idee per un paese diverso

1) Pompei una risorsa dal passato da far vivere nel futuro

Pompei ed i suoi scavi archeologici sono uno dei più noti siti archeologici del mondo. Ovviamente ciascuno di noi sa di cosa parliamo, ma due notizie rapide su Pompei, cominciando con il dire che il comune ha oltre 25.000 abitanti e per ciò che riguarda il sito archeologico, ovvero la città romana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.c., questo fu riportato alla luce a partire dalla fine del ‘700, restituendoci non solo la città con i suoi edifici, ma anche pitture, mosaici, suppellettili e molti calchi in gesso degli abitanti sepolti dalle ceneri, che hanno permesso di ricostruire lo stile di vita dell’epoca.

I primi scavi nell’area pompeiana datano già 1748, su iniziativa del re Carlo III di Borbone, dopo gli importanti ritrovamenti di Ercolano: in realtà i primi sondaggi andavano in cerca dell’antica Stabiae, ma dopo il ritrovamento monete ed oggetti d’epoca romana e di parti di costruzioni, il tutto fu ricoperto ed i sondaggi ripresero nel 1754, portando solo nel 1763, e grazie alla scoperta di un’epigrafe che si intuì che si trattasse della antica città di Pompei.

Ma fu per impulso di Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, e per l’opera dell’ingegnere Francesco La Vega che parte della città (la zona dei teatri, il tempio di Iside, il Foro Triangolare, diverse case e necropoli) fu definitivamente riportata alla luce, per poi essere ampliata la zona di scavo durante il successivo dominio francese, con l’individuazione della cinta muraria e di altre zone che presto, grazie alle molte fecero crescere l’interesse in tutta Europa, diventando gli scavi tappa obbligata del Grand Tour, ovvero del “turismo” colto dell’epoca.

Dopo periodi di abbandono, fu solo in seguito all’unità d’Italia e sotto la guida di Giuseppe Fiorelli, che vi fu una ripresa scientifica delle indagini, con la prima divisione della città in regiones ed insulae, secondo la topografia romana, e con l’introduzione della la tecnica dei calchi, arrivando in seguito alla prima mappa dell’intera area pompeiana.

Durante il XX secolo, furono completati gli scavi della zona di Porta Ercolano, della zona meridionale e della Villa dei Misteri, cominciando le prospezioni lungo Via dell’Abbondanza. Possiamo quindi affermare che la quasi interezza del sito è stata portata alla luce tra la fine del 700 e la prima metà del 900, “limitandosi” o quasi le attività seguenti ai lavori di restauro, rallentandosi di molto le nuove indagini, sia per problemi di finanziamenti, sia per i danni causati dal terremoto del 1980.

Dopo gli anni novanta, con la dichiarazione UNESCO del sito archeologico di Pompei, con Ercolano ed Oplonti, patrimonio dell’umanità, i nuovi scavi si concentrarono nella zona della IX regio, pur se la maggioranza dei fondi a disposizione continuarono e continuano tuttora ad essere assorbiti dalla conservazione e dal restauro dei ritrovamenti attuali, che però rimangono ancora senza un preciso ed organico piano di restauro dell’intero sito, nonostante il cospicuo finanziamento dell’Unione europea del 2010 per la salvaguardia degli scavi (nel paradosso che durante lo svolgimento stesso dei lavori del “Grande Progetto Pompei” ci sono stati altri crolli, parti di muratura, travature dei tetti e porzioni di intonaci.

Inutile quindi negarsi che il problema di un’organica opera di conservazione e restauro necessita di qualcosa in più del pure ottimo sovrintendente Osanna, venosino, proveniente dalla sovrintendenza lucana. A Pompei serve un piano di ampio respiro che se ne prenda definitivamente cura e ricollochi nell’immaginario collettivo un sito archeologico unico e straordinario che oggi ha necessità di salvarsi dal degrado con una operazione di primaria importanza per il paese, per la sua cultura e per la sua economia (ricordo che il sito di Pompei nel 2016 ha superato i tre milioni di visitatori, risultando terzo sito museale statale più visitato in Italia dopo Pantheon e circuito archeologico del Colosseo- Foro Romano-Palatino, e con prospettive di crescita potenzialmente ancora da esplorare).

Ma Pompei ed i suoi scavi hanno una carenza strutturale, essere cioè un sito archeologico fragile e che, esposto alle intemperie, tende naturalmente a sbriciolarsi per l’effetto combinato di più fattori climatici ed antropici che insistono sul sito, avendo sempre così bisogno di quelle continue opere di consolidamento che costituiscono parte cospicua delle risorse in uscita della sovrintendenza.

Ed il paradosso è che apparentemente sembra non potersi fare nulla per arrestare un degrado che è solo grazie a continue opere di manutenzione, ripristino e riparazione che rimane in piedi.

Inutile sottolineare che quanto rimasto sotto uno strato di metri di ceneri sedimentate e perfettamente conservato per quasi due millenni, rischia oggi di sparire o di essere sminuito nel valore conservativo con un danno enorme sia per il patrimonio culturale italiano e mondiale, che per tutte le rilevanze in termini economici che derivano da quell’ingente flusso di turisti che ne affollano le vie, principalmente durante il periodo primaverile-estivo, come intuibile per via di migliori condizioni meteoclimatiche.

Chiaramente le problematiche conservative debbono tener di conto non solo di complesse tematiche deontologiche (esistono scuole di pensiero diverse che, sul tema della conservazione del patrimonio archeologico suggeriscono soluzioni spesso molto diverse tra loro),  ma anche della vastità dell’area che si estende per 66 ettari, ovvero 660.000 metri quadrati, una superficie che impone gravosi termini di gestione quotidiana di pulizia, di sorveglianza, di attività di guida agli scavi, di monitoraggio continuo, di conservazione e restauro, condizioni queste che devono anche tenere conto di difficoltà metereologiche che se da un lato limitano gli afflussi di visitatori, con un nocumento di incassi che si riverbera sulle stesse attività in termini di gestione di cassa, dall’altro però pongono più profonde problematiche di gestione (degrado progressivo) che implicano sempre maggiori oneri anche nella semplice attività di preservare il sito.

Gli ingenti trasferimenti in denaro ultimamente giunti al sito non sono sembrati in grado di fermare il degrado dello stesso poiché l’aspetto gestionale, pur molto migliorato e migliorabile, non sembra in grado di fermare proprio il progressivo degrado delle strutture, che non solo debbono tener conto del trascorrere del tempo nei suoi naturali processi ossidativi e di invecchiamento statico delle strutture (piogge che sempre più spesso assumono carattere di intensi rovesci alluvionali, dilavando le malte ed erodendo i materiali, azione di vento e freddo che, in condizioni estreme, ma pur sempre possibili per la zona, scende anche sotto lo zero termico e dispone le strutture all’effetto dell’acqua-vento, ovvero il ristagno meccanico dell’acqua trattenuta dal vento che tende a rompere le strutture coesive, ed al suo congelarsi che, nella meccanica dell’espandimento dell’acqua allo stato solido, sollecita la rottura delle stesse malte, compromettendo, nell’azione combinata di più fattori climatici, la tenuta dei mattoni in interi tratti murari, intenso soleggiamento che conduce all’ossidazione dei materiali più fragili e più esposti), ma anche di molti processi antropici che insistono su una zona molto densamente abitata (inquinamento solfo-carbonico con processi di calcificazione ed erosione di marmi ed intonaci, vibrazioni indotte del terreno, gradiente di inquinamento acustico, effetti ai quali aggiungerei anche la particolare forma di inquinamento costituita dalla camorra e suoi addentellati).

L’unica soluzione per impedire strutturalmente il logorio naturale e quello indotto parrebbe allora una copertura dell’intero plesso con materiali protettivi idonei sia ad essere attraversati dalla luce che a limitarne il gradiente termico durante l’estate od aumentarlo durante l’inverno, operazione questa che se pone problemi tecnici risolvibili in progettazione e problemi deontologici da affrontare nelle sedi opportune di dibattito, prospetta una grande operazione di carattere culturale e strategico, la cui importanza ed i cui risultati vanno affrontati, una volta risolte le questioni tecniche, procedurali e culturali, secondo questi concetti:

1.    Maggiore conservazione statica del sito che trarrebbe così beneficio dalla sottrazione agli elementi climatici più estremi e compromettenti (ricordo che è pratica molto comune in tema di conservazione proteggere i siti archeologici dalle intemperie)

2.    Allungamento del periodo di visita sia all’effettività dell’intera stagione invernale che alle giornate più inclementi climaticamente, nonché alle ore notturne, ore queste che, mediante opportuni accorgimenti illuminotecnici, acustici e video potrebbero aprire fasi di percezione del tutto inedita finora per i turisti, segnalando il passaggio del sito dalla mera conservazione museale alla sua conservazione dinamica (ricordo che gli orari di apertura attuali sono 1 novembre/31 marzo 09.00 – 17.00, 1 aprile/31 ottobre 09.00 – 19.30)

3.    Segnale di un rinnovato e forte interesse dello stato e delle amministrazioni locali verso la conservazione dinamica dei siti e verso la vocazione del paese a far divenire l’unicum storico, culturale, archeologico, artistico, il volano di un nuovo sviluppo

4.    Un coinvolgimento internazionale nella progettazione, vista l’enorme rilevanza del sito

5.    Miglioramento della qualità dell’offerta turistica in grado di attirare più visitatori 

Insomma le enormi ricadute culturali (il paese investe finalmente in maniera decisa ed innovativa sul proprio patrimonio storico), di programmazione (investimento diretto sul territorio e non più sulle reti) ed economiche (aumento del numero di visitatori con impatto locale e nazionale), dovrebbero essere chiare, ma rimane un punto, ovvero “quanto costerebbe una simile operazione che a prima occhiata appare quasi faraonica?”.

Bene, andiamo allora prima al punto pratico con una serie di spiegazioni ed alcune immagini tratte da un interessante progetto spagnolo, la copertura del parco archeologico del Molinete a Cartagena, regione della Mursia, un progetto  firma di Atxu Amann Alcocer, Andrés Cánovas Alcaraz e Nicolás Maruri González de Mendoza, e  che, ovviamente, non prendiamo a modello di riferimento, essendo molto differente per dimensioni del sito (1847 mq), per allocazione urbanistica (contesto urbano), per importanza del sito (un piccolo insediamento romano con terme, palestra e domus) e condizioni di contesto più generali, ovviamente non volendo suggerire progetti o progettisti specifici, ma come paradigma progettuale.

Recita il bel sito internet con cui si mostra il progetto che “La copertura costituisce, senza alcun dubbio, un nuovo tassello urbano in una Cartagena la cui sfida architettonica più grande è il dover far convivere architetture appartenenti a epoche e stili molto distanti tra loro, facendole vibrare e migliorare in virtù della loro prossimità…

L’intervento riunisce il complesso dei resti in un unico spazio che permette una percezione ininterrotta dell’insieme, e che verso l’esterno si frammenta per adeguarsi alla scala percettiva del contesto urbano formato dalla città e dal parco del Molinete…L’obiettivo principale del progetto è il rispetto dei resti esistenti, ottenuto attraverso l’utilizzo di una struttura a grandi luci che richiede il minor numero possibile di appoggi per sostenere la copertura. Data l’impossibilità di realizzare appoggi verticali nell’estremo nord del sito (limitrofo alla strada romana), la maggioranza di essi è distribuita lungo il restante perimetro del lotto, mentre solo tre (integrati con le mura romane) sono realizzati al suo interno.”

 

Ed ancora “…La frammentazione dei pilastri in gruppi di sostegni di minor diametro permette di alleggerire la loro percezione…La copertura, anch’essa indirizzata a trasmettere questa sensazione di leggerezza, è stata concepita come un elemento che lasciasse passare la luce, ed è costituita da due elementi: uno adibito a risolvere il problema della chiusura (policarbonato), e uno adibito a sfumare l’incidenza della luce e a conferire un aspetto esteriore unitario al progetto (lamiera perforata)…

 

L’illuminazione notturna collabora nel rinforzare l’aspetto di leggerezza del volume.” (foto e testi tratti da http://www.zeroundicipiu.it/2012/05/29/copertura-del-parco-archeologico-del-molinete/ )

Chiaro che simili progetti (ve ne sono molti altri in giro per il mondo, ma per esigenza di brevità della nostra esposizione rimaniamo concentrati su questo) potrebbero riguardare Pompei solo per singoli lotti od insulae, mentre un progetto di copertura totale o parzialmente totale richiederebbe altre strutture che dovrebbero tener di conto di molte variabili (coprire l’area interamente o lasciare che sia un insieme di lotti coperti con ampie zone scoperte in prossimità delle zone aperte, come il foro) ed in rapporto alla scelta prevedere anche altre ipotesi di materiali (una piccola struttura necessita di pilastri ed ancoraggi meno pesanti, esistono poi una serie molta ampia di materiali che possono per esempio prevedere la contemporaneità della produzione di energia elettrica attraverso strutture produttive integrate fotovoltaiche e micro-eoliche per l’auto-sostentamento del sito stesso)…

Insomma a me non sta suggerire soluzioni tecnico-architettoniche che prevedibilmente una grande gara internazionale, quale quella che sarebbe necessaria per una simile opera, coinvolgendo il meglio dell’architettura mondiale (sperabilmente non solo le cosiddette archi-star), fornirebbe, a me sta solo il “mettere la pulce all’orecchio” su un progetto, come gli altri che seguiranno a questo, in una serie di articoli che dedicherò a progetti innovativi che in premessa ho definito come “grandi opere”, che in realtà tali poi non sono, che potrebbero qualificare un futuro diverso e più aderente alle vocazioni del nostro paese, appunto al titolo di “idee per un paese diverso”…

Ed allora adesso posso rispondere alla domanda “quanto costerebbe”…gli architetti del progetto in esame hanno definito in meno di 977.000 euro il costo dell’intervento che, ricordo, riguarda una superficie di 1847 m.q, quindi circa 528 euro per metro quadro, non poco dunque, ma neppure tanto…

Così volendo ingenuamente (ma non troppo) prendere questa misura ad unità di base per un calcolo stimabile da applicarsi al nostro progetto che riguarda una superficie di 660.000 mq, di cui diciamo circa 500.000 da ricoprire, il costo sarebbe valutabile in una cifra di 264 milioni di euro, cifra che per esigenze di arrotondamento, maggiori costi locali, progettazioni e via discorrendo, il nostro paese potrebbe indicare in un’asta internazionale a base di 300 milioni di euro per l’interezza del progetto

Non una piccola cifra, certo, ma parliamo di meno dello 0, 02% del PIL nazionale, una cifra che sembra enorme, ma che va confrontata con il costo dell’aereo presidenziale acquistato di recente dal primo ministro di rignano fiorentino, circa 170 milioni di euro, o di un solo F135 di quelli che dovremmo ingurgitare per un sistema di difesa orientato alla difesa che neppure prevedrebbe simili macchine, circa 100 milioni di euro ciascuno

Ed è da tenere in conto che se da tale progetto originasse un prudenziale maggiore afflusso del 30% di visitatori, quindi un milione in più rispetto agli attuali, ciò corrisponderebbe ad un maggiore incasso per gli scavi valutabile in circa 16 milioni annui, con un indice di remunerazione annua dell’investimento maggiore del 5% annuo, e ritorni in termini occupazionali e reddituali per la disastrata economia locale ancor più grandi…mica male come investimento, no?

Vi sembra ancora troppo come costo per un progetto che, oltre il conto economico pure necessario, qualifica un paese migliore che comincia a praticare la sua fuoriuscita dal pantano e riprende il suo posto tra i grandi paesi del mondo, attingendo al suo passato per traguardare verso il suo futuro?

E qualcuno ha idea delle sinergie collaborative a livello internazionale che si potrebbero innescare? O dello stimolo culturale che ne potrebbe nascere e che al nostro paese potrebbe fare riferimento?

Le vere grandi opere non sono le “grandi opere all’italiana”, se nascono nell’intelletto, nel cuore e nella capacità di guardare lontano.

Con affetto ai lettori

Miko Somma

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