il sistema solare in immagini – parte III – marte

nell’esposizione del tema, salteremo la terra che ovviamente è il terzo pianeta a partire dal sole ed ha un satellite naturale, la luna, non per ignorare che la nostra casa sia un semplice oggetto del sistema solare, quanto per maggiore scorrevolezza dell’esposizione stessa, dedicando però sia alla terra che alla luna un focus specifico

la maggiore lunghezza di questa parte ovviamente dipende dal fatto che allo stato attuale marte non è soltanto l’oggetto cosmico più indagato finora dall’uomo, luna esclusa (ma parliamo del cortile di casa, ma quello che, sia in passato che oggi, ancora costituisce un luogo dell’immaginario collettivo, sia per la sua somiglianza con la terra, sia per le immagini ormai divenute familiari del pianeta rosso, sia per quell’archetipo che ci ha sempre fatto pensare alla vita aliena come ai “marziani” (e vedremo come fino agli anni 60 dello scorso secolo ciò fosse ancora vero), sia ancora per quel breve passo che ci separa da lui…se esiste o è esistita vita su marte è una domanda che ci poniamo ancora, mentre altri mondi si sono aggiunti alla ricerca di forme di vita che credo sia il vero movente della ricerca spaziale

Marte

Marte è il quarto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole, visibile ad occhio nudo, ed è l’ultimo dei pianeti rocciosi di tipo terrestre. È anche chiamato il pianeta rosso a causa del suo colore dovuto alle grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono.

Risultato immagine per marte

sopra mosaico globale di 122 immagini riprese dalla sonda Viking 1, in orbita intorno al pianeta, il 22 febbraio 1980. al centro la Valles Marineris, l’enorme spaccatura della crosta di marte

Pur presentando temperature medie superficiali piuttosto basse (tra −140 °C e 20 °C), il pianeta è il più simile alla Terra tra quelli del sistema solare, con dimensioni intermedie fra quelle del nostro pianeta e della Luna, presenta un’inclinazione dell’asse di rotazione e durata del giorno simili a quelle terrestri. La sua superficie presenta formazioni vulcaniche, valli, calotte polari e deserti sabbiosi, e formazioni geologiche che vi suggeriscono la presenza di un’idrosfera in un lontano passato. La superficie del pianeta appare fortemente craterizzata, a causa della quasi totale assenza di agenti erosivi e dalla totale assenza di tettonica delle placche e con la bassa densità dell’atmosfera non in grado di consumare una buona parte dei meteoriti. Fra le formazioni geologiche più notevoli di Marte si segnalano l’Olympus Mons o monte Olimpo, il vulcano più grande del sistema solare (alto 27 km); le Valles Marineris, un lungo canyon notevolmente più esteso di quelli terrestri e un enorme cratere sull’emisfero boreale ampio circa 40% dell’intera superficie marziana.

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foto di marte all’osservazione amatoriale

In passato all’osservazione diretta Marte presentava variazioni di colore imputate alla presenza di vegetazione stagionale, ma sia osservazioni spettroscopiche dell’atmosfera che la missione Mariner 4 (1965) mostrarono invece un pianeta desertico e arido, caratterizzato da tempeste di sabbia periodiche e violente, ma soprattutto senza alcun segno di presenza di manufatti (il primo atterraggio di sonde automatiche avvenne undici anni dopo, con le missioni Viking I e II, ma non vennero rilevate tracce di vita o di composti organici in superficie, anche se missioni più recenti hanno evidenziato presenza di acqua sotto forma di ghiaccio ed osservazioni satellitari la probabile liquefazione di questo in acqua). Attorno al pianeta orbitano due satelliti naturali, Fobos e Deimos, di piccole dimensioni e forma irregolare, probabilmente asteroidi catturati dalla gravità del pianeta.

A occhio nudo Marte appare di un marcato colore giallo-arancio o rossastro e per luminosità è il più variabile nel corso della sua orbita tra tutti i pianeti esterni: la sua magnitudine apparente infatti passa da +1,8 alla congiunzione fino a −2,9 all’opposizione perielica, che si verifica ogni due anni circa e rende il pianeta difficile da osservare. A causa dell’eccentricità orbitale la sua distanza relativa varia a ogni opposizione determinando piccole e grandi opposizioni, tanto che il 27 agosto 2003 alle 9:51:13 Marte si è trovato nella posizione più vicina alla Terra in 60 000 anni, 55.758.006 km (0,372 719 UA, sigla che sta ad indicare la distanza media tra terra e sole), avvicinamento che sarà, il 22 agosto 1924, a 0,372 846 UA, il 24 agosto 2208 sarà di 0,372 79 UA e picco di questo millennio l’8 settembre 2729, quando si troverà a 0,372 004 UA dalla Terra.

Risultato immagine per marte

un’altra immagine di Marte dove appare ben visibile la Valles Marineris

Con l’osservazione al telescopio sono visibili già alcuni dettagli caratteristici della superficie. Basta un piccolo obiettivo da 70-80 millimetri per osservare macchie chiare e scure sulla superficie e le calotte polari; con un 100 millimetri si può riconoscere il Syrtis Major Planum. L’aiuto di filtri rossi permette inoltre di delineare meglio i bordi tra regioni di diversa natura geologica. Con un obiettivo da 250 mm e condizioni di visibilità ottimali sono visibili i caratteri principali della superficie, i rilievi e i canali. La visione di questi dettagli può essere parzialmente oscurata da tempeste di sabbia su Marte che posso estendersi fino a coprire tutto il pianeta.

Risultato immagine per marte

una immagine dalla missione Atmosphere and Volatile Evolution (MAVEN), lanciata nel novembre 2013 

Moto retrogrado apparente di Marte

L’avvicinarsi di Marte all’opposizione comporta l’inizio di un periodo di moto retrogrado apparente, durante il quale, se ci si riferisce alla volta celeste, il pianeta appare in moto nel verso opposto all’ordinario, (quindi da est verso ovest anziché da ovest verso est) con la sua orbita che sembra formare un ‘cappio’ (in inglese “loop”); il moto retrogrado di Marte dura mediamente 72 giorni.

Esplorazioni del pianeta

Numerose sono state le missioni, passate ed ancora in corso, verso Marte intraprese da Unione Sovietica, Stati Uniti, Europa e Giappone per studiarne geologia, atmosfera e superficie ma occorre ricordare che quasi i due terzi delle missioni sono risultate insuccessi per inconvenienti tecnici, cosa questa che risulta un’ulteriore motivazione per proseguire le ricerche, per trovare tracce di vita sul pianeta, possibilità ridotta dal clima, assenza di atmosfera e bombardamento cosmico, tuttavia non impossibile a livello microbico, visto che appare confermata non solo la presenza di acqua in tempi remoti, ma la presenza di acqua ancora oggi in forma ghiacciata, fusa o sotterranea

Le missioni spaziali sono però vincolate a finestre di lancio di 2-3 mesi ogni 780 giorni, corrispondente al periodo sinodico, con la seguente tabella fino al 2020

 

Anno

Lancio

Arrivo

2018

Apr 2018 – Mag 2018

Nov 2018 – Gen 2019

2020

Lug 2020 – Set 2020

Gen 2021 – Nov 2021

 

 Missioni passate

La prima missione che ebbe successo fu nel 1964-65 con il passaggio in prossimità di Marte del Mariner 4 della NASA, ma i risultati diversi dalle aspettative di un pianeta vivo portarono a riduzioni ingenti delle risorse per l’esplorazione del pianeta, con annullamenti e rinvii di missioni pianificate, pur continuando altre missioni del programma (mariner 6, 1969, 75 immagini, mariner 7 126 immagini, mariner 9, 1971, 349 giorni in orbita intorno a marte). Il primo atterraggio fu nel 1971 con la sonda sovietica Mars 3 (dopo i fallimenti del cosmos 419 e del mars 2, che aveva rilasciato un modulo schiantatosi al suolo) che 20 secondi dopo l’atterraggio però perse i contatti con la Terra. 

Risultato immagine per mariner 4 marte

sopra e sotto, 3 immagini della missione mariner 4 (1965)

Risultato immagine per mariner 4 marte

Fu il programma Viking della NASA (due satelliti orbitanti con un modulo di atterraggio che raggiunsero il suolo nel 1976) che aprì con successo l’esplorazione a terra. Il Viking 1 rimase operativo per sei anni, il Viking 2 per tre con le prime foto a colori della superficie marziana e mappature di qualità tale da essere ancora oggi usate.

Color image of rocky Martian surface with portion of Viking Lander in lower right corner

sopra la prima immagine a colori di marte scattata dalla viking 1

sotto un’altra immagine scattata dalla viking 1

sopra una immagine scattata dalla viking 2

sotto un’altra immagine scattata dalla viking 2

Risultato immagine per viking 2 marte

Nel 1988 i moduli sovietici Phobos 1 e 2 furono inviati per lo studio di Marte e delle sue due lune. Si perse il segnale di Phobos 1 mentre era in viaggio e Phobos 2 riuscì a inviare foto del pianeta e di Phobos ma un guasto impedì di liberare due sonde sulla luna e nè miglior sorte ebbe la missione Phobos-Grunt lanciata nel novembre del 2011 e precipitata a terra nel gennaio successivo, dopo che problemi tecnici occorsi hanno impedito la prosecuzione del viaggio verso l’obiettivo.

sopra il monte olimpo ripreso dal mars global surveyor

sotto  altre immagini riprese dal mars global surveyorRisultato immagine per mars global surveyor best images

Risultato immagine per mars global surveyor best imagesRisultato immagine per mars global surveyor best images

Dopo il fallimento nel 1992 del Mars Observer, la NASA nel 1996 inviò il Mars Global Surveyor; la missione di mappatura fu un completo successo e si concluse nel 2001. I contatti si interruppero nel novembre del 2006 dopo 10 anni nell’orbita marziana. Un mese dopo il lancio del Surveyor, la NASA lanciò il Mars Pathfinder che trasportava il robot da esplorazione Sojourner, atterrato nell’Ares Vallis, una missione di successo, famosa per le immagini inviate sulla Terra.

Risultato immagine per Sojourner marte

sopra e sotto l’uscita del rover Sojourner

Risultato immagine per Sojourner marte

Nel 2001 la NASA inviò il satellite Mars Odyssey. Il satellite, dotato di uno spettrometro a raggi gamma, ha identificato grandi quantità di idrogeno nella regolite marziana. Si ritiene che l’idrogeno fosse contenuto in ampi depositi di ghiaccio. La missione scientifica della sonda terminò nel settembre 2010 e da allora è utilizzato come satellite di collegamento nelle comunicazioni tra le missioni sulla superficie del pianeta e i centri di controllo a terra.

Nel 2003 l’ESA lanciò il Mars Express Orbiter assieme al modulo di atterraggio Beagle 2 che venne dichiarato perso agli inizi del febbraio 2004. Grazie al Planetary Fourier Spectrometer, alloggiato nel satellite, fu scoperto il metano su Marte. Nel giugno 2006 l’ESA inoltre annunciò l’avvistamento di aurore sul pianeta.

Il 12 agosto 2005 fu la volta del Mars Reconnaissance Orbiter della NASA che arrivò a destinazione il 10 marzo 2006 per una missione di due anni. Tra gli obiettivi, la mappatura del terreno marziano e delle condizioni atmosferiche per trovare un luogo di atterraggio adatto alle prossime missioni. Il Mars Reconnaissance Orbiter scattò le prime immagini di valanghe presso il polo nord del pianeta il 3 marzo 2008.

Risultato immagine per Mars Reconnaissance Orbiter

Risultato immagine per Mars Reconnaissance Orbiter

sopra e sotto alcune immagini scattate dal mars reconnaissance orbiter

Risultato immagine per Mars Reconnaissance Orbiter

Risultato immagine per Mars Reconnaissance Orbiter

Il Phoenix Mars Lander, lanciato il 4 agosto 2007, raggiunse il polo nord marziano il 25 maggio 2008. Il modulo era dotato di un braccio meccanico con un raggio d’azione di 2,5 metri in grado di scavare per 1 metro nel suolo e disponeva inoltre di una telecamera in miniatura che il 15 giugno 2008 scoprì una sostanza che si rivelò essere acqua. La missione si concluse il 10 novembre con la perdita definitiva di ogni contatto, al sopraggiungere della stagione invernale marziana.

Phoenix Scoop Inverted Showing Rasp

sopra una foto scattata dal Phoenix Mars Lander

sotto una foto scattata dal Phoenix Mars Lander che rileva la presenza di ghiaccio d’acqua a pochi centimetri sotto la superficie del pianeta

Risultato immagine per Phoenix Mars Lander

Tra il 2007 e il 2011, l’ESA e la Russia condussero simulazioni del viaggio umano verso Marte e ritorno, nell’ambito del progetto Mars-500. La missione Dawn passò nell’orbita di Marte nel febbraio 2009 per poter proseguire il suo viaggio verso Vesta e Cerere, nella fascia degli asteroidi.

Missioni in corso

I due rover gemelli Spirit (MER-A) e Opportunity (MER-B), lanciati dalla NASA, raggiunsero il suolo marziano nel gennaio 2004. Tra le scoperte principali si ha la prova definitiva dell’esistenza di acqua allo stato liquido nel passato, grazie al ritrovamento delle sue tracce in entrambi i punti di atterraggio. I diavoli di sabbia (piccoli tornado) e le forti correnti inoltre hanno allungato la vita dei rover grazie alla continua pulizia dei loro pannelli solari. Il 22 marzo 2010 si persero i contatti con Spirit, mentre Opportunity è invece ancora attivo.

Risultato immagine per rover spirit

sopra una immagine del modulo di trasporto del rover spirit

sotto una immagine delle apollo Hills del scattata dal rover spirit

 Risultato immagine per rover opportunity

sopra e sotto immagini scattate dal rover opportunity

Risultato immagine per rover opportunity

Risultato immagine per rover opportunityRisultato immagine per rover opportunity

Il 6 agosto 2012 atterrò su Marte il rover Curiosity, il maggiore per dimensioni e complessità tecnologica sviluppato dalla NASA, con l’obiettivo di investigare sulla passata e presente capacità del pianeta di sostenere la vita. La sonda, nel suo cammino all’interno del cratere Gale, individuato come punto di passate condizioni atte ad ospitare vita teorica, ha trovato acqua, zolfo e sostanze clorurate nei primi campioni di suolo marziano, a testimonianza di una chimica complessa. La NASA ha precisato che il risultato è solo la conferma che gli strumenti della sonda hanno funzionato alla perfezione, e che sono stati trovati indizi di composti organici, ma che non è possibile escludere che questi possano essere stati trasportati su Marte dalla stessa Curiosity. La missione continua regolarmente.

Risultato immagine per rover curiosity

sopra un selfie scattato dal rover curiosity

sotto altre foto scattate dal rover curiosityRisultato immagine per rover curiosity

Risultato immagine per rover curiosity

Risultato immagine per rover curiosity

La Mars Orbiter Mission, nota anche con la denominazione Mangalyaan, fu la prima missione per l’esplorazione di Marte dell’Indian Space Research Organisation (ISRO), il cui vettore fu lanciato il 3 novembre 2013 per raggiungere l’orbita marziana il 24 settembre 2014. La missione fu ideata per sviluppare le tecnologie necessarie per la progettazione, programmazione, gestione e controllo di una missione interplanetaria. L’agenzia spaziale indiana fu dunque la quarta a raggiungere Marte, dopo la russa RKA, la statunitense NASA e l’europea ESA.

La sonda MAVEN fu lanciata con successo il 18 novembre 2013, per inserirsi in un’orbita ellittica attorno a Marte il 16 settembre del 2014, ad un’altezza compresa tra 90 miglia (145 km) e 3 870 miglia (6 228 km) dalla superficie.

Il 14 marzo 2016 l’ESA ha lanciato il Trace Gas Orbiter (TGO) e il Lander Schiaparelli, parte della missione ExoMars, un progetto in cui l’Italia è il primo finanziatore e italiana anche molta della tecnologia di bordo. Il Lander Schiaparelli ha tentato un atterraggio, purtroppo senza successo per via di un presumibile guasto all’altimetro.

Missioni future

Nella finestra di lancio del 2018 è prevista la sola missione fly-by statunitense InSight con un lander e due CubeSat, per condurre uno studio approfondito della struttura interna del pianeta.

Nella finestra successiva, a metà del 2020, è però previsto un numero maggiore di missioni, di agenzie spaziali private e pubbliche. Nell’ambito di ExoMars, verrà inviato un rover sulla superficie di Marte. Esso sarà il primo rover in grado di perforare il suolo fino a 2 metri di profondità per stabilire l’eventuale esistenza di vita passata su Marte. A tale scopo infatti i campioni forniti dalla perforatrice verranno analizzati da Urey, il rilevatore di materia organica e ossidanti finanziato dalla NASA, in grado di rilevare tracce di molecole organiche e stabilire se siano state originate da forme di vita o meno e, nel caso, quali condizioni ne hanno provocato la scomparsa. La missione Exomars avrà inoltre tra i suoi obiettivi la validazione delle tecnologie necessarie per l’esplorazione sicura del pianeta in prospettiva di una “Mars Sample Return”, ovvero una missione di andata e ritorno sulla Terra. La NASA prevede di inviare Mars 2020, rover gemello di Curiosity, ma con strumentazione scientifica differente, per studiare l’abitabilità di Marte, definire il clima e preparare future missioni umane, testando anche la produzione di ossigeno in situ.

Il NICT di Tokyo, National Institute of Information and Communications Technology, in collaborazione con l’Università di Tokyo ha progettato Mars Terahertz Microsatellite, un microsatellite dedicato allo studio degli isotopi di ossigeno presenti nell’atmosfera marziana, che verrà lanciato come payload (carico a pagamento) secondario in una missione ancora da specificare. Allo studio dell’atmosfera si dedicherà anche Mars Hope, una sonda degli Emirati Arabi Uniti che verrà lanciata dal centro spaziale di Tanegashima. L’agenzia spaziale cinese invierà una sonda ben più complessa, comprensiva di orbiter, lander e rover, con in dotazione un radar di profondità per mappare la crosta marziana fino a una profondità di 400 metri.

Nella finestra successiva, nel 2022, l’Indian Space Research Organisation, dopo il successo di Mars Orbiter Mission, prevede di inviare una sonda Mangalyaan 2 composta di orbiter, lander e rover, per progredire nell’indagine scientifica dell’atmosfera e del suolo marziano. Sempre nel 2022, l’azienda privata SpaceX ha annunciato di voler inviare una navicella per la produzione in-situ di risorse necessarie ad un’ipotetica missione umana nel 2024.

L’esplorazione con equipaggi di Marte è stata considerata come un obiettivo a lungo termine dagli Stati Uniti attraverso il Vision for Space Exploration annunciato nel 2004 da Bush, sostenuto successivamente da Barack Obama e Donald Trump. Una cooperazione tra NASA e Lockheed Martin a questo proposito ha iniziato il progetto Orion la cui missione di prova è programmata per il 2020 verso la Luna per poi intraprendere il viaggio verso Marte. L’ESA invece prevede di inviare astronauti su Marte nel periodo tra il 2030 e il 2035. La missione sarà preceduta dall’invio di grandi moduli iniziando con l’ExoMars e un’altra missione di andata e ritorno.

Idrologia del pianeta

La presenza di acqua allo stato liquido parrebbe impossibile su Marte a causa della bassa pressione atmosferica, salvo in zone di elevata depressione e per brevi periodi di tempo, eppure scoperta di recente in alcune zone del pianeta, sia come effetto di disgelo, sia per motivi anora da chiarire. Il ghiaccio d’acqua però è abbondante ed i poli ne sono ricoperti, con lo strato di permafrost che si estende fino a latitudini di circa 60º, tanto che la NASA nel 2007 ha ipotizzato che lo scioglimento totale delle calotte polari sommergerebbe l’intero pianeta con uno strato d’acqua di 11 metri.

Risultato immagine per acqua su marte

sopra e sotto foto scattate dal Mars reconnaissance orbiter che provano la presenza di acqua allo stato liquido sul pianetaRisultato immagine per acqua su marte

Risultato immagine per acqua su marte

Si ritiene che grandi quantità di acqua siano intrappolate sotto la spessa criosfera marziana. La formazione della Valles Marineris e dei suoi canali di fuoriuscita dimostrano infatti che durante le fasi iniziali della storia di Marte fosse presente una grande quantità di acqua allo stato liquido. Una testimonianza la si può ritrovare nella Cerberus Fossae, una frattura della crosta risalente a 5 milioni di anni fa, dalla quale proviene il mare ghiacciato visibile sulla Elysium Planitia con al centro la Cerberus Palus. Tuttavia è ragionevole ritenere che la morfologia di questi territori possa essere dovuta alla stagnazione di correnti laviche anziché all’acqua. La struttura del terreno e sua inerzia termica paragonabile a quella delle pianure di Gusev, assieme alla presenza di formazioni coniche simili a vulcani, avvalorano la seconda tesi. In più la stechiometria molare frazionaria dell’acqua in quelle aree è solamente del 4%, fatto attribuibile più a minerali idrati che alla presenza di ghiaccio superficiale.

sopra foto di una microscopica formazione rocciosa originata da interazione con acqua ripresa da Opportunity 

sotto nuovo deposito in un cratere nella regione Centauri Montes

 

Grazie alle fotografie ad alta risoluzione del Mars Global Surveyor, è stata riscontrata la presenza di complesse reti naturali di drenaggio, apparentemente dotate di affluenti e corsi principali. Sono inoltre frequenti elementi morfologici interpretabili come conoidi di deiezione e delta fluviali, che implicano un agente allo stato liquido con caratteristiche simili a quelle dell’acqua senza differenze significative rispetto agli analoghi terrestri. La missione del rover Mars Science Laboratory (Curiosity), ha consentito per la prima volta la ripresa di immagini ravvicinate di sedimenti marziani interpretabili senza ambiguità come depositi alluvionali e deltizi originati da corsi d’acqua, con caratteri sedimentologici del tutto assimilabili a quelli terrestri.

Il Mars Global Surveyor tuttavia ha anche fotografato alcune centinaia di esempi simili a canali di trasudamento presso crateri e canyon. Questi burroni (Gully) sono maggiormente presenti su altipiani dell’emisfero australe e tutti hanno un orientamento di 30º rispetto al polo meridionale. Non sono state riscontrate erosioni o crateri lasciando supporre una loro formazione piuttosto recente.

Un esempio evidente di questo fenomeno di trasudazione di acqua dal sottosuolo, che è possibile individuare in certi burroni è visibile nell’immagine qui riportata. Essa mostra un pendio interessato da gully ripreso in due momenti successivi: nella seconda immagine (a destra), appare un elemento di colore chiaro che si configura come un nuovo deposito di sedimenti. Michael Meyer, il responsabile del Programma di Esplorazione Marziana della NASA, asserisce che solo un flusso di materiali con un elevato contenuto di acqua allo stato liquido può produrre un sedimento di tale forma e colore. Tuttavia non è ancora possibile escludere che l’acqua possa provenire da precipitazioni o da altre fonti che non siano sotterranee. Ulteriori scenari sono stati considerati, compresa la possibilità che i depositi siano stati causati da ghiaccio di anidride carbonica o dal movimento di polveri sulla superficie marziana.

Altre prove dell’esistenza passata di acqua allo stato liquido su Marte provengono dalla scoperta di specifici minerali come ematite e goethite che in certi casi si formano in presenza di acqua. Ad ogni modo, contemporaneamente alla scoperta di nuove prove dell’esistenza di acqua, vengono confutate precedenti ipotesi errate grazie agli studi di immagini ad alta risoluzione (circa 30 cm) inviate dal Mars Reconnaissance Orbiter (MRO). Nel settembre 2015, su un articolo su Nature Geoscience, è stata annunciata, sulla base delle ricognizioni del MRO, la scoperta di acqua liquida sul pianeta, confermando le teorie di molti studiosi e astronomi; si tratta di piccoli rigagnoli di acqua salata, che si generano periodicamente.

Superficie

La topografia di Marte presenta differenze nette tra i due emisferi: a nord dell’equatore si trovano enormi pianure coperte da colate laviche mentre a sud la superficie è segnata da grandi altipiani segnati da migliaia di crateri. Una teoria proposta nel 1980, e avvalorata da prove scientifiche nel 2008, giustifica questa situazione attribuendone l’origine a una collisione del pianeta con un oggetto con dimensioni pari a quelle di Plutone, avvenuta circa 4 miliardi di anni fa. Se tale teoria venisse confermata, l’emisfero boreale marziano, che ricopre circa il 40% del pianeta, diventerebbe il sito d’impatto più vasto del Sistema Solare. La superficie di Marte non pare movimentata dall’energia che caratterizza quella terrestre. In sostanza, Marte non ha una crosta suddivisa in placche, e quindi la tettonica a zolle del modello terrestre risulta inapplicabile al pianeta.

l’Olympus Mons

L’attività vulcanica è stata molto intensa, come testimonia la presenza di imponenti vulcani. Il maggiore di essi è l’Olympus Mons, che, con una base di 600 km e un’elevazione pari a circa 24 km rispetto alle pianure circostanti, è il maggior vulcano del sistema solare e molto simile ai vulcani a scudo delle isole Hawaii, originatisi dall’emissione di lava molto fluida. Tali giganteschi edifici vulcanici sono presenti perchè la crosta marziana è priva della mobilità delle placche tettoniche, così i punti caldi da cui sale in superficie il magma sono sempre nelle stesse zone del pianeta, senza spostamenti nel corso di milioni di anni di attività. La bassa gravità ha agevolato la lava, che su Marte ha un peso di poco superiore a quello dell’acqua sulla Terra, rendendo più facile la sua risalita dal sottosuolo e una più ampia e massiva diffusione sulla superficie.

Un gigantesco canyon, lungo 5 000 km, largo 500 km e profondo 5 – 6 km attraversa il pianeta all’altezza dell’equatore e prende il nome di Valles Marineris. La sua presenza costituisce un vero e proprio sfregio sulla superficie marziana, e data la sua enorme struttura, non è chiaro cosa possa averla prodotta, ma certamente non l’erosione data da agenti atmosferici o acqua. (un equivalente terrestre sarebbe un canyon che partendo da Londra arriva a Città del Capo, con profondità di 10 km). Un altro importante canyon è la Ma’adim Vallis (dal termine ebraico che indica Marte). La sua lunghezza è di 700 km, la larghezza 20 km e raggiunge in alcuni punti una profondità di 2 km. Durante l’epoca Noachiana del pianeta la Ma’adim Vallis era un enorme bacino di drenaggio di circa 3 milioni di chilometri quadrati.

Marte presenta inoltre approssimativamente 43 000 crateri d’impatto con un diametro superiore a 5 km; il maggiore è il Bacino Hellas, una struttura con albedo chiara visibile anche dalla Terra. Marte, per le sue dimensioni, ha una probabilità inferiore della Terra di entrare in collisione con un oggetto esterno, tuttavia il pianeta si trova più prossimo alla cintura degli asteroidi ed esiste la possibilità che entri addirittura in contatto con oggetti intrappolati nell’orbita gioviana.

Il Thermal Emission Imaging System (THEMIS) montato sul Mars Odyssey ha rilevato sette possibili ingressi di caverne sui fianchi del vulcano Arsia Mons. Le dimensioni di questi ingressi vanno dai 100 ai 252 m in larghezza e si ritiene che la loro profondità possa essere compresa tra i 73 e i 96 m. A parte la caverna “Dena”, tutte le caverne non lasciano penetrare la luce rendendo impossibile stabilirne le esatte dimensioni interne.

Il 19 febbraio 2008 il Mars Reconnaissance Orbiter ha immortalato un importante fenomeno geologico. Le immagini infatti hanno ripreso una frana spettacolare che si ritiene composta da ghiaccio frantumato, polvere e grandi blocchi di roccia che si sono distaccati da una scogliera alta circa 700 metri. Prove di tale valanga si sono riscontrate anche attraverso le nubi di polvere appunto sopra le stesse scogliere.

La gravità su Marte

Marte ha una massa pari all’11% di quella terrestre, mentre il suo raggio equatoriale misura 3. 392,8 km. Sulla superficie di Marte l’accelerazione di gravità è mediamente pari a 0,376 volte quella terrestre.

La magnetosfera di Marte è assente a livello globale e, in seguito alle rilevazioni del magnetometro MAG/ER del Mars Global Surveyor e considerando che è stata constatata l’assenza di magnetismo sopra i crateri Argyre e Hellas Planitia, si presume sia scomparsa da circa 4 miliardi di anni, consentendo ai venti solari di colpire direttamente la ionosfera, tenendo così l’atmosfera del pianeta molto sottile per via della continua asportazione di atomi dalla parte più esterna della stessa. Sia il Mars Global Surveyor che il Mars Express hanno individuato queste particelle atmosferiche ionizzate allontanarsi dietro il pianeta.

La pressione atmosferica media è di 700 Pa, ma varia da un minimo di 30 Pa sull’Olympus Mons a oltre 1 155 Pa nella depressione di Hellas Planitia. Per un paragone Marte ha una pressione atmosferica che è meno dell’1% rispetto a quella della Terra. L’atmosfera marziana si compone principalmente di anidride carbonica (95%), azoto (2,7%), argon (1,6%), vapore acqueo, ossigeno e monossido di carbonio.

Tracce di metano rilasciate nell’atmosfera durante l’estate dell’emisfero nord

È provato la presenza di metano nell’atmosfera marziana, in alcune zone in grandi quantità; la concentrazione media si aggira comunque sulle 10 ppb per unità di volume. Dato che il metano è un gas instabile che viene scomposto dalla radiazione ultravioletta solitamente in un periodo di 340 anni, nelle condizioni atmosferiche marziane, la sua presenza indica l’esistenza di una fonte relativamente recente del gas. Tra le possibili cause vi possono essere l’attività vulcanica, l’impatto di una cometa e la presenza di forme di vita microbiche generanti metano. Un’altra possibile causa potrebbe essere un processo non biologico dovuto alle proprietà della serpentinite di interagire con acqua, anidride carbonica e l’olivina, un minerale comune sul suolo di Marte.

Durante l’inverno marziano l’abbassamento della temperatura provoca la condensa del 25-30% dell’atmosfera che forma spessi strati di ghiaccio d’acqua o di anidride carbonica solida (ghiaccio secco). Con l’estate il ghiaccio sublima causando grandi sbalzi di pressione e conseguenti tempeste con venti che raggiungono i 400 km/h. Questi fenomeni stagionali trasportano grandi quantità di polveri e vapore d’acqua che generano grandi cirri. Queste nuvole vennero fotografate dal rover Opportunity nel 2004.

Clima

Tra tutti i pianeti del sistema solare Marte è quello con il clima più simile a quello terrestre per via dell’inclinazione del suo asse di rotazione. Le stagioni tuttavia durano circa il doppio dato che la distanza dal Sole lo porta ad avere una rivoluzione di poco meno di 2 anni. Le temperature variano dai −140 °C degli inverni polari a 20 °C dell’estate equatoriale. La forte escursione termica è dovuta anche al fatto che Marte ha un’atmosfera sottile (e quindi una bassa pressione atmosferica) e una bassa capacità di trattenere il calore del suolo.

Una differenza interessante rispetto al clima terrestre è dovuta alla sua orbita molto eccentrica che crea un clima con una maggiore escursione termica nell’emisfero sud rispetto a quello nord, costantemente più freddo, tanto che le temperature estive dell’emisfero meridionale possono essere fino a 30 °C più calde di quelle di un’equivalente estate in quello nord.

Rilevanti sono anche le tempeste di sabbia che possono estendersi anche sull’intero pianeta. Solitamente si verificano quando Marte si trova prossimo al Sole ed è stato dimostrato che aumentano la temperatura atmosferica del pianeta, per una sorta di effetto serra che trattiene il calore dell’irradiazione solare.

Entrambe le calotte polari sono composte principalmente da ghiaccio ricoperto da uno strato di circa un metro di anidride carbonica solida (ghiaccio secco) al polo nord, mentre lo stesso strato raggiunge gli otto metri in quello sud, la sovrapposizione del ghiaccio secco sopra a quello d’acqua è dovuto al fatto che il primo condensa a temperature molto più basse e quindi successivamente a quello d’acqua in epoca di raffreddamento. Entrambi i poli presentano dei disegni a spirale causati dall’interazione tra il calore solare disomogeneo e la sublimazione e condensazione del ghiaccio. Le loro dimensioni variano inoltre a seconda della stagione.

Satelliti naturali

Marte possiede due satelliti naturali: Phobos e Deimos. Entrambi i satelliti vennero scoperti da Asaph Hall nel 1877. I loro nomi, Paura e Terrore, richiamano la mitologia greca secondo la quale Phobos e Deimos accompagnavano il padre Ares, Marte per i Romani, in battaglia. Non è ancora chiaro come e se Marte abbia catturato le sue lune. Entrambe hanno un’orbita circolare, prossima all’equatore, cosa piuttosto rara per dei corpi catturati. Tuttavia la loro composizione suggerisce proprio che entrambe siano oggetti simili ad asteroidi.

Phobos è la maggiore delle due lune misurando 26,6 km nel suo punto più largo. Si presenta come un oggetto roccioso dalla forma irregolare, segnata da numerosi crateri tra cui spicca per dimensioni quello di Stickney che ne copre quasi metà della larghezza complessiva. La superficie del satellite è ricoperta da regolite che riflette solo il 6 % della luce solare che lo investe. La sua densità media molto bassa inoltre ricorda la struttura dei meteoriti di condrite carbonacea e suggerisce che la luna sia stata catturata dal campo gravitazionale di Marte. La sua orbita attorno al Pianeta rosso dura 7 ore e 39 minuti, è circolare e si discosta di 1º dal piano equatoriale; tuttavia, essendo piuttosto instabile, può far pensare che comunque la cattura sia stata relativamente recente. Phobos ha un periodo orbitale più breve del periodo di rotazione di Marte sorgendo così da ovest e tramontando a est in sole 11 ore. L’asse più lungo del satellite inoltre punta sempre verso il pianeta madre mostrandogli così, come la Luna terrestre, solo una faccia. Poiché si trova sotto l’altitudine sincrona, Phobos è destinato, in un periodo di tempo stimato in 50 milioni di anni, ad avvicinarsi sempre più al pianeta fino a oltrepassare il limite di Roche e disintegrarsi per effetto delle intense forze mareali.

Deimos invece è la luna più esterna e piccola, essendo di 15 km nella sua sezione più lunga. Essa presenta una forma approssimativamente ellittica e, a dispetto della sua modesta forza di gravità, trattiene un significativo strato di regolite sulla sua superficie, che ne ricopre parzialmente i crateri facendola apparire più regolare rispetto a Phobos. Analogamente a quest’ultimo, presenta la stessa composizione della maggior parte degli asteroidi. Deimos si trova appena al di fuori dell’orbita sincrona e sorge a est impiegando però circa 2,7 giorni per tramontare a ovest, nonostante la sua orbita sia di 30 ore e 18 minuti. La sua distanza media da Marte è di 23 459 km. Come Phobos, mostra sempre la stessa faccia a Marte, essendo l’asse più lungo sempre rivolto verso di esso.

Sui punti Lagrangiani dell’orbita di Marte gravitano degli asteroidi troiani. Il primo, 5261 Eureka, fu individuato nel 1990. Seguirono (101429) o 1998 VF31, (121514) o 1999 UJ7 e 2007 NS2. Ad eccezione di UJ7 che si trova nel punto troiano L4, tutti gli asteroidi si posizionano in L5. Le loro magnitudini apparenti vanno da 16,1 a 17,8 mentre il loro semiasse maggiore è di 1,526 UA. Un’osservazione approfondita della sfera di Hill marziana, ad eccezione della zona interna all’orbita di Deimos che è resa invisibile dalla luce riflessa da Marte, può escludere la presenza di altri satelliti che superino una magnitudine apparente di 23,5 che corrisponde a un raggio di 90 m per un’albedo di 0,07.

Acqua su Marte

Nell’esplorazione moderna la Nasa si è concentrata nella ricerca di acqua sul pianeta quale elemento base per lo sviluppo della vita. In passato erano stati osservati i segni della passata presenza di acqua: sono stati osservati canali simili ai letti dei fiumi sulla terra. È tuttora oggetto di molti dibattiti l’origine dell’acqua liquida che un tempo scorreva sul pianeta; l’acqua, sotto forma di ghiaccio, costituisce una parte delle calotte polari. Altra acqua si trova sotto il suolo del pianeta, ma in quantità ancora sconosciuta. La presenza di acqua nel sottosuolo del polo sud di Marte è stata confermata dalla sonda europea Mars Express nel gennaio del 2004; nel 2005 il radar MARSIS ha individuato un deposito di ghiaccio dello spessore maggiore di un chilometro tra gli 1,5 e i 2,5 km di profondità, nei pressi della regione di Chryse Planitia. Nel luglio 2008 annunciò le prove della presenza dell’acqua su Marte.

Il 1º agosto 2008 la sonda Phoenix individua l’acqua sotto forma di ghiaccio, scavando di qualche centimetro la superficie di Marte, ma il ghiaccio è sublimato subito senza nessuna erosione.

Nell’ottobre 2008 è stata accertata dalla sonda Phoenix neve nelle nuvole marziane che si è però dissolta prima di raggiungere il suolo.

Il 17 dicembre 2014, il rover marziano Curiosity ha confermato la presenza di metano nell’atmosfera di Marte (addirittura con picchi superiori di 10 volte ai valori standard) e rilevato traccia di molecole organiche (quali composti dell’idrogeno, ossigeno e carbonio). Sebbene sia una scoperta importante, non è detto che la fonte di questi elementi sia biologica. Infatti, il metano potrebbe essere originato da processi geologici. Questa scoperta ha comunque aperto le porte agli scienziati, fornendo una pur remota speranza di trovare qualche forma di vita sul pianeta rosso.

Il 28 settembre 2015, la NASA ha annunciato di avere delle prove concrete che sulla superficie di Marte scorra acqua salata allo stato liquido sotto forma di piccoli ruscelli ma non si tratta di osservazione diretta.

Immagine in scala di Fobos (sopra) e Deimos (sotto).

Vita su Marte

Il 16 agosto 1996 la rivista Science annunciò la scoperta di prove concrete che suggeriscono l’esistenza della vita su Marte nel meteorite ALH 84001[132]. La ricerca venne intrapresa dagli scienziati del Johnson Space Center (JSC) Dr. David McKay, Dr. Everett Gibson e Kathie Thomas-Keprta assieme a un team di ricerca della Stanford University diretto dal Professor Richard Zare. Il meteorite fu rinvenuto presso le Allan Hills in Antartide e risulta uno dei 12 meteoriti rinvenuti sulla Terra che presentano le caratteristiche chimiche peculiari del suolo marziano. Dopo un’analisi che includeva microbiologia, mineralogia, geochimica e chimica organica si ritenne ragionevole affermare che in un periodo tra i 4 e i 3,6 miliardi di anni fa (periodo in cui il pianeta si presentava più caldo e umido) su Marte erano presenti forme di vita molto simili ai nanobatteri presenti sulla Terra. I risultati di tale ricerca vennero comunque presentati alla comunità scientifica con pareri discordanti sulla veridicità di questa tesi.

per ulteriori informazioni https://mars.nasa.gov/

n.b. il numero di immagini di marte è altissimo, quindi l’esposizione ha più la volontà di stuzzicare la vostra curiosità che di poter essere in qualche modo esaustiva…buona ricerca, dunque

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il sistema solare in immagini – parte II – venere

venere

Venere è il secondo pianeta del Sistema solare in ordine di distanza dal Sole con un’orbita quasi circolare che lo porta a compiere una rivoluzione in 224,7 giorni terrestriÈ l’oggetto naturale più luminoso nel cielo notturno, dopo la Luna, conosciuto per questo fin dall’antichità e visibile soltanto poco prima dell’alba o poco dopo il tramonto

Classificato come un pianeta terrestre, a volte è definito il “pianeta gemello” della Terra, cui è molto simile per dimensioni e massa, ma molto differente dal nostro pianeta per atmosfera, costituita principalmente da anidride carbonica, molto più densa di quella terrestre, con una pressione al livello del suolo pari a 92 atmosfere. La densità e la composizione dell’atmosfera creano un imponente effetto serra, che lo rende il pianeta più caldo del sistema solare.

Venere è avvolto da uno spesso strato di nubi altamente riflettenti, composte principalmente da acido solforico, che impediscono la visione nello spettro visibile della superficie dallo spazio. Il pianeta non è dotato di satelliti o anelli e ha un campo magnetico debole, rispetto a quello terrestre

La storia delle esplorazioni spaziali verso Venere nasce nel 1961 con la missione sovietica Venera 1 che effettuò il fly-by del pianeta senza però riuscire a trasmettere alcun dato. Il programma Venera continuò fino al 1983 con 16 missioni.

oggi sappiamo che Venere possiede una superficie rovente con un’atmosfera corrosiva e altissima pressione, ma gli scienziati sovietici delle missioni Venera in mancanza di dati osservabili, si aspettavano una sorta di oceano tanto che sulla sonda Venera 4 nel 1967 installarono un morsetto fatto di zucchero bianco raffinato che, a contatto con l’acqua (o altro fluido), si sarebbe sciolto facendo scattare l’antenna che con questo stratagemma si sarebbe salvata dall’affondamento della sonda, ma Venera 4 non trovò un oceano, non raggiungendo neppure la superficie del pianeta poiché interruppe ogni trasmissione di dati quando la pressione atmosferica superò le 15 atmosfere, meno di un sesto delle 93 sulla superficie.

Si trattava, comunque, di un risultato straordinario: per la prima volta un veicolo costruito dall’uomo aveva comunicato dati relativi all’analisi delle condizioni di un ambiente extraterrestre. I sovietici studiarono quindi una sonda più resistente, ipotizzando che una sonda su Venere dovesse resistere a una pressione di 60 atmosfere, quindi di 100 e infine di 150 atmosfere.

Venera 7 fu costruita per sopportare una pressione di 180 atmosfere, e lanciata il 17 agosto 1970; il 15 dicembre dello stesso anno trasmise il segnale tanto atteso, conquistando il primato di prima sonda atterrata su un altro pianeta, comunicando con la Terra. Nel 1975 i sovietici inviarono le sonde gemelle Venera 9 e 10 equipaggiate con un disco frenante per la discesa nell’atmosfera e di ammortizzatori per l’atterraggio, che trasmisero immagini in bianco e nero della superficie di Venere, mentre le sonde Venera 13 e 14 rimandarono le prime immagini a colori

La NASA iniziò il suo programma di esplorazione spaziale verso Venere nel 1962 con il programma Mariner: tre sonde riuscirono con successo ad effettuare un fly-by del pianeta e trasmettere i dati alla Terra. Nel 1978 gli statunitensi lanciarono diverse sonde separate verso Venere, nell’ambito del progetto Pioneer Venus, per lo studio in particolar modo dell’atmosfera venusiana. Negli anni ottanta i sovietici proseguirono invece con le sonde Venera: le Venera 15 e 16 lanciate nel 1983 e dotate di Radar ad apertura sintetica, mapparono l’emisfero nord del pianeta rimanendo in orbita attorno ad esso. I sovietici lanciarono anche, nel 1985, le sonde Vega 1 e 2, rilasciarono moduli sulla superficie, prima di andare verso l’incontro alla cometa di Halley, altro oggetto di studi di quelle missioni. Vega 2 atterrò nella regione Aphrodite raccogliendo un campione di roccia contenente Anortosite – troctolite, materiale raro sulla Terra ma presente negli altopiani lunari.

Nel 1989 la NASA, utilizzando lo Space Shuttle, lanciò verso Venere la Sonda Magellano, dotata di radar che permise una mappa quasi completa del pianeta, con una risoluzione nettamente migliore rispetto alle precedenti missioni, lavorando per ben 4 anni prima della caduta nell’atmosfera venusiana

Negli ultimi decenni, per risparmiare combustibile, Venere è stato spesso usato come fionda gravitazionale per missioni dirette verso altri pianeti del sistema solare, come nel caso della Galileo, diretta verso Giove e le sue lune, e la Cassini-Huygens, diretta all’esplorazione del sistema di Saturno e che effettuò due fly-by con Venere tra il 1998 e il 1999, prima di dirigersi verso le regioni esterne del sistema solare. Nel 2004 il pianeta venne usato due volte come fionda gravitazionale dalla sonda MESSENGER per dirigersi all’interno del sistema solare verso Mercurio.

Venus Express, lanciata nel 2006, ha eseguito una mappatura completa della superficie, e nonostante fosse inizialmente prevista una durata della missione di due anni, essa fu estesa fino al dicembre del 2014.

Il 26 novembre del 2013 la NASA ha lanciato anche il Venus Spectral Rocket Experiment (VeSpR), un telescopio suborbitale per lo studio dell’atmosfera di Venere nell’ultravioletto, non possibile dalla superficie della Terra in quanto l’atmosfera terrestre assorbe la maggior parte dei raggi UV. Lo scopo degli scienziati è individuare la quantità di atomi di idrogeno e deuterio rimasti nell’atmosfera venusiana, per ricostruire la storia del pianeta e capire se effettivamente esisteva una grande quantità di acqua nel passato, come ipotizzato.

Missioni attuali e future

Planet-C, o Venus Climate Orbiter, è una sonda giapponese ribattezzata dopo il lancio col nome di Akatsuki ed è stata lanciata il 20 maggio 2010 dal centro spaziale di Tanegashima. Avrebbe dovuto entrare in orbita attorno a Venere nel dicembre del 2010, con lo scopo di studiare la dinamica dell’atmosfera venusiana, ciononostante, a causa di un problema col computer di bordo, la manovra fallì. Non avendo subito gravi danni la sonda è però riuscita ad entrare in orbita attorno al pianeta nel dicembre 2015.

Tra le missioni candidate per il lancio nel 2024, come quarta missione nell’ambito del Programma New Frontiers della NASA, ci sono la Venus Origins Explorer (VOX), Venus In situ Composition Investigations (VICI) e Venus In Situ Atmospheric and Geochemical Explorer (VISAGE); la missione vincitrice, tra queste tre e altre con altri obiettivi, verrà selezionata nel 2019. Le missioni comprendono lo studio chimico-fisico della sua crosta e l’analisi della sua atmosfera.

L’agenzia spaziale indiana, forte del sucesso della missione Chandrayaan-1 sulla Luna, pianifica la missione Indian Venusian orbiter mission, con lancio nel 2020, per lo studio dell’atmosfera del pianeta.

Venera-D è un progetto dell’Agenzia Spaziale Russa, che inizialmente prevedeva l’atterraggio di un lander sulla superficie nel 2014. Tuttavia in fase di riprogettazione della missione, dopo i fallimenti delle sonde Phobos, il progetto perse priorità rispetto ad altre missioni, all’interno del programma spaziale russo e, dopo che il lancio è stato rimandato al 2024, nell’agosto del 2012 si è deciso di posticipare la missione al 2026.

sopra venere vista dal telescopio orbitante hubble nel 2010

sotto immagini di venere al radar

 Risultato immagine per venere

Risultato immagine per venere

I venti elettrici strappano via oceani a Venere alt_tag

sopra Immagine radar del sito di atterraggio della sonda sovietica Venera 10, fotografato dalla sonda statunitense Magellano

sotto immagini reali delle sonde venera

Risultato immagine per superficie di venereRisultato immagine per superficie di venereCaptura de pantalla 2014-07-22 a la(s) 23.49.17

sopra immagine scattata da venera 9 (1975) ricostruzione dall’originale

sotto immagine scattata da venera 10 (1975) ricostruzione dall’originale

Captura de pantalla 2014-07-22 a la(s) 23.48.56

sotto le due foto ricostruite sulla scorta degli originali

 sotto ricostruzione delle foto scattate da venera 13 e 14

Venera1314La superficie di Venere: 34 KB

sopra La superficie di Venere ricostruita in base alle misure radar della sonda Magellan: per esigenze di miglior comprensione, la dimensione verticale in questo tipo d’immagine è moltiplicata di un fattore 10; in realtà le altezze delle montagne e le profondità delle valli sono dieci volte inferiori a quanto mostrato

sotto Un’altra ripresa radar ricostruita del pianeta inquadrato dalla sonda Magellan: vi si osserva un complesso sistema di rilievi montuosi, vallate e i resti di antiche colate laviche

Saturno ripreso da Cassini: 35 KBSuperficie di Venere: 35 KB

sopra Anche questa zona della superficie di Venere appare un susseguirsi di montagne e canyons; ci si ricordi che al suolo la temperatura è di oltre quattrocentro gradi celsius mentre la pressione è di quasi novanta bar

sotto altre montagne e canyons

 Superficie di Venere: 36 KB

Superficie di Venere: 146 KB

sopra La superficie in bianco e nero ripresa dal radar della sonda Magellan; si vedono formazioni di varie tipologie, tra le quali vulcani, colate laviche, crateri d’impatto, faglie crostali . L’immagine copre una regione piuttosto vasta, con le strutture circolari che vanno da una dimensione di 50 ad una di 230 km. Dal vulcano centrale si dipartono una serie di fratture crostali; inquadratura ricostruita in base alle misure radar della sonda Magellan

sotto la stessa immagine ricostruita

Superficie di Venere: 33 KB
sopra un vulcano ripreso da due angolature differenti
sotto un altro vulcano ricostruito dalle immagini radar
Volcano on Venus
per saperne di più www.nasa.gov/venus

 

 

 

 

 

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il sistema solare in immagini – parte I – mercurio

come saprete anche da qualche articolo pubblicato, l’astronomia è una mia passione (per carità, sono un dilettante a tutti gli effetti in materia) e da tanto pensavo di pubblicare una serie articoli (il tema è ovviamente molto vasto) più per immagini che per descrizioni scientifiche, di ciò che da vicino ci circonda, ovvero il nostro sistema solare, sperando di fare cosa gradita e che questo stimoli la ricerca dei lettori oltre l’orizzonte spesso deludente delle cose umane…

una breve introduzione

il sistema solare è il sistema planetario costituito da una varietà di corpi celesti mantenuti in orbita dalla forza di gravità del sole, la nostra stella, ed è costituito da otto pianeti, di cui quattro pianeti rocciosi interni, Mercurio, Venere, Terra, Marte, e quattro giganti gassosi esterni, Giove, Saturno, Urano e Nettuno e dai rispettivi satelliti naturali, da cinque pianeti nani, Cerere, situato nella fascia principale degli asteroidi, e altri quattro corpi situati al di là dell’orbita di Nettuno, ossia Plutone (in precedenza classificato come il nono pianeta), Haumea, Makemake, e Eris, ed ancora da un numero enorme di corpi minori, comprendente gli asteroidi, in gran parte ripartiti fra due cinture asteroidali (la fascia principale tra marte e giove e la fascia di kuiper), le comete (prevalentemente situate nell’ipotetica nube di oort), i meteoroidi e la polvere interplanetaria.

sei degli otto pianeti (esclusi mercurio e venere) e quattro dei pianeti nani hanno in orbita attorno a essi dei satelliti naturali in numero molto variabile (da uno, la nostra luna, a diverse decine per Giove e Saturno, mentre tutti i pianeti esterni sono circondati da anelli planetari, composti da polvere e altre particelle.

e passiamo allora alle foto, precedute da brevissime descrizioni dei corpi in questione

Mercurio

Mercurio è il pianeta più interno del sistema solare e il più vicino al Sole. È il più piccolo e la sua orbita è anche la più eccentrica (ovvero, la meno circolare) degli otto pianeti

La superficie di Mercurio sperimenta la maggiore escursione termica tra i pianeti, con temperature che nelle regioni equatoriali vanno dai 100 K (-173 °C) della notte ai 700 K (427 °C) del giorno; le regioni polari invece sono costantemente al di sotto dei 180 K (-93 °C). A ciò contribuisce il fatto che il pianeta sia privo di un’atmosfera, che non svolge alcun ruolo quindi nella ridistribuzione del calore. La superficie fortemente craterizzata indica che Mercurio è geologicamente inattivo da miliardi di anni.

Mercurio è stato visitato per la prima volta nel 1974 dalla sonda statunitense Mariner 10, che ha teletrasmesso a terra fotografie registrate nel corso di tre successivi sorvoli.

Concepito per l’osservazione di Venere e Mercurio, il Mariner 10 venne lanciato il 3 novembre 1973 e raggiunse il pianeta nel 1974. La sonda statunitense si avvicinò fino ad alcune centinaia di chilometri dal pianeta, trasmettendo circa 6.000 fotografie e mappando il 40% della superficie mercuriana.

La NASA ha lanciato nel 2004 la sonda MESSENGER, il cui primo passaggio ravvicinato di Mercurio, avvenuto il 14 gennaio 2008, è stato seguito dal fly-by di ottobre 2008 ed è stato replicato il 29 settembre 2009 prima dell’ingresso in orbita attorno al pianeta, il 18 marzo 2011. In seguito al primo fly-by di Mercurio, la sonda MESSENGER ha inviato a terra le prime immagini dell’emisfero “sconosciuto” di Mercurio.

Per il 2018 è invece previsto il lancio, da parte dell’ESA, della missione spaziale BepiColombo, così battezzata in onore dello scienziato, matematico e ingegnere Giuseppe Colombo (1920-1984), volta esclusivamente all’esplorazione del pianeta più interno

Atmosfera

Per via della sua bassa attrazione gravitazionale Mercurio è sprovvisto di una vera e propria atmosfera come quella terrestre, fatta eccezione per esili tracce di gas probabilmente frutto dell’interazione del vento solare con la superficie del pianeta. La composizione atmosferica è stata determinata come segue: ossigeno (42%), sodio (29%), idrogeno (22%), elio (6%), potassio e tracce di argon, anidride carbonica, vapore acqueo, azoto, xeno, kripton, neon, calcio e magnesio (1%). La pressione atmosferica al suolo, misurata dalla sonda Mariner 10, è nell’ordine di un millesimo di pascal.

A causa dell’assenza di un meccanismo di distribuzione del calore ricevuto dal Sole e della sua rotazione molto lenta, che espone lo stesso emisfero alla luce solare diretta per lunghi periodi, l’escursione termica su Mercurio è la più elevata finora registrata nell’intero sistema solare

superficie

a causa dei numerosi impatti di asteroidi che hanno contrassegnato il suo passato, Mercurio ha molti crateri da impatto e presenta bacini riempiti da vecchie colate laviche, ancora evidenti a causa della mancanza quasi assoluta di un’atmosfera. Alcuni crateri sono circondati da raggi. Si esclude la presenza sul pianeta di placche tettoniche.

I crateri più piccoli di Mercurio hanno diametro minore di 10 km, quelli più grandi superano i 200 km e prendono il nome di bacini. Al centro di molti crateri, spesso riempiti da antiche colate laviche ancora evidenti, s’innalzano piccole formazioni montuose. Il bacino più grande e più noto è il Mare Caloris, dal diametro di circa 1.500 km: si tratta di una grande pianura circolare circondata da anelli di monti. Questo bacino deve il suo nome al fatto che si trova sempre esposto alla luce del sole durante il passaggio di Mercurio al perielio e pertanto è uno dei punti più caldi del pianeta.

Sulla superficie di Mercurio l’accelerazione di gravità è circa 1/3 di quella terrestre (un uomo dalla massa di 70 kg che misurasse il proprio peso su Mercurio registrerebbe un peso di circa 25,9 kg.

Da recenti calcoli dati dal primo passaggio della sonda MESSENGER si è rilevato un rimpicciolimento del pianeta di circa cinque chilometri. Il tutto si basa sul fatto che il suo nucleo di liquido ferroso si stia raffreddando, così facendo esso si solidifica e di conseguenza il volume dell’intero pianeta diminuisce. Queste modifiche si fanno sentire anche in superficie frastagliando la crosta.

Mercury in color - Prockter07 centered.jpg

sopra Foto di Mercurio scattata dalla sonda MESSENGER

sotto elaborazione fotografica a falsi colori della superficie ed atmosfera del pianeta eseguita con spettrometro foto NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington

This mosaic of Caloris basin is an enhanced-color composite overlain on a monochrome mosaic featureImpact crater floorthe rim of Rembrandt basinMercury’s north polar region

foto dalla missione Messenger

NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington

per saperne e vederne di più www.nasa.gov/planetmercury

 

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la prima raffigurazione di un cane

Il primo ritratto di un cane (fonte: M. Guagnin et al. Journal of Anthropological Archaeology) © Ansa
Il primo ritratto di un cane (fonte: M. Guagnin et al. Journal of Anthropological Archaeology) © ANSA/Ansa

Un cacciatore che sta per scagliare una freccia, accompagnato da 13 cani, di cui due al guinzaglio: la scena, incisa su una pietra arenaria, risale a 8.000 anni fa ed è la prima che ritrae un cane. Pubblicata sul Journal of Anthropological Archaeology, l’immagine è stata scoperta dagli archeologi guidati da Maria Guagnin, dell’Istituto tedesco Max Planck per la scienza e la storia umana, a Jena, e la notizia è riportata anche sul sito della rivista Science.

La scoperta, nel deserto dell’Arabia Saudita, suggerisce inoltre che l’uomo abbia imparato ad addestrare i cani migliaia di anni prima di quanto si pensasse.

“E’ la prima raffigurazione di un uomo che va caccia con dei ai cani”, rileva Melinda Zeder, archeozoologa del Museo di Storia Naturale dell’Istituto Smithsonian a Washington. Tuttavia, avverte, sono necessarie ulteriori ricerche per confermare sia l’età, sia il significato delle raffigurazioni. L’epoca dell’incisione è stata infatti solo ipotizzata sulla base dello stile, del livello di erosione della roccia e dall’epoca del passaggio alla pastorizia da parte delle popolazioni che abitavano nella regione.

Tutta l’area, chiamata Shuwaymis, 8.000 anni fa era molto diversa da oggi: le piogge stagionali alimentavano fiumi e vegetazione, tanto che la scena di caccia è stata incisa su quella che una volta era una scogliera di arenaria lungo un fiume. Oltre a essere il ritratto più antico di un cane, l’immagine è anche la prima che raffigura dei guinzagli: finora la prima immagine di un cane al guinzaglio era quella scoperta in Egitto e risalente a 5.500 anni fa.

“I cani raffigurati assomigliano alla razza Canaan, originaria del Medio Oriente”, osserva Angela Perri, dell’Istituto Max Planck per l’Antropologia Evolutiva di Lipsia. Ciò potrebbe indicare, aggiunge, che queste antiche popolazioni allevassero cani già adattati alla caccia nel deserto, oppure potrebbero persino averli addomesticati dal lupo arabo.

  

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il perfetto mondo pittel-renzo lucano…

il mondo pittel-renzo lucano è perfetto solo se sei un leccaderetano o un cazzone…

(ANSA) – POTENZA, 17 NOV – “In assenza di immediate risposte alle istanze più volte segnalate, non resta che una grande mobilitazione”. Lo ha reso noto – attraverso l’ufficio stampa – la Coldiretti Basilicata che in una lettera, “la terza nel giro di due anni, indirizzata all’assessore regionale alle politiche agricole, Luca Braia, ha evidenziato l’anomalia che blocca la liquidazione dell’indennità c…ompensativa agli agricoltori, prevista dalla ‘misura 13′ del Psr, il premio concesso agli agricoltori operanti nelle zone montane per controbilanciare, almeno in parte, gli svantaggi a cui è soggetta l’attività agricola in tali zone”.
La questione, “a seguito di nostre segnalazioni – ha evidenziato il presidente di Coldiretti Basilicata, Pier Giorgio Quarto – è stata anche oggetto di interlocuzioni con gli uffici competenti ma, ad oggi, non si hanno riscontri positivi”.

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totò u curtu muriu…

è morto uno degli esseri più abietti che il paese abbia generato, totò u curtu…qualcuno ringrazia la sua bocca cucita per 26 anni

e non ho alcuna voglia di dedicargli alcun articolo

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dopo 71 anni diventa ufficiale l’inno di mameli…

al consiglio dei ministri del 12/10/46, il ministro della guerra cipriano facchinetti (partito repubblicano) comunicò ufficialmente che durante il giuramento delle forze armate del 4 novembre, quale inno provvisorio, si sarebbe adottato il canto degli italiani (noto come inno di mameli), considerandolo come provvisorio…

ieri 15/11/2017, 71 anni dopo, il senato vara la legge che lo proclama ufficialmente inno nazionale d’italia…

il più vecchio precario del paese

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i cassonetti ed un crocicchio critico…

senza inutili brontolii di viscere o ribellismi web, vorrei segnalare che le civiche vie gabet, viggiani e l’inizio di c.so umberto a potenza sono al momento attuale fuori dal piano di raccolta cd. porta a porta in funzione nel resto della città, rientranti quindi nelle previsioni per il centro storico (al call center ampollosamente lo definiscono intra moenia), eppure già da tempo private dei vecchi cassonetti, nel paradosso che gli abitanti delle stesse vie, molto spesso anziani soli, sono costretti a penose risalite con i sacchi dei rifiuti fino all’incrocio via portasalza/via del popolo dove conseguentemente i cassonetti traboccano…

è una situazione che non fosse tragica proprio per anziani e disabili soli e infastidente per tutti gli altri, sarebbe comica e paradigmatica della confusione degli amministratori…

spero si provveda molto, ma molto presto o al posizionamento dei nuovi contenitori, quindi al rientro nel piano in funzione, o al ritorno ai vecchi fino al rientro del centro storico nel piano, visto che, da informazioni richieste dal sottoscritto, non si conosce la data dell’estensione dello stesso piano al centro storico…

non pubblico foto perchè credo di essere stato esauriente…

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il vero leader…

messaggio di francesco alla 23/ma sessione della conferenza sulla convenzione-quadro dell’onu sui cambiamenti climatici (COP-23), in corso a bonn…

Risultato immagine per francesco

francesco ricorda che “dovremmo evitare di cadere in questi quattro atteggiamenti perversi, che certo non aiutano alla ricerca onesta e al dialogo sincero e produttivo sulla costruzione del futuro del nostro pianeta: negazione, indifferenza, rassegnazione e fiducia in soluzioni inadeguate” e ricorda ancora che “…lo storico accordo di parigi sul clima indica un chiaro percorso di transizione verso un modello di sviluppo economico a basso o nullo consumo di carbonio, incoraggiando alla solidarietà e facendo leva sui forti legami esistenti tra la lotta al cambiamento climatico e quella alla povertà. tale transizione viene poi ulteriormente sollecitata dall’urgenza climatica che richiede maggiore impegno da parte dei paesi”…

ECCO COME DOVREBBE PARLARE UNA NUOVA SINISTRA IN ITALIA E NEL MONDO!!!

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troppo scemi…

troppo scemi…

di maio va a washington d.c. a farsi una passeggiata – ma chi volete che se lo fili? – e non comprende che aprire ad una qualunque prospettiva di alleanze scompaginerebbe un brutto quadro che prospetta, alla fine dei giochi elettorali, la vittoria di nessuno, lo scompaginamento di ogni coalizione, una ingovernabilità conclamata dal non raggiungimento del 40% (ma non era una legge elettorale che la incoraggiava?) ed una ammucchiata de facto pd-forza italia che s-governerà il paese?…

ok, fate come volete…di stupidaggini pure troppe ne ho sentite ed a tenere in voti in congelatore il dissenso lo si spegne per immobilismo ed inutilità conclamata che conduce alla stanchezza

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Comunicato stampa …O il cemento o la cultura

O il cemento o la cultura

A giudicare dalla Delibera di Giunta Regionale che rilascia il suo giudizio positivo di compatibilità ambientale ed autorizza un voluminoso incremento di combustibile secondario da rifiuti (CSS), oltre ad un ampliamento delle aree di stoccaggio e quasi sibillinamente di un “aggiornamento del quadro emissivo” per la Cementeria di Matera, verrebbe da dire che tra le due destinazioni che “impegnano” fortemente l’immagine della città, o il cemento o la cultura, la nostra giunta regionale, assente la non lucana vicepresidente Franconi, sceglie il cemento.

Ed è’ tale la sconvenienza, l’illogicità e la miopia di questa delibera di giunta regionale che autorizza un vero e proprio attentato all’immagine stessa di Matera capitale europea della cultura ed alla salute dei materani, che quasi si stenta a credere che ci si possa dare la zappa sui piedi con tanta violenta ignoranza e protervia senza neppure considerare due ovvietà che avrebbero dovuto spingere proprio in direzione opposta.

Ovvero una città che è un unicum storico-culturale e paesaggistico può concedersi contraddizioni così stridenti come l’utilizzo per un plesso produttivo di rifiuti – tali sono – come combustibile, senza divenire oggetto di quelle criticità che in Val d’Agri portano solo stolti ed interessati a credere che possa esistere il turismo proprio di fianco all’estrazione di idrocarburi?

E ancora, dopo la scoperta dell’inefficienza di ARPAB rispetto a molte matrici di emissioni, come si ha pretesa di convincere i materani che quell’aumento di combustibile da rifiuti ed un “aggiornamento del quadro emissivo” sono un particolare di poco conto?

E se alla prima domanda appare scontato che proprio quell’unicum storico-culturale e paesaggistico richiede soluzioni di approvvigionamento energetico per un plesso produttivo che non siano lo scarto di una società fondata sui consumi, ma soluzioni più moderne che proprio dallo “scarto” prescindano per questioni prima ancora che tecniche, di coerenza culturale ad un modello che si è usato e si usa come “motivo” della candidatura prima e del percorso verso il 2019 poi, alla seconda è evidente che fin quando non si sia fatta la più piena chiarezza sulle potenzialità di controllo di ARPAB e sulla sua  catena fiduciaria con l’ente regione, qualsiasi rassicurazione suonerà a “tutt’apposto” per i cittadini.

Non conosciamo quali motivi abbiano spinto la Giunta Regionale a scegliere, tra cemento e cultura, il primo e non la seconda, visto che pure l’osservanza dei dettati di legge che equiparano il CSS ad altre forme energetiche, e quindi rendono ammissibile e lecita la richiesta della società di revisione dell’AIA, non esonera certo sia da considerazioni più ampie circa la destinazione dei territori, sia da potestà legislative, che in materia di concorrenza ex art. 117 Cost., danno facoltà all’ente di imporre modelli produttivi ossequiosi proprio di quelle destinazioni e quindi non avrebbero costituito ostacolo o gravame al diniego espresso della richiesta.

Ciò nonostante, la Giunta Regionale imbocca una strada monocratica e non discussa affatto con i cittadini attraverso le loro istituzioni locali, di fatto imponendo un modello corto di relazione che lega, con l’ambiguità di tutte le relazioni corte pure nel rispetto della normativa, la struttura societaria, che esprime una domanda, al solo ente regionale, che esprime una risposta, e non al territorio sul quale opera, che invece subisce sia la sicura contraddizione culturale e d’immagine che in epoca di turismo consapevole conduce all’evidenziarsi della stessa in minore fascino ed attrattività di un unicum che sembra meno unico, sia l’eventualità di danno alla salute ed all’ambiente he non sappiamo se siamo in grado di monitorare e quindi di evitare.

In attesa di un ravvedimento della Giunta Regionale a cui faccio richiesta di ravvedimento, invito il sindaco de ruggeri, come massimo responsabile della sicurezza e della salute della città, a sollevare conflitto presso il TAR, precauzionalmente bloccando l’aumento con ordinanza sindacale urgente, o il consiglio comunale a proporre mozione in tale senso, dando modo ai cittadini materani di poter contare chi si oppone ai rifiuti come combustibile per la cementeria e chi invece approva.

Miko Somma, COMUNITÀ LUCANA verso la costituente del Partito Ambientalista Comunitario di Basilicata.

 

fascisti…su marte?…

se vi accorgete solo ora, e per una testata, che forme di fascismo sociale sono tornate nei territori e nelle periferie abbandonate dalle sinistre e devastate da un sistema economico che crea marginali, facili prede di chi necessita di un corpo sociale – ecco, siete dei piddini o post piddini che credevano che i fascisti fossero solo su marte

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de ruggeri blocchi quell’aumento…

o l’aumento del volume di combustibile da rifiuti nella cementeria di matera o matera capitale europea della cultura, perché non c’è mai botte piena e lucania ubriaca…

del tutto sconveniente, illogica, miope, la delibera di giunta regionale che autorizza questo attentato all’immagine di matera ed alla salute dei materani…

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

il sindaco de ruggeri si opponga come responsabile della sicurezza e della salute della città, sollevando il conflitto presso il tar e precauzionalmente bloccando l’aumento con ordinanza sindacale straordinaria ed urgente

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le stupidaggini di uolter…

veltroni dalla annunziata insiste sull’unità della sinistra con argomenti in parte condivisibili, ma ipocritamente non cita mai un particolare non da poco, l’apparizione di renzi e le sue politiche da ultimo giapponese del liberismo…

Risultato immagine per veltroni

ora, se dobbiamo ascoltare stupidaggini da uno che ha sbagliato tutto, preparando da lontano la strada proprio al bullo di rignano, dal mio piccolo posso dire che ogni unità da costruire parte da un presupposto irrinunciabile, ovvero renzi e le sue politiche fuori dalla sinistra…

non per acrimonia, vendetta o altro – per carità – ma proprio perché di sinistra non sono

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