se ogni territorio dei paesi più ricchi fosse in grado di provvedere a ciclo breve alla maggior parte del proprio cibo, probabilmente ogni territorio dei paesi poveri farebbe altrettanto e non sarebbe più costretto a dipendere dalle multinazionali, che vedrebbero il proprio ruolo di influenza sulle grandi scelte agricole mondiali ridotto o annullato, con le masse finanziarie che, rimanendo in loco, svolgeranno effetti locali di ciclo virtuoso.  

Se quindi il territorio di una regione fosse in grado, nei limiti delle legislazioni vigenti, di auto-organizzare su cicli locali o di prossimità buona parte della propria economia produttiva, sottrarrebbe la stessa ad ogni influsso delle multinazionali, ma siamo ovviamente nel campo del teorico, perché un paese manifatturiero come il nostro, e quindi anche economie manifatturiere locali, avrebbe sempre bisogno di merci estere, ed è proprio per questa oggettiva difficoltà di arrivare subito al cuore della globalizzazione chel’organizzazione di una economia del cibo diventa il primo tassello rapido (perché annuali sono i cicli agricoli e quindi di riorganizzazione) di una lotta più vasta e di medio-lungo termine alla globalizzazione controllata dalle multinazionali e dalla finanza. 

Lotta che deve partire dall’assunto che il commercio estero non è affatto un male, se affidato al mercato dove domanda ed offerta non sono condizionate dalle quotazioni fissate in un altrove speculativo di una merce, lotta che non può prescindere dalla convinzione che saremo forse liberi da questa globalizzazione quando solo e soltanto quella legge pura della domanda e dell’offerta (ovvero quanto x vale adesso nell’incontro tra chi produce e chi compra), depurata quindi dalle intromissioni della finanza organizzata intorno ai futures (ovvero alle scommesse su quanto x varrà domani nel condizionamento basato sull’accaparramento e la gestione totale dell’offerta per determinare il prezzo in nuovi oligo-monopoli di fatto), ritornerà a regolare le transazioni internazionali.

Arriviamo al nocciolo, incrociando i fili di altri ragionamenti fatti in altri articoli. Le attuali classi dirigenti politiche nazionali sono ormai da tempo una emanazione quasi diretta del pensiero e della prassi neoliberista che sponsorizza questa globalizzazione e contemporaneamente molte funzioni tipiche degli stati in termini di politica economica sono state delegate ad organi sovranazionali non perfettamente o per nulla democratici, organi dove maggiore è l’innesto di quelle pratiche e quelle teorie neoliberiste perché costruiti su misura della stessa globalizzazione e dei suoi processi, quindi non è possibile aspettarsi nulla o quasi che parta dal “centro delle decisioni” o dalle politiche nazionali nell’immediato,con buona pace di Trump che crede di poter fare a meno del mondo nella sua “ingenua” visione isolazionista o dei politici inglesi che credono di ristabilire un post-imperiale predominio anglosassone sull’economia mondiale. 

Rimangono ancora passibili di mutamenti politici sostanziali, le realtà dei governi locali di area vasta, quelli regionali per intenderci nella realtà italiana, dove esiste una potestà legislativa esercitabile autonomamente, entro certi vincoli di legislazione statale o comunitaria

Questi vincoli attualmente non stabiliscono ancora che in un territorio le merci debbano venire da un luogo o dall’altro, da un produttore o dall’altro (seppure qualcosa in tal senso è iniziata da tempo in sede UE), ma “solo” che in quel territorio si debba sottostare come altrove ad alcuni principi di libera concorrenza entrati nella legislazione, libera concorrenza che quando è esercitata senza protezioni incentivanti le produzioni locali è evidente che favorisca la produzione delle multinazionali che riescono a gestire un tenore dei prezzi su misura dei propri interessi di creare profitto o di impedire la comparsa di elementi produttivi realmente concorrenziali.

Il punto è quindi come “favorire” le produzioni locali, senza incorrere in divieti o sanzioni. Ogni aiuto finanziario o fiscale ad aziende italiane in libera concorrenza è sanzionato come aiuto di stato dalla unione europea, ma nessuna direttiva europea o legge nazionale impedisce ad una regione un regime fiscale incentivante verso una produzione che ottemperi a specifici parametri ambientali e/o sanitari indicati come prioritarioper la propria popolazione o territorio (finora nessuna legislazione ha potuto stabilire con chiarezza che le esigenze di produzione ed il profitto possano bypassare le esigenze di tutela ambientale o sanitaria).

E se quindi una forza politica territoriale che vincesse delle elezioni regionali, stabilisse programmaticamente che la produzione e distribuzione agricola (o anche in altri comparti) nel territorio amministrato debbano, per esigenze di tutela della salute e dell’ambiente, avvenire secondo determinati parametri biologico-funzionali in osservanza delle tutele stabilite ed accedano così a specifici incentivi locali, fiscali o infrastrutturali, tali da riequilibrare la sbilanciata concorrenza delle multinazionali per sbaragliare processi produttivi più virtuosi, ecco che un pezzo anche piccolo di globalizzazione si allontana da quel territorio.

E se sull’esempio di quel territorio anche altri territori seguissero questa strada, ecco che intere aree avrebbero allontanato pezzi di globalizzazione dalla propria produzione di cibo.

E quando intere aree di un paese si sarebbero allontanate dalle “vie maestre” protette fino a quel momento dai governanti dei paesi, proprio costoro non potrebbero che prenderne atto e porsi di fronte ad una scelta, ovvero se seguire il dettato dei propri ispiratori ideologici e perdere elettoralmente i propri territori, o seguire i territori e perdere quei cattivi ispiratori e consiglieri, fino a rinsavire sulla strada da percorrere per riconnettersi ai propri cittadini, quella che conduce lontano da questa globalizzazione a senso unico.Una politica centrale che finalmente cominci a seguire le indicazioni dal basso.

E certo sarebbe preferibile che, nel procedere di piccole vittorie di piccole forze politiche nelle regioni e nei territori, si possa a quel punto formare una coalizione federata dei territori che reclama un suo ruolo politico nei processi decisionali.

Il punto centrale del ragionamento diventa allora come organizzarsi per mettere in campo alternative programmatiche locali in grado di essere vincenti in un confronto con forze politiche nazionali, tenendo conto che sui territori occorre rispondere direttamente alle persone dei propri atti e progetti, in un accorciamento della filiera del consenso politico che,se non diviene certo più facile, diviene però più abbordabile per piccoli ed agili movimenti locali, ben radicati e riconoscibili dagli elettori, rispetto alla difficoltà di accedere nell’immediato ai grandi processi politici nazionali ed internazionali.

Parlo ovviamente da sinistra di una prospettiva di sinistra federata dei territori per recuperare un altro senso di sinistra, oggi neppure più percepita come esistente, una sinistra dei territori

  • ·         vera nelle idee programmatiche (che nei territori, come in altri ambiti, devono toccarsi con mano per essere credibili come progetti e come non accozzaglie dialettiche per il piccolo cabotaggio utile alla sopravvivenza di qualche poltrona),
  • ·         percepibile come forza politica popolare, ovvero che ascolti il popolo, ascoltandone i bisogni reali, equità sociale, lavoro per tutti, reddito bastevole ad una esistenza dignitosa, sicurezze, ambiente sano, solidarietà e senso della comunità, razionalizzandoli nel suo concorso per guidare verso un’altra direzione, e non gli umori,
  • ·         identificabile come un reale nuovo approccio alla politica nei volti, nelle pratiche, nelle parole, nei metodi, nell’assunto che le gambe delle persone servono per portare idee e non aspettative personali,
  • ·         pienamente coinvolta nelle dinamiche territoriali e di comunità, senza recitazioni di distinguo identitaristi rispetto alla comunità stessa, perché localmente i concetti di destra e sinistra assumono risvolti troppo pratici ed immediati perché si disputi sul sesso degli angeli
  • ·         coinvolgente e condivisa nella tutela dell’interesse locale, perché gli interessi nazionali o sono la somma armonizzata dalla buona politica degli interessi locali, quindi dei cittadini reali, o sono altro dal cittadino
  • ·         aperta ai contributi di idee da parte della cittadinanza, inclusiva e comprensiva delle dinamiche dell’individuo e di una collettività di individui

Non possiamo per pigrizia, debolezza, stanchezza, disillusione o spocchia non essere attori consapevoli di una lotta alla globalizzazione che oggi pare più materia per l’isolazionismo di un Trump o un “neo-albionismo” alla Brexit, per i lepenismi o i salvinismi, soluzioni politiche di una destra della paura e della paranoia del diverso, ormai votate da popoli socialmente stanchi di un sistema che impoverisce e che li ha impoveriti, ma di cui non riconoscono i colpevoli, limitandosi, quando possono, a votare un meno peggio che la rabbia delle proprie ragioni gli fa riconoscere nella melodia di qualche pifferario.

Se la prospettiva della sinistra governista è quella di cercarsi padroni o mentori a garanzia della sopravvivenza, a noi che ci speriamo ancora in una sinistra vera, quella del popolo e per il popolo, non resta che rimboccarci le maniche, calandoci in quella esigenza di giustizia e di equità che oggi sembra provenire dal profondo della società e che occorre intercettare da sinistra, per guidarla con il cuore e l’intelletto, e non lasciarla alla destra ed al ventre di una società stanca ed impaurita che ha perso ogni punto di riferimento.

Al lavoro, dunque. Organizziamo senza paura del compito e dell’esposizione di ciascuno di noi programmi politici locali che vadano con intelligenza e chiarezza contro la globalizzazione ed i suoi effetti di delocalizzazione delle scelte (una delle armi migliori del globalismo, allontanare le decisioni dai luoghi), riportando le scelte ai territori ed intercettando i bisogni di base dei cittadini, riportiamo il locale ed i locali a governare e costituire il globale, perché la Terra non è fatta di omogeneità, ma di differenze, e l’unione delle differenze non è mai l’omogeneità massificante di chi da cittadini ci ha fatti consumatori, ma la ricchezza dell’essere abitanti di un pianeta che non possiamo consumare.

Il sottoscritto da questa piccola regione ci sta provando e vi chiede collaborazione, offrendo collaborazione.

Miko Somma

n.b. il presente saggio, parte di un lavoro più ampio, è a disposizione di chiunque intenda utilizzarlo nella correttezza del no-copyright, ovvero citandone la fonte

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