critica ragionata del decreto sblocca italia (a libero uso di cittadini e parlamentari)…parte II

Veniamo ora al titolo V, non quello della costituzione, si intende, ma la parte di questo decreto che si occupa di misure per il rilancio dell’edilizia, e sin dall’inizio dell’articolo 17 dedicato alle semplificazioni nel campo dell’edilizia, qualcosa comincia a stridere poiché emerge chiaramente dalla lettura del lunghissimo articolo e dall’intreccio con le leggi modificate dall’articolo stesso, che il vero tema non è una semplificazione di procedure ad oggi abbastanza agevoli, viste le semplificazioni procedurali degli anni passati, ma una serie di misure che, incoraggiando accorpamenti tra unità immobiliari e piccole variazioni di destinazione d’uso e di pertinenze degli edifici, sostanzialmente non stimola, come pure si supporrebbe o si dovrebbe supporre il mercato immobiliare che segue immediatamente la parte edile (a logica se si costruisce poi si deve anche vendere), quanto deregolamenta le comunicazioni d’obbligo di una serie di attività, come appunto l’accorpamento tra unità immobiliari, le variazioni di destinazione d’uso in zone industriali dismesse o le modifiche di pertinenze per unità produttive che, a mio avviso, darebbero più il via ad operazioni prettamente speculative, che in buona parte risulterebbero sia incontrollabili alla conoscenza ed alla direzione del patrimonio edilizio (che è uno dei compiti della pubblica amministrazione) se non posteriormente alla realizzazione dei manufatti stessi, sia a quel corretto recupero del patrimonio edilizio dei centri storici che è il vero punto focale della ripresa del sistema edilizio…

detto in altri termini, sembra che il pericolo che si annida proprio dietro quelle norme più permissive sia, in un paese dove l’abuso per il vizio condiviso di allargare i propri metri quadri è sotto gli occhi di tutti, più una facilitazione che incoraggia appunto gli abusi stessi che un vero stimolo al settore che – ripeto – necessita di norme e che se non raccordato strettamente al mercato che già vive una condizione di crisi, rischia al meglio di produrre un circuito di cui beneficeranno solo per i pochi fortunati che possono permettersi di comprare immobili o di ristrutturarli…di tecnici compiacenti che firmano di tutto comprese documentazioni statiche e strutturali importanti ne è pieno il paese e per ciò che attiene l’edilizia scolastica vale lo stesso discorso, a maggior ragione poichè sottto i tetti delle scuole ci saranno studenti…

al seguente articolo, il 18, liberalizzazione del mercato delle grandi locazioni ad uso non abitativo si dà corpo ad una deroga di legge che consente di modificare i contratti di locazione superiori ai 150.000 euro annui e che probabilmente rendendo più fluido il mercato dei fitti dei locali adibiti ad attività produttive, dovrebbe consentire un maggiore dinamismo rispetto a quelle condizioni iniziali fissate al momento della locazione che la crisi ha profondamente modificato, rendendo più difficile per le aziende sostenere i canoni relativi e che il successivo articolo, il 19, prevedendo il non pagamento delle imposte di bollo sugli accordi di riduzione dei canoni, quindi pochi spiccioli, non aiuta certo, riguardando l’esenzione della sola imposta fissa di registro, così pur presentandosi come due elementi migliorativi, questi due articoli sembrano piuttosto pannicelli caldi…

l’articolo 20 è poi una serie di complesse rideterminazioni di quote fiscali e di esenzioni che agiscono principalmente sulle grandi società immobiliari, compresi quei grandi gruppi che negli anni passati hanno lucrato massivamente sul patrimonio degli enti messo in vendita dallo stato a prezzi definibili più di realizzo ed intercettati proprio da alcuni grandi gruppi immobiliari, ma articolo che sostanzialmente, ponendosi finalmente il problema del mercato immobiliare come “motivo” per il settore edile, però non incide affatto sul mercato stesso come stimolo, poiché non produce quelle decise riduzioni di costo che incoraggerebbero gli acquisti e la ripresa reale del settore in concomitanza con un migliore accesso al credito…

tra le pieghe delle complessità di continue modificazioni di leggi precedenti si intravede nella sostanza solo un sostanziale sconto fiscale per le società immobiliari, individuate probabilmente come attori principali del mercato, i soli così in grado di stimolarlo, dimenticando gli effetti nefasti sul mercato stesso che la detenzione di grandi pacchetti immobiliari ha prodotto e produce nel paese…

buona però la deduzione dal reddito imponibile del 20% all’art. 21 per chi acquista una unità immobiliare fino al costo di 300.000 euro per un seguente uso locativo con parametri abbastanza stringenti, anche nella previsione dell’impossibilità di accedervi alle compravendite tra familiari di primo grado (genitori-figli, quindi in sostanza finte vendite per cumulare la deduzione del 20% con il mancato pagamento delle imposte successorie), ma spalmarla su 8 anni forse diviene poco stimolante per l’acquirente, poiché la deduzione annuale effettiva sul reddito imponibile incide per il solo 2,5% annuo, e forse era impossibile ogni altra previsione, visti i maggiori costi di bilancio che la misura comporta, mentre il successivo articolo sul conto termico, il 22, rimane materia di successiva decretazione del ministero dello sviluppo economico, mentre forse avrebbe avuto bisogno di maggiore coraggio che qui non si legge affatto, anche considerando l’impatto positivo che la misura avrebbe sul fabbisogno energetico nazionale…

a mio avviso poco significativo in termini di respiro complessivo del decreto l’art. 23, disciplina dei contratti di godimento in funzione della successiva alienazione di immobili, che si occupa delle vendite con riserva di proprietà, in sostanza degli affitti con possibilità di riscatto dell’unità immobiliare, anche perché immobilizzato da una sua verifica di fattibilità presso le sedi europee per una parte sostanziale della materia normata, ma ottimo in fieri l’art. 24 che dà possibilità ai comuni di regolamentare sconti od esenzioni tributarie specifiche ai cittadini che eseguono lavori di manutenzione od abbellimento di limitate parti del territorio comunale, ma gli esiti applicativi non si possono considerare come separati dalla questione dei minori trasferimenti ai comuni o del patto di stabilità interno, potendo risultare concretamente azzerato il disposto all’articolo nella sostanziale impraticabilità per molti comuni, soprattutto quelli a maggiore sofferenza finanziaria, di rinunciare alla fiscalità locale, sia essa totale o anche solo parziale…

poco produttivo appare anche l’art. 25 che detta provvedimenti urgenti per semplificare od accelerare interventi in materia di patrimonio culturale, perché anche semplificando gli iter, senza specifiche partite finanziarie al rialzo il settore rimane comunque scoperto, a meno che la previsione non riguardi anche e forse riguarda soprattutto gli interventi privati, mentre il successivo art. 26 nel mentre sembra concedere ai comuni ed alle amministrazioni locali di poter acquisire immobili demaniali prevalentemente di proprietà del ministero della difesa, in realtà pone in atto un procedimento di avviso di vendita ai privati a cui dovranno di fatto collaborare gli enti locali redigendo varianti ai piani regolatori che, permettetemi di dubitare, saranno su misura degli interessi degli acquirenti privati che, permettetemi di giudicare, in questo paese troppo spesso si conoscono preventivamente alle stesse gare, anche e soprattutto quando lo stato necessita di far cassa svendendo il patrimonio immobiliare demaniale, escludendo altre e più proficue soluzioni collettive e pubbliche…

sibillino invece l’articolo 27, dedicato al patrimonio inail, dove viene stabilito che entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto stesso, con successivo decreto del ministero del lavoro verranno individuate opere di pubblica utilità su cui investire attraverso le casse dell’ente, con un termine comunque troppo breve rispetto ai tempi politici usuali per produrre effetti condivisi…

al capo seguente, il VI, misure urgenti per migliorare la funzionalità aereoportuale, all’art. 28 nei primi 3 commi curiosamente si dà corpo ad una misura di tipo retributivo con relative coperture che non si comprende come possa migliorare la funzionalità degli aeroporti, mentre evidente appare la sua sussidiarietà al recente accordo di vendita di alitalia che spalma sullo stato costi per 28 milioni di euro per tre anni per garantire condizioni contrattuali stabilite illo tempore sul contratto collettivo e che oggi gli acquirenti arabi non intendono caricarsi, mentre nei successivi commi si descrive il meccanismo di “fuga” dello stato dai costi dell’apparato di pronto soccorso degli aeroporti che non si comprende affatto quando saranno interamente a carico dei gestori privati…

all’art. 29 infine ci si prende 3 mesi per definire il piano strategico nazionale della portualita’ e della logistica a cura del ministro delle infrastrutture e dei trasporti, piano di cui nulla per il momento si conosce…

entriamo quindi nel capo VII, misure urgenti per le imprese, cominciando l’analisi dall’art. 30 dedicato alla Promozione straordinaria del Made in Italy e misure per l’attrazione degli investimenti, campo di intervento importantissimo ed al quale tuttavia, ben individuati una serie di settori di intervento a mio avviso importanti e gravitanti in particolar modo sull’agroalimentare e sul suo rafforzamento in termini di brand e di penetrazione e sua difesa sui mercati esteri, nulla però si dispone concretamente se non una successiva decretazione dei ministeri interessati entro 60 giorni che diventano poi 90 nella redazione di un decreto attuativo per l’istituzione di contributi a fondo perduto in forma di voucher “per l’acquisizione, tra l’altro, di figure professionali specializzate nei processi di internazionalizzazione al fine di realizzare attivita’ di studio, progettazione e gestione di processi e programmi su mercati esteri”, non capendosi assolutamente cosa significhi quel tra l’altro che, nella forma certa che un testo di legge deve assumere, suona davvero imbarazzante in quanto ad indeterminatezza, indeterminatezza che sembra permeare anche il ruolo dell’istituto del commercio estero a cui viene affidato il compito di studiare l’attrazione dell’investimento estero con braccio operativo le figure dell’istituto-agenzia presso le rappresentanza consolari, dei cui compiti operativi e modalità di intervento nulla si dice, e cervello un comitato interministeriale ed interistituzionale istituito ad hoc presso il ministero dello sviluppo economico determinato nella sua composizione, i cui membri, ci si affretta demagogicamente ad affermare, non avranno compensi o gettoni di presenza, ma delle cui funzioni di coordinamento delle strategie nazionali di attrazione degli investimenti esteri nulla si dice, prefigurando strategie che rimangono ancora del tutto vaghe…

più interessante ed in fieri produttivo di valori innovativi è il successivo art. 31 che recepisce la figura dell’albergo diffuso come elemento volano di una riqualificazione dell’offerta turistica del paese, ma che ovviamente demandandosi a successiva decretazione la fase legislativa concreta contiene solo il titolo di una strategia che si spera venga poi realmente perseguita ed adeguatamente sostenuta, sia per il valore turistico ed occupazionale connesso, sia per le azioni collegate al recupero dei centri storici minori, forse dovendosi declinare in questa parte del decreto quella facilitazione all’accorpamento di unità immobiliari contenute invece in altre misure, mentre appare ben poco leggibile il disposto all’art 32 che, volendo implementare il sistema telematico centrale della nautica da diporto, divaga parificando a strutture recettive all’aria aperta i mezzi nautici che consentono pernottamento in rada (sostanzialmente la crocieristica) nel breve periodo corrente tra la conversione del decreto ed il 31 dicembre 2014, sviluppando nell’apparente semplicità del dettato testuale del primo comma un onere di 2 milioni per il bilancio dello stato sempre e solo nel 2014, come si evince dal comma 2…e sarebbe interessante comprendere la ratio ultima di un simile provvedimento…

analizzerò nella prossima pubblicazione di questa critica ragionata la parte più scottante del decreto, quella che ci riguarda più da vicino come lucani ed altri argomenti molto “caldi”…ed uso non a caso il termine scottante…

…(continua)

miko somma

 

 

 

 

la mozione paradiso sul petrolio…

che finalmente qualcosa cominci a muoversi nel pd di basilicata sulla questione petrolio?…io penso proprio di si…pubblico con grande piacere questa nota dei delegati all’assemblea regionale della mozione paradiso…ed una punta di soddisfazione posso ascrivermela per quanto il mio piccolo, ma operoso lavoro di divulgazione sui rischi che se ieri si paventavano ed oggi si palesano drammaticamente comincia ha produrre…ma non è tempo di soddisfazioni, quanto di lotta, lotta dura per difendere questa terra dal saccheggio di chi ci vuole petrolizzati…

Documento sul Petrolio e su Sblocca Italia – Delegati Mozione Paradiso -

La discussione sul petrolio prende una piega confacente all’unico pensiero che ci assale da tempo: la titolarità sul futuro di noi lucani, la difesa degli interessi di questa terra, la democrazia e la partecipazione nelle decisioni che ci riguardano.

Non abbiamo mai pensato che la Basilicata potesse rifugiarsi in un recinto di autocrazia, ignorando la solidarietà e non riconoscendo la legittimità degli interessi del Paese. Ma il Presidente Renzi ha voluto raccontare all’Italia un’altra storia, quella di una regione chiusa in sé stessa e disinteressata al futuro dell’Italia. Rivendichiamo quanto la Basilicata ha dato e dà all’Italia in termini di bilancia energetica.

Da mesi chiediamo un confronto che coinvolga tutti (istituzioni, territori, cittadini, amministratori) e che riporti il PD dalla parte dei lucani. Abbiamo chiesto la convocazione dell’assemblea regionale, abbiamo sottolineato la necessità di una discussione congressuale vera. Il Congresso è stata un’occasione persa. Il PD deve rappresentare e tutelare i lucani, provando a sciogliere le legittime cautele che in essi si sono consolidate.

Il contesto in cui nasce lo Sblocca Italia, con una recalcitrante opinione pubblica nei confronti di istituzioni e politica, evidenzia la volontà di fare presto e di corrispondere con celerità alle sfide che l’Europa ci chiede. Ma queste materie vanno trattate a seconda dei livelli di coinvolgimento e sensibilità, con relazione primaria alla salvaguardia della salute, dell’ambiente e di un equilibrato tessuto di contatto tra i livelli istituzionali, tra Stato e Regione, tra essi e le autonomie locali. 

La riforma del Titolo V va sottoposta ad un vaglio di affidabilità democratica per ciò che concerne i poteri dello Stato e delle regioni su materie come l’ambiente ed il governo del territorio. Come detto dal Presidente Lacorazza nella seduta del Consiglio del 2 aprile scorso, e non ci sfuggono i ripetuti messaggi di preoccupazione sin dall’avvio della discussione sul Titolo V né qualche incertezza in sede parlamentare, “le Regioni non possono essere trasformate in enti di gestione amministrativa, devono mantenere un ruolo legislativo, di programmazione e di tutela del territorio, e quindi di iniziativa concorrente con lo Stato, almeno in materie fondamentali quali ambiente, urbanistica ed uso del suolo”. Non c’è alcun prezzo che valga a consegnare una Regione allo Stato centrale. Come ribadito ieri da Roberto Cifarelli e Antonio Luongo, all’art. 38 del Decreto “viene formalizzata una centralizzazione delle competenze e delle prerogative, oggi in capo alle Regioni per i procedimenti di valutazione ambientale”. Questi punti hanno un aspetto inquietante e bene hanno fatto gli stessi a non escludere la possibilità dell’impugnativa di questo atto gravissimo e compromettente per il nostro futuro; così come in questo contesto nulla si può dare per scontato, compresa la definizione del Memorandum: per capirci 26.000 barili oltre i 154.000 già autorizzati. 

Ogni discussione che prescinde dai fatti, dall’attuale estrazione autorizzata tra Val d’Agri e Tempa Rossa, da una fissazione inderogabile di un limite all’attività estrattiva e di consumo del suolo (oltre Viggiano e Corleto non si può), oltre che all’assoluta impercorribilità per attività in mare, non ci vedrà disponibili. 

I tanti segnali di disattenzione, le devastanti conseguenze di contenuti e battute del Presidente del Consiglio Renzi sui quattro “comitatini”, minano il terreno e suscitano smarrimento tra la nostra gente. Sommando gli annunci, le voci sulla Corte d’Appello di Potenza e l’allontanamento delle funzioni dirigenziali dell’Ufficio Scolastico Regionale, ci sembra piuttosto palesarsi un disegno di cancellazione della Basilicata.

Non ci sfuggono i ritardi delle istituzioni regionali di questi anni, le incertezze su Memorandum e moratoria, la responsabilità delle compagnie petrolifere e del Governo rispetto a quanto stabilito nel ’98 e nel 2004 in termini di tutela ambientale e monitoraggio, di sostegno allo sviluppo, alla infrastrutturazione ed alla fuoriuscita di questa regione dal suo storico isolamento; non può sfuggire la scarsa credibilità delle istituzioni regionali sul versante della piena e più netta attività di monitoraggio, a protezione dell’ambiente e della salute dei cittadini, sottolineando i ritardi altresì accumulati sulla inderogabile esigenza di riforma dell’Arpab. Allo stesso tempo non può più essere rinviata la rilevazione del punto zero prima che l’insediamento di Tempa Rossa avvii la produzione. 

Questioni, queste, più volte segnalate dai sindaci dell’area che con diverse modalità, alcuni anche con le dimissioni, hanno sollecitato le istituzioni ad un maggiore ascolto ed un maggior protagonismo. Senza tralasciare garanzie in termini di sviluppo ed occupazione giovanile, tra le più basse d’Italia.

La lettera di autosospensione dell’Onorevole Folino testimonia la gravità di un quadro frammentato,  giunge in un momento di straordinaria attenzione, di un dibattito che intreccia la pubblica opinione, la vita dei nostri cittadini, i nostri iscritti. È un atto coraggioso e chiarificatore, comunicativamente dirompente nell’amplificare la sostanza di questioni che alcuni di noi, da anni e da mesi sottolineano, con la consapevolezza che ognuno è parte delle diverse responsabilità. 

Occorre provare a costruire da subito un percorso di risalita, che renda evidenti le preoccupanti deformazioni del Decreto Sblocca Italia, che aiuti a ritrovare le ragioni di una comunità regionale a partire da un più trasparente dialogo all’interno della nostra comunità politica.

Chiediamo che tutti prendano atto di quanto accade, che il Presidente della Regione, i parlamentari, i consiglieri regionali, si rendano protagonisti di una discussione ampia sui territori, di un’interlocuzione senza sconti al Governo del Paese, di una riconsiderazione delle questioni a partire da una collocazione della Basilicata in una strategia generale, mettendo al primissimo posto la tutela ambientale e della salute. Non ci appassiona una trattativa monetaria, ad oggi buona a contemperare a fatica le istanze primarie di un piccolo Comune del nostro territorio.

Vogliamo riappropriarci della nostra regione e vogliamo che il PD si assuma questa responsabilità.

I delegati all’assemblea regionale PD della mozione Paradiso

spesso si cade…

17/09/2014

non vi è alcuna salvezza nell’eccesso di semplicità con cui spesso si tenta di analizzare situazioni complesse od elaborare soluzioni di salvezza da questa complessità che spaventa…spesso si cade nel semplicismo riduttivo del dividere il mondo in buoni e cattivi, ancora più spesso nella banalità di non avere nulla da dire come risultato del non avere nulla da pensare…

miko somma

critica ragionata del decreto sblocca italia (a libero uso di cittadini e parlamentari)…parte I

allora come accennato in un post precedente in cui definivo allucinante il testo del DECRETO-LEGGE 12 settembre 2014, n. 133, meglio noto come sblocca-italia, è l’analisi più accurata di un testo annunciato dal 29 agosto scorso e giunto alla firma del presidente della repubblica dopo 15 giorni (le bozze precedenti presentavano palesi incongruenze logiche ed anche di tipo costituzionale), a rivelare elementi che, superando persino l’allarme che in noi lucani scatena la parte a noi dedicata (non prendiamoci in giro, poiché appare chiaro a tutti che le ricerche e le nuove estrazioni si estenderanno lì dove ragionevolmente si conosce l’esistenza di un consistente reservoir di idrocarburi, quindi essenzialmente in basilicata ed in misura minore in sicilia), ponendo molti interrogativi non solo sul dettato del decreto stesso, quanto su un‘ideologia di fondo accentratrice, neo-liberista e rigidamente centralista che sembra permearlo in quasi ogni articolo, comma o capoverso in cui si articola, mostrandone aspetti che meglio andrebbero valutati nell’architettura istituzionale ed economica di un paese prima di essere ingenuamente ingurgitati (o fatti ingurgitare) come salvifici…

e nonostante tutte le perplessità costituzionali che il testo presenta ancora, pure il presidente napolitano ha firmato il decreto (ma a lui toccava solo un esame preventivo) che ora approda alle camere per una conversione in legge che, se non posta la fiducia come ormai prassi per questo governo, pure andrebbe valutata dai parlamentari nel complesso delle cose e non nella semplice valutazione sulla tenuta del governo…proviamo allora a porre con umiltà uno sguardo critico a questo testo…

chiariamo subito, per distinguere questa critica da ogni “fumo della mente” di stampo prettamente strumentale, che non si tratta nel caso di questo decreto di “opera del diavolo”, ma di un congegno normativo parziale che non riuscendo o potendo intervenire per vincoli di bilancio ed oggettive difficoltà su quanto annunciato – gli annunci del premier per un periodo sono stati un po’ come il caffè che ti risveglia dal torpore del sonno – ha “inserito” in quegli annunci tutta una serie di passaggi che poco o nulla hanno a che fare con lo sblocco del paese, prefigurandone semmai una certa visione – visione che non condivido affatto – che si fa strumento inopportuno, poiché avanzato senza alcuna discussione condivisa sia in parlamento, sia nel paese, sia con le parti sociali, di cambiamenti che non mancherebbero di avere conseguenze irreversibili visto il difficile periodo, che non ammete sbagli ulteriori, sul paese e sulla sua difficile situazione economica, sociale e politica

ma andiamo con ordine, articolo per articolo, o meglio capo per capo, nella convinzione che la parte che più interessa i lucani non sia solo ciò che più da vicino ci riguarda, le estrazioni ed il vero e proprio ricatto che vi sta operando, ricatto di cui spero il presidente pittella sia vittima come ciascuno di noi e non assistente carbefice per amor di parte, ma il complesso della norma decretata che interessando gli italiani, interessa per questa caratteristica gli stessi lucani

nel primo capo del testo del decreto, misure per la riapertura dei cantieri, la parte forse più  “reclamizzata” del decreto stesso per deviarne forse l’attenzione dalle sue parti più “critiche” ad una analisi meno da ultima spiaggia, come pure sembra voler suggerire il governo ed i suoi sostenitori trasversali, sull’avvio di opere ferroviarie come l’asse ad alta velocità bari-napoli l’attenzione viene più posta sulla figura commissariale e sui suoi poteri quasi dittatoriali, che su una ragionata analisi di come velocizzare la realizzazione di un’opera importante, sulla quale pure cala l’imprimatur della strategicità ad impedire o tentare di impedire criticità espresse dai territori, e si esalta così la figura commissariale, come in altre parti del decreto a volte del tutto impropriamente, intervenendo più nel complesso di vincoli oggettivi che opere che interessano territori di più regioni pongono alle comunità, quanto nella realizzazione concreta e celere del disposto…

si interviene allora non tanto a rendere più snella la cantierizzazione,suggerendo modalità di partecipazione attiva degli stessi territori interessati nell’ottenimento di risultati concreti e forse, poichè condivisi, più efficaci, continuando ad introdurre sulla scorta della “imperialità auto-attribuitasi” da renzi quelle figure di pro-consoli più o meno onnipotenti in grado di “forzare la mano” a quelle entità territoriali stabilite costituzionalmente che, recalcitranti o semplicemente ritardatarie, poco attente, ma elette democraticamente, non si fatica però a intuire viste ormai come “nemiche” da certo piglio decisionista del “gran capo”…

e si prosegue, nei successivi articoli del capo, con questo tenore anche nel lungo elenco di opere da cantierizzare, dove tra le altre si interviene con un aumento della dotazione per quasi 4 miliardi di euro, non nuovi si intende, ma riassegnati facendo pulizia nei cassetti del bilancio dello stato, e che troppo stranamente rispetto alla primazia necessaria visto il periodo e pur posta dell’occupazione in tempi rapidi che le infrastrutture consentono, però vedono il loro picco di intervento solo nel 2018, con oltre 2 miliardi (e ragionevolmente si può pensare che, essendo quella la data di scadenza naturale della legislatura, il premier, che pensa ad una durata dell’esecutivo coincidente con la legislatura se non costretto alla precipitazione di voti anticipati, intraveda un uso del tutto strumentale alle elezioni stesse di quei denari)…

ma si tratta di opere pubbliche, utili o meno che sia non è dato sapere, in qualche modo già impegnate finanziariamente e per le quali si decide, sulla scorta di un elenco, di andare oltre ogni discussione pur migliorativa degli interventi stessa, passando ad una fase operativa che, se nel primo capo prevede il sostanziale intervento dello stato come soggetto propulsore per “smuovere” incrostazioni burocratiche sugli appalti e passare alla fase pratica in cui si spera di incrociare la realizzazione delle opere alla maggiore occupazione ed alla creazione di ciclo economico, nel secondo capo, dove si parla di misure per il potenziamento delle reti autostradali e di telecomunicazioni, la musica cambia perché qui intervengono soggetti privati, i concessionari a cui viene concesso un potere che fuoriesce dalla stessa concezione di concessionario per divenire altro

concessionari a cui il testo e così la volontà del governo, nel caso delle autostrade, concede un fin troppo ampio margine di intervento nella riorganizzazione del servizio e della rete (pur costruita con denari pubblici) con la motivazione delle “solite” migliori condizioni per l’utenza, migliori condizioni tutte da vericarsi all’atto pratico e che temo l’accentramento oligopolistico, in atto da tempo e che oggi pare si  rafforzi, sul controllo della rete autostradale non migliorerà affatto per le note tendenze al “cartello” che già conosciamo e che temiamo non scompariranno affatto in virtù di quel maggior coinvolgimento, e che, nel caso delle reti telematiche, pone ad ulteriore invito dell’investimento privato (ben sostenuto dalla contribuzione dello stato) una sostanziale deregolamentazione sia degli interventi di sistema (quindi anche delle zone da servire e che nel caso di poca redditività sarebbero probabilmente sacrificate, come nel caso lucano) e sia sul territorio, interventi questi ultimi che vengono sottratti ai regolamenti locali che, giusti o sbagliati che siano, sono però frutto di quelle realtà rappresentative, per essere consegnati a percorsi che se appaiono apparentemente di semplificazione, in realtà sono dei veri e propri lasciapassare acritici alla posa quasi inselvatichita di condotte, cavi, postazioni, antenne e tutto quanto attiene, considerando nel caso soprattutto della telefonia mobile, non il quoziente di radiazione emesso dalle infrastrutture trasmittenti, come pure ci si sarebbe potuti aspettare, ma il solo dato edilizio di altezze e volumi, quasi un’antenna che emette onde sulla cui pericolosità oltre certi limiti di emissione la scienza tarda a volte a emettere parole, sia un normale manufatto edile

renzi ed il suo governo decidono allora con piglio facilistico che per “sbloccare” l’italia le onde elettromagnetiche non fanno male (come anche il petrolio), se lo ficchino bene in testa i comitati di cittadini che si oppongono…

ma le “ciliegine ideologiche” cominciano adesso, dal capo III, misure urgenti in materia ambientale e per la mitigazione del rischio idrogeologico (titolo che pur sembra così benigno), e segnatamente dal lunghissimo articolo 7, che parla di acqua e di gestione del servizio idrico, articolo che sostanzialmente “privatizza” la gestione delle acque, obbligando i soggetti proprietari (le regioni) a scegliere soggetti gestori che non si fatica molto a percepire che se non saranno direttamente dei privati, saranno allora le utilities di cui ho avuto modo di parlare altre volte…

società, le utilities, apparentemente pubbliche, ma il cui tratto manageriale è talmente esasperato da confinare il controllo pubblico alla mera formalità di controllo sulla correttezza dei bilanci, potendosi demandare così attraverso manager onnipotenti  pezzi importanti della gestione, quando non l’intierezza del servizio idrico, soprattutto con l’uso dei sub-affidamenti a cui si fa esplicito richiamo, realizzando così gestioni privatistiche o semi-privatistiche a cui non sarà possibile opporre alcunché…

si tratta di un surrettizio aggiramento dell’esito referendario sulle acque che pure aveva ribadito la volontà degli italiani di mantenere strettamente in mano pubblica la gestione dei servizi idrici, cancellando persino l’idea stessa di una remunerazione che oggi pare qualcuno voglia far rientrare dalla finestra, dopo che era stata cacciata dalla porta di casa italia…e dopotutto renzi (e non solo) non aveva mai fatto mistero di non considerare affatto un tabù la privatizzazione, palese o celata che sia, del servizio idrico e c’è da scommettere che la musica continuerà anche in altri settori

ed in questo articolo si interviene anche in modo pesante sulla organicità del testo del decreto 152/2006, conosciuta impropriamente anche come “legge ambientale”, che se pur tante criticità manifestava, aveva comunque il merito di essere quasi un testo unico, sovvertendone l’originaria filosofia con “attività sartoriali” indirizzate da un lato verso questa modificazione del concetto di servizio pubblico che ora trasla verso il servizio in sé, nella sua evidenza causale e strumentale, e non più verso chi lo gestisce e nella sua figura che riflette il carattere stesso del servizio, nell’evidenza che se c’è un soggetto terzo al pubblico questo andrà remunerato per l’espletamento del servizio stesso (blair continua ad essere grande mentore per matteo), dall’altro verso una sempre più spinta caratterizzazione commissariale della gestione del rischio idrogeologico, dove il commissario è emanazione diretta di una volontà governativa in una logica ideologica del tutto centralistica e punitiva per le realtà locali, il cui ruolo certo non risulta incoraggiato all’autoriforma del comportamento…impostazione questa di renzi quasi un approccio napoleonico alla cosa pubblica…

il successivo art. 8 poi scardina la tipologia dei rifiuti, consegnando all’innocuità materiali da scavo tratti anche da siti inquinati che non rivestendo più la qualifica di rifiuti speciali potranno essere tranquillamente riposizionati in loco negli stessi siti, a meno non siano del tutto contaminati (ma vedremo in seguito qualche “bella novità proprio sui rifiuti e sul loro trattamento)…articolo questo che, letto alla luce delle bonifiche, significa che i terreni “scoticati” potranno essere riutilizzati e non, come adesso, trattati da rifiuti da allocare in apposite discariche, sovvenendo o facendo sovvenire spontaneamente la domanda “ma se possono essere riposizionati, a meno non siano del tutto avvelenati, allora che li togliamo a fare?”…sarà probabilmente l’idea di bonifica ambientale di matteo…

al successivo capo IV, misure per la semplificazione burocratica (cosa questa che non si comprende perché debba essere svincolata da una idea di riforma della pubblica amministrazione in cui troverebbe maggiore causalità e forse efficacia), ciò che colpisce non è tanto l’art 9 la cui reale utilità applicativa è invero scarsa e declamatoria, quanto l’art. 10 dedicato alla cassa depositi e prestiti, la cassaforte del paese come alcuni la definiscono, che nello stile di un decreto poco leggibile nel continuo modificare parole e periodi di altre norme, si trasforma da fornitore di disponibilità finanziarie per il settore pubblico con codificate convenzioni a cui possono accedere gli enti locali per realizzare progetti e servizi, a soggetto finanziario improprio coinvolto e/o coinvolgibile in attività di finanziamento di attività private che rivestano quello stesso concetto di pubblica utilità demandato ai privati che sembra essere l’assillo del premier e che, dopo un accenno ai successivi articoli del capo, ritornerà impellente in tema di sanità …

così se l’art. 11 prevede una serie di disposizione di defiscalizzazione degli investimenti infrastrutturali in finanza di progetto, quindi in quella finanza che si avvale dell’ausilio di fondi privati, facendo un regalino che pur sembra un invito ad investire abbastanza opportuno visti i tempi è pur sempre un regalo di cui andrebbe tarato meglio l’impatto sulle casse dello stato, soprattutto perché trattasi di opere non strategiche, l’art. 12 contiene una curiosa attribuzione diretta al premier di intervento sui fondi non spesi dagli enti locali e riattribuzione degli stessi ad altri, non meglio specificati, progetti di cui non è dato sapere i criteri di riassegnazione (e facilmente si comprende come questo potere che pur apparirebbe giustificato a fronte dei consueti ritardi delle amministrazioni nella progettazione e realizzazione degli interventi finanziati, potrebbe risultare un potere non proprio di un presidente del consiglio su fondi che non sono di competenza diretta dello stato, poiché fondi europei assegnati alle regioni, e così impugnabile in sede europea come atto indebito)…

l’art.13, una modulazione legislativa dei project bond che a mio avviso rimarrà sulla carta esattamente come i bond stessi (nel caso ritornerò sull’argomento), nell’art 14 una breve norma  sull’overdesign a tutela dei gestori di infrastrutture in casi di richiesta di maggiori aderenza ai requisiti di sicurezza (e qualcosa occorrerebbe dirla, ma ora porterebbe troppo lontano), e nell’art. 15 il fondo per la patrimonializzazione delle imprese affidato a privati che potranno remunerare, ma senza speculare (quel sia poi il limite tra remunerazione e speculazione poi non è chiaro ad alcuno), ma è nell’art 16 che chiude il capo che troviamo, quasi nascosta, la pillolina che introduce ciò che il premier a breve -ci si può scommettere, se ne troverà tempo e modo in un contesto in cui comicia ad accusare alcune difficoltà – tenterà di portare a maggior compimento nel sistema sanitario nazionale, l’intervento dei privati direttamente nella sanità pubblica nell’espletare una funzione pubblica che deve rimanere competenza del pubblico, e che se qui riveste quasi carattere di esperimento limitato alla sardegna (come esplicitamente dichiarato) e segnatamente al nuovo ospedale di olbia, in cui non meglio specificabili capitali stranieri interverranno finanziariamente per sostenere la costruzione, tra non molto tempo potrebbe divenire norma generale ed accettata e non solo nella sanità (pensiamo alle carceri)…

ed è così che si stabilisce un precedente molto pericoloso per lo stesso concetto di sanità universalistica che conosciamo e di cui credo il paese debba andare fiero, pur tra sprechi, scandali, ruberie, malasanità che non si devono (o dovrebbero) mai confondere con il principio che la salute deve essere assicurata perchè cittadini italiani, precedente che sembra essereulteriormente incoraggiato anche dalla possibilità data alla regione sardegna di derogare alla norma che stabilisce la percentuale di posti letto per mille abitanti e di innalzare il tetto di spesa fino al 6% per acquisti di servizi dalla sanità privata, un bell’affare…ci vogliamo prendere in giro o questo è l’ingresso del privato nella gestione diretta della sanità pubblica?…

…(continua)

miko somma

p.s. ovviamente mi scuserete la lunghezza dell’articolo e soprattutto il carattere di serialità che minaccia maggiore lunghezza, ma ad argomenti complessi non sempre è possibile fornire spiegazione facili

lo scollamento…

17/09/2014

forse sarebbe il caso che il pd di basilicata dica qualcosa di chiaro sulle trivelle in agguato o il rischio è lo scollamento tra sentimento e ragione dei lucani

miko somma

nel frattempo da registrarsi l’autosospensione di vncenzo folino dal partito, atteggiamento più che condivisibile

la corte di appello di potenza non si tocca…

(ANSA) – POTENZA, 15 SET – Il consiglio comunale di Potenza ha approvato all’unanimità un ordine del giorno per chiedere al Governo di “stralciare dal piano di riforma della giustizia del Ministro Orlando la soppressione della Corte di appello” del capoluogo. Alla riunione del consiglio ha partecipato anche il Sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo. Il presidente della corte di appello, Vincenzo Autera, ha definito “sciagurato” il progetto della sua soppressione.

 

il decreto sblocca-italia, l’operetta ed il cottolengo…

15/09/2014

ho trascorso buona parte della notte a studiare nel dettaglio il decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133. meglio noto come sblocca-italia, incrociando ogni cambio della legislazione vigente sulla quale interviene ed inserendo ogni nuovo passaggio nella sua casellina legislativa, come occorrerebbe fare sempre prima di parlare…ALLUCINANTE!!!…

ne parlerò dettagliatamente in una sede che consente maggiore lunghezza (quindi il blog, ma nel tempo e modo più proprio), ma la surrettizia privatizzazione delle acque e di alcuni servizi, gli inceneritori considerati strategici, la deregolazione edilizia e per noi lucani, ma anche altri, la ghigliottina delle estrazioni di idrocarburi sono la ciliegina che alcune lobbies hanno piazzato sulla profonda ignoranza e faciloneria di un premier da operetta ed un consiglio dei ministri da cottolengo…

miko somma

p.s. ed in quanto agli allentamenti del patto di stabilità sulle royalties, fuffa che sarà ulteriormente diluita nella legge di stabilità a cui sono delegate le eventuali cifre oltre i 26 milioni che sulla base di un mio calcolo realmente saranno spendibili dalla regione

il ciarlatano e gli ingenui…

15/05/2014

il paese sta esattamente come a gennaio, se non un filo peggio, nella conclusione che il medico matteo ha inoculato un placebo al paziente ed il paziente non ha reagito…forse si aspettava il miracolo, ma i miracoli non sempre accadono, e mentre alcuni medici rimangono degli evidenti ciarlatani, ancora s’affollano plaudenti masse di ingenui creduloni a magnificare il rito magico della presa in giro

miko somma

è la sicurezza che fa da barriera alla crisi…

appare evidente ai più che la parola “flessibilità” in italia significa precarietà dei rapporti di lavoro e non certo quel dinamismo nel rapporto tra domanda ed offerta che potrebbe tradursi, come in effetti in molti casi europei si è tradotto, in una maggiore efficienza del mercato del lavoro che tenderebbe così a selezionare per le postazioni offerte figure sempre più professionali ed adatte alla specifica mansione richiesta attraverso una migliore selezione legata proprio alla sburocratizzazione del rapporto lavorativo stesso…ma questa è appunto un’altra storia ed un’altra declinazione della flessibilità…

da noi, sarà per il precedente storico che dalla legge 40 in poi più che produrre dinamismo occupazionale ha prodotto decine di categorie di lavoratori non più qualificati per le mansioni in grado di offrire, ma per tipologia di precarietà, sarà per quella tendenza “facilona” dell’imprenditoria italiana a credere che il costo del lavoro sia comprimibile all’infinito, quasi fosse un costo non strettamente attinente alla qualità del prodotto materiale od immateriale che poi quei lavoratori realizzano, ogni volta che la parola flessibilità viene pronunciata da un uomo di governo o da qualche “tecnico” in un convegno come “la soluzione” ai problemi del paese, a chiunque sano di mente e non abbacinato da quelle tendenze all’incantamento od alla distrazione delle masse che sembrano ormai divenute la cifra esiziale della parola politica, torna in mente quella “cottimizzazione” del lavoro che è ormai in atto da quasi due decenni e che in sostanza tende a comprimere attraverso il costo del lavoro, quel costo stesso dei diritti acquisiti dai lavoratori che in estrema sintesi è la declinazione della democrazia nel lavoro e nei rapporti ad esso legati che stupido sarebbe non supporre ancora legati strettamente ai rapporti di forza reali…

poi se vogliamo credere che la democrazia sia solo l’esercizio del voto, crediamolo pure con l’ingenuità del cittadino che “beve” anche l’idea che destra e sinistra non esistano più, che tutto sia uguale o al massimo con differenze di dettaglio, che l’unico sistema economico possibile sia l’attuale ricapitolazione del capitalismo…personalmente magari suggerirei di interrogarsi se democrazia non sia anche quel complesso di diritti e doveri che, discendendo dal principio di democrazia contenuto nelle leggi costituzionali, informano e costituiscono l’ossatura di quella regolamentazione della vita umana data da leggi ordinarie, regolamenti ed infine quella speciale declinazione pratica delle leggi, dei principi e del buon senso che sono contenute in una contrattazione generale che oggi viene messa in discussione per accedere a forme di contrattazione locale od aziendale che tolgono potere contrattuale alle categorie lavorative, quindi alla forza dell’unione di fronte a problematiche comuni che riesce a stabilire regole valide per tutti, restituendola a piene mani a quei micro-rapporti di tipo personale nei quali il potere contrattuale del singolo lavoratore o del piccolo gruppo di lavoratori sconta l’isolamento della istanza nel ricatto implicito spesso contenuto più dai territori e dai loro contesti specifici che nelle “mire schiavistiche” di questo o quell’imprenditore che userebbe quei difficili contesti per “fare cassa” sul lavoro e sui suoi costi…

ma non è del particolare di una contrattazione in fieri sottratta (o che alcuni auspicano si sottragga) alla rappresentanza generale che i sindacati nazionali nel bene e nel male rappresentano per le istanze dei lavoratori che vorrei discutere, quanto della tendenza che origina proprio da una cultura di fondo che vede nella compressione dei diritti acquisiti una via di creazione di nuove postazioni di lavoro e che in buona sostanza non produce o produrrà affatto lavoro “buono”, quanto appunto un esercito di precari che trascinano ancor di più verso il basso, in virtù della loro presenza sul mercato del lavoro in postazioni contrattuali volatili ed al ribasso dei diritti, quel complesso di diritti generali del lavoro che è eretto a garanzia e sorretto dalle regole democratiche…

il paradosso che precarizzare chi lavora produce lavoro per chi oggi non lavora è appunto un paradosso scolastico e modellistico indimostrabile ed indimostrato, poiché qualsiasi esperienza insegna che un imprenditore assume se ha del lavoro da far fare, delle commesse o delle prospettive di produzione legate ad un ordinativo, e non perché l’assunzione ed il costo del lavoro siano diventati nel frattempo meno costosi e meno stabili nei vincoli che ne nascono…ed il punto critico è che in un periodo di crisi ciò che manca è l’occasione di produrre, poiché in assenza di consumi, non avrebbe senso produrre ciò che rimarrebbe invenduto…

allora verrebbe in mente a chiunque che il lavoro si crea solo con il mercato dei beni, quindi con l’occasione di una ripresa dei consumi che agisca da stimolo alla creazione di posti di lavoro attraverso la necessità del dover produrre di più per soddisfare la domanda creatasi, ma ciò non pare all’ordine dell’attenzione di alcuni decisori, preferendosi così una diminuzione di fatto del conto di costo per ogni bene prodotto, attraverso la contrazione salariale che è insita nella precarizazione, per aumentare una competitività che è solo nel costo finale del bene e che se sul mercato estero pare non tenere conto che la concorrenza parte comunque da costi minori del lavoro non raggiungibili qui se non attraverso una contrazione stessa della democrazia legata ai rapporti di lavoro ed al complesso generale delle leggi a tutela che metterebbe a rischio il concetto stesso di democrazia, quindi di fatto non inseguibile, sul mercato interno non tiene affatto conto del fatto che precarizzare non induce al consumo da parte dei lavoratori, semmai al mantenimento di quel livello minimo degli stessi consumi che poi ”stagna” l’economia in un troppo facilmente prevedibili zero virgola…miopia della visione o ideologia pura?…suppongo entrambe…ma allora come si risolve il dilemma sulla creazione di nuovi posti di lavoro?…

facciamo allora un esempio concreto ed anche banale…se sulla scorta delle necessità invocate a motivo di precarizzazione (pardon, flessibilità) ad un lavoratore “nuovo” dai 700 euro, questi sono senz’altro pochi per qualsiasi livello accettabile di consumi, ma lo diventano soprattutto nella precarietà del non sapere per quanto tempo si potrà disporre di quella cifra continuativamente e così nella tendenza a risparmiare anche quelle poche decine di euro magari sottraibili alla sussistenza minima e disponibili per qualche consumo, il livello generale dei consumi non potrà beneficiare molto dell’apporto di quel lavoratore e dei suoi consumi, ma probabilmente, rendendo meno precario il lavoratore e così dandogli certezza nel tempo sulla dazione di quella cifra, magari costui, se necessita di un’auto, acquisterà un’auto anche con 150.000 rate, ma la acquisterà…e nel conto generale dei consumi quell’auto acquistata peserà nel conto generale…

stesso discorso ovviamente per il lavoratore che già lavora e che se oggi risparmia per far quadrare il bilancio, ma qualche piccola spesa extra riesce ancora a permettersela, in un quadro di maggiore precarietà del suo rapporto di lavoro (leggi licenziabilità dei dipendenti pubblici o minore tutela dal licenziamento di quelli privati) probabilmente tenderà a non effettuare neppure quelle piccole spese che oggi riesce ancora a permettersi in previsione magari di tempi ancor più duri…

un cane che si rincorre la coda, in realtà, un circolo depressivo in cui annega ogni movimentazione dei consumi che pure il maggior lavoro disponibile creerebbe e ciò non perché non sia utile creare quel nuovo lavoro per aumentare la platea dei consumatori, ma perché troppo insicuro consumare beni oltre quelli necessari alla pura sussistenza in un clima di insicurezza e di precarietà del rapporto di lavoro e dove il risparmio non assolve neppure più il ruolo di creatore di liquidità da immettere sul mercato del credito per stimolare l’impresa, quanto il più classico “mettere i soldi sotto il mattone”…e l’economia così non riparte affatto, richiudendosi semmai in cicli con un raggio sempre minore fino alla stagnazione definitiva…

è così del tutto evidente che un’azione di rilancio dell’economia, se diamo per ammesso e non concesso che il problema del paese sia solo nell’assenza di consumi o non dobbiamo considerare questa come l’epifenomeno di dinamiche partite molto tempo prima della stessa crisi con il sostanziale blocco dei salari che permane sin dagli inizi del millennio, sia prodromica ad ogni politica del lavoro ed altrettanto evidente che una politica del lavoro non si costruisce soltanto sulla normazione ed a maggior ragione su quella al ribasso dei diritti, quanto sull’effettiva, più concreta e più rapida corrispondenza tra economia e mercato del lavoro, nell’intreccio di riforme tributarie ragionate e coerenti al principio che tutti devono partecipare alle spese della cosa pubblica, quindi ad una seria ed efficace lotta all’evasione ed all’elusione fiscale anche nelle sue pieghe finora colpevolmente inesplorate, e fondate sul principio di una riduzione del debito pubblico attraverso azioni di riacquisto dello stesso o di de-finanziamento del suo ammontare principalmente consistenti nella sottrazione dello stesso al mercato del credito e nel rientro del suo ammontare nel portafogli del cittadino italiano…

ed ovviamente potrei continuare a lungo nell’elenco di ciò che occorre al rilancio del paese a cominciare dallo stimolo a quell’innovazione qualitativa che è il solo brand reale e vincente di competitività delle merci italiane nel mondo, quindi alla ricerca ed alle reti di ricerca, all’università, e via discorrendo…

si tratta di azioni però a medio-lungo respiro, dovendosi incrociare tra loro sinergie tra riforme effettive (e non annunciate a spot) della pubblica amministrazione, della giustizia, della spesa pubblica, della sanità, probabilmente della finanza pubblica, mentre il dramma del paese è ora, oggi, cioè in quali risposte si mettono in campo nell’immediato alla stagnazione che rischia di far esplodere socialmente il paese e che non saranno i tagli alla spesa pubblica ad evitare, semmai innescandole, quando nel taglio delle spese correnti agli italiani sarà finalmente chiaro che saranno toccate anche sanità e pensioni, azioni a medio-lungo periodo che occorre però programmare e mettere in campo già oggi, ragionando e condividendone passaggi e definizioni con tutti gli attori politici e sociali, ma che appunto non risolvono il dramma recitato al tempo indicativo presente di esodati, cassintegrati, disoccupati, giovani senza lavoro, pensionati al minimo e tutta la platea generale del disagio economico che diviene sociale e riassume contorni di classe che sembravano dimenticati, nella creazione di un sottoproletariato che è fondamentalmente stupido e folle voler considerare per ciò che alcuni vorrebbero diventasse, una folla crumira la cui fame spingerebbe sempre più in basso i diritti generali dei lavoratori e con questi dei cittadini, fino forse a mettere in dubbio l’essenza stessa della democrazia per come la conosciamo…

così nell’urgenza della ricerca di una soluzione alla mancanza di lavoro non occorre essere dei keynesiani puri per comprendere che l’unico attore in grado oggi di creare una massa d’urto finanziaria in grado di garantire occupazione in tempi rapidi è lo stato, quindi la finanza pubblica, individuando settori ad alta valenza occupazionale immediata ed impegno finanziario compatibile con il bilancio in cui investire non solo denari, ma anche e soprattutto uno spirito collaborativo che coinvolga le entità territoriali, comuni e regioni, quindi quelle più prossime alla conoscenza del bisogno effettivo e meno accecate dalla modellizzazione di colui che cerca un lavoro…

e se questi settori sono facilmente intuibili nel dissesto idrogeologico da doversi sanare con un piano straordinario e non con interventi spot, troppo spesso parziali ed incompleti, appare anche logico che la massa d’urto finanziaria debba essere adeguata all’onere di rimettere in sicurezza buona parte del paese ed alla necessità di creare attraverso questa una forte base occupazionale che crei nuova occupazione, chiaro è che senza un piano decennale (tale cioè da creare una relativa sicurezza e costanza nel lavoro) che impegni almeno 2 miliardi/anno e che coinvolga dal basso le regioni, impegnandole alla ricerca di attori locali da impegnare, tutto finirebbe per essere un pannicello caldo…

uguale discorso potrebbe farsi per un piano straordinario per il recupero del patrimonio storico-artistico, impegnando cifre analoghe in periodi analoghi, avendo ben a mente che i due campi di intervento sono strettamente connessi sia in termini di alto tasso di occupazione, sia in termini di valenza economica di ritorno in tempi brevi per il sistema paese, essendo nel primo caso, quello del ripristino idrogeologico, il territorio ed il suo paesaggio il fine ultimo che transita attraverso la messa in sicurezza, e quindi la fruibilità del territorio stesso anche e soprattutto a fini turistici, nel secondo caso, quello del recupero del patrimonio storico-artistico, fortissima la valenza culturale e così turistica che si innescherebbe, tali entrambe in grado di assicurare un pacchetto immediato di occupazione di primo livello, quella connessa direttamente ai lavori ed alla loro esecuzione magari in micro-lotti tra loro strettamente coordinati per consentire anche a piccole imprese di intervenire negli appalti (ricordo che maggiore è l’appalto, maggiori le garanzie fideiussorie da prestarsi, cosa questa che richiedendo patrimoni su cui stabilire queste garanzie, di fatto già esclude intraprese giovanili), e di secondo livello, quella cioè che si innescherebbe direttamente come conseguenza delle opere in termini di maggiore fruizione turistica…e francamente appare deludente che su questi due capitoli l’investimento del governo sia esistente, ma scarso, molto più scarso di quanto annunciato e di quanto auspicabile…

e continuando su questo ragionamento, l’efficientamento energetico e le ristrutturazioni edilizie con contribuzioni in conto detrazione fiscale sono settori in grado di smuovere ottime masse finanziarie private che ad oggi risultavano bloccate, ma in grado di immettere immediata liquidità nei settori interessati, con buone valenze occupazionali, a patto che si continuasse ad investire denari nelle detrazioni fiscali, costose certo, ma i cui ritorni sia in termini brevi (occupazione), che medio-lunghi (l’efficienza energetica diminuisce il conto energetico di un paese che deve importare molto più di quanto potrebbe con case e strutture edilizie meno energivore), denari che a quanto pare si preferisce spendere altrove e per altre esigenze…

ovviamente i campi di intervento per favorire l’occupazione sono tanti e non potrebbero certo esaurirsi in un mero elenco, ma sarei ugualmente noioso se tentassi di costruire qui, in un articolo, un compendio di politica del lavoro, ma ciò che vorrei sollecitare all’attenzione dei lettori è che in un periodo di crisi, la crisi si combatte con le sicurezze, quindi i diritti, e non con la volatilità degli stessi, condizione questa che appare social-darwiniana, poiché sembra suggerire che i forti sopravvivono ed i deboli periscono, condizione questa che non appartiene ad una democrazia, perché forse il grado di esistenza di una democrazia si evince anche e soprattutto dalla cura per gli ultimi, che – guarda caso – sono ultimi anche e soprattutto nel grado di sicurezza che circonda le loro vite…

è la sicurezza che fa da barriera alla crisi…

nei prossimi giorni ritornerò sull’argomento

miko somma

14709/2014

è una condizione che riguarda i rapporti di forza che una regione ricattabile per una incauta gestione possa cedere all’incedibile per pochi milioni, poi aggiungici che qualcuno ha usato ed usa il petrolio per la sua carriera personale…devo continuare?

miko somma

giorgio firma e sblocca lo sblocca…

ROMA (Reuters) – Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto ‘sblocca Italia’, riferisce il Quirinale.

“Il decreto sarà pubblicato questa sera in Gazzetta Ufficiale”…

bene, anzi male, ma non mi meraviglia affatto…sappia pittella che dalla pubblicazione sulla gazzetta ufficiale può appellarsi alla corte costituzionale…

cuccioli riuniti, probabilmente destinati a perire…

(ANSA) – TRENTO, 12 SET – I due cuccioli dell’orsa Daniza si sono riuniti e vengono ora monitorati mediante radiotelemetria.

 (foto: ANSA)

Lo rende noto la Provincia autonoma di Trento. Nel corso del tentativo di cattura, che portò alla morte di Daniza, ad uno dei due orsetti era stata applicata una marca auricolare per consentirne la localizzazione. Secondo Gudrun Pflueger della società europea Wilderness, “anche se gli orsetti di Daniza staranno uniti è difficile che sopravvivano oltre l’anno di vita”.

Comunicato stampa

questo comunicato non è stato inviato al sito istituzionale basilicatanet

Una conferenza stampa di dubbio gusto.

Confesso di non sapere molto di calcio, ma ammesso e non concesso che la Basilicata abbia fatto un goal nel primo tempo, è allo scadere del 90’ (a volte dei supplementari e persino al termine dei rigori) che una partita la si definisce vinta. E così continuando l’attesa di un testo che come Godot pare non arrivare mai, annunciandosi piuttosto ad Alpe che partorisce un topolino che a lubrificante estremo del Paese , lascia basiti l’incapacità di comprensione di alcuni che in democrazia la forma è sostanza.

E la forma che diviene sostanza in un corretto assetto democratico impone che le conferenze stampa, fotocopia in stile di altre conferenze (seppur sbagliando per la fretta il contenuto delle slides), quando riguardano argomenti di interesse comune impongano preventivamente consultazioni e comunicazioni con la filiera del volere del popolo, il Consiglio, per dare appunto sostanza formale alla delega ricevuta e non limitare invece l’area della democrazia a quella volatilità affidata ai media, spesso nemica della ragione, che precipita il senso critico in personalismo carismatico.

Così se il presidente Pittella continua il suo gioco di relazione personale con indefiniti ed indefinibili esponenti del Governo, gioco che gli consegna evidentemente conoscenza di un testo del decreto che è ancora sconosciuto ai più (tutti mortali, si intende), e convoca una conferenza stampa per annunciar ciò che solo egli conosce e che non poteva attendere di essere condiviso con il Consiglio Regionale, la visione che se ne ricava, oltre al plagio provincialotto del metodo, è che la democrazia vera, quella che vive nella correttezza formale delle relazioni istituzionali e non nell’etere di qualche social network, la prima vittima del decreto.

Ma andiamo nel merito, stigmatizzando in primis ogni entusiasmo per i goal al primo tempo, ribadendo che ogni fuoriuscita di somme dal patto di stabilità è comunque elemento di ricatto che per gli anni a venire agisce solo sulle maggiori entrate (quindi sulle maggiori quantità di estratto), rimarcando che misurare in termini solo economici una severa questione che si pone sull’integrità del territorio è molto più complessa di qualche decina di milioni da manipolare, facendo infine notare che se il decreto non contiene quantitativi di barili da estrarre, quasi quindi un elemento di dolcezza del provvedimento, ciò è invece dovuto solo alla natura astratta della legislazione, essendo già dalla primavera 2013 indicata percentualmente nella Strategia Energetica Nazionale, almeno il 15% del fabbisogno energetico del Paese da ricavarsi nell’appenino meridionale, segnatamente in Basilicata e semplicemente perché qui è già evidente, comprovata e sfruttata la presenza massiccia di idrocarburi disponibili.

Risulta così stonata l’enfasi paterfamilistica del presidente e della sua corte rispetto ad una materia che lascia troppe zone oscure sia nella gestione della faccenda petrolio una volta calato il sipario della strategicità di cui nessuno pare voglia parlare nella sua vera accezione che consiste nella possibile secretazione, sia nelle garanzie ambientali di cui non v’è traccia alcuna nel decreto, sia infine negli iter di unicità dei permessi che ritornati in quota statale e perfezionati dalla riforma del titolo V, si pongono in luce e prospettiva assai diversa rispetto all’attuale anche con una non meglio precisata “intesa” con le regioni che sarà naturalmente oggetto di una regolazione a parte e meno mediatizzata dell’attuale.

Così in una recita a soggetto di cui nessuno conosce la trama, ma di cui si individua già l’epilogo, come è possibile che proprio nell’equivalenza tra forma e sostanza in democrazia, il presidente Pittella convochi una conferenza stampa dai toni rassicuranti, mutuata presto in trionfalismo spiccio dai fan più sfegatati, sul testo finale di un decreto che speriamo il Presidente della Repubblica Napolitano non firmi, ravvisandone palesi incongruità costituzionali e sostanziale pericolosa vaghezza dei contenuti?

Tutto ciò è corretto formalmente e sostanzialmente se nei fatti si “distrae” l’opinione pubblica con dei “biscottini”, saltando a piè pari il vero tema, l’aumento delle estrazioni e delle zone di estrazione, da evitarsi in ogni forma, la mancata corresponsione di maggiori royalties per i quantitativi attuali, il vero tema che continua a porsi ed essere eluso con sconcertante puntualità, ma soprattutto il rapporto con la lettura politica del volere dei cittadini lucani alle scorse elezioni?

Presidente Pittella, perché non racconta ai lucani che fine ha fatto la procedura di valutazione presso l’AIRTUM del nostro “registro tumori” che quasi due anni fa si dava per validata in un mese? Perché non racconta che il centro olii sfiamma oltre il consentito e che occorre chiuderlo per verifiche tecniche come pure qualche sfiammata fa si era minacciato? Perché non racconta che i sistemi di conteggio dell’estratto andrebbero partecipati dalla regione? Perché non racconta le troppe zone d’ombra che rendono ai lucani impossibile accettare anche un solo barile in più di quelli generosamente concessi fino ad ora od un solo metro quadrato in più di zone di ricerca, estrazione od asservimento? Perché non racconta di quella indicazione politica netta e chiara che il Consiglio Regionale aveva espresso in quella impropria moratoria ed a cui contenuto ci si era attenuti, bocciando molte richieste e che ora sembra archiviata in una sua relazione personale che, mi consenta di dirlo, non ha nulla di politico e molto, troppo di cordata assentiva ad un premier che ormai definisco imbarazzante per il Paese?

Miko Somma

 

mi spiace dover tornare sugli argomenti, ma vista la reiterazione di un errore di fondo (forse voluto, forse connaturato alla vis sanguinis dei personaggi), sono costretto a preannunciare comunicato stampa…